Il libro nel quale i MEGADETH raccontano la storia di Rust In Peace

“Stavo così male che tutto quello che potei fare fu strisciare nel bus subito dopo il nostro set. I Kiss, il gruppo con cui sono cresciuto, stavano salendo sul palco ma non riuscivo nemmeno ad alzare la testa. Affondai nella mia cuccetta e mi coprii il capo. Potevo a malapena sentirli suonare quando il bus partì e lasciammo Donington Park diretti verso Londra per prendere il volo che ci avrebbe riportato a casa. Era patetico”.

Essere eroinomani è un bel problema quando vai in tour all’estero, scoprì suo malgrado Dave Ellefson. L’erba e la coca te le portano pure in camerino. L’eroina devi andartela a cercare a tuo rischio e pericolo, e in una città dove non sei mai stato non è semplice. Al Monsters of Rock del 1988 i Megadeth si reggevano in piedi per miracolo quando suonarono il loro concerto nell’ambito di un cartellone incredibile che comprendeva Iron Maiden, Kiss, David Lee Roth, Helloween e i Guns’n’Roses freschi di Appetite for Destruction. Dopo quella data maledetta, durante la quale due fan morirono schiacciati contro le transenne, la band californiana avrebbe dovuto seguire i Maiden nel tour europeo di supporto a Seventh Son of a Seventh Son. Era l’occasione della vita ma Ellefson non avrebbe retto un’altra crisi di astinenza e né Dave MustaineChuck Behler stavano messi molto meglio. Gli Iron Maiden proseguirono la tournée con i Testament come rimpiazzo. I Megadeth tornarono in Usa per disintossicarsi.

Al primo tentativo, entrambi i Dave scapparono dopo tre giorni, quantomeno in tempo per recuperare dagli spacciatori i pezzi della batteria che Behler continuava a rivendersi per finanziare una dipendenza dal crack che la recente paternità non aveva aiutato a superare. Gli sforzi successivi avrebbero avuto maggiore successo. Ellefson sarebbe rimasto pulito per sempre. Mustaine per il tempo sufficiente a incidere il suo capolavoro.

Rust In Peace è un disco unico anche perché concepito nelle peggiori condizioni possibili e registrato nelle migliori. I pezzi erano stati scritti da un gruppo che aveva appena iniziato la sua ascesa ma sembrava già al capolinea, distrutto da alcol e droga. La lavorazione avvenne invece in uno stato di lucidità miracoloso: i Dave finalmente sobri, una line-up stellare completata dall’arrivo di Nick Menza e Marty Friedman, Mike Clink dietro la consolle. A raccontarla, a trent’anni di distanza, non è il solo Mustaine. Rust In Peace – The Inside Story of the Megadeth Masterpiece è un libro corale. Joel Selvin – storica firma di Rolling Stone, Billboard e Melody Maker – ha raccolto le voci di tutti quelli che c’erano. Chi aveva già letto l’autobiografia di Megadave curata da Joseph Layden può confrontare la sua versione dei fatti con quella di Ellefson, Behler, Friedman, la signora Mustaine, i vecchi manager della band, i poveri fonici costretti a completare il lavoro quando Clink mollò la baracca sul più bello per andare a produrre Use Your Illusion. Manca, per ovvie ragioni, quella di Menza, al quale, per rispetto nei confronti del defunto, viene risparmiato il ritratto acre e grottesco che gli aveva riservato Mustaine nell’autobiografia.

A rendere così accattivante la lettura è proprio la struttura del libro, con le diverse voci che si susseguono, accavallano e a volte, grazie a un azzeccato lavoro redazionale, battibeccano, con un risultato che a volte ricorda in modo un po’ irrituale una discussione su un forum ma funziona proprio per questo. Non è un caso se il capitolo più gustoso è il penultimo, che documenta i tentativi falliti, durati fino al 2015, di rimettere in piedi la formazione storica e lascia emergere i rancori ancora non superati tra Friedman e Mustaine. Il primo spiega che non avrebbe potuto accettare una retribuzione inferiore a quella che avrebbe incassato continuando la sua fortunata carriera solista in Giappone, il secondo tira fuori un episodio insignificante ma imbarazzante per ridimensionarlo. Amara la conclusione, che lascia intuire un risentimento di Mustaine per l’onestà spassionata con la quale Ellefson, severo soprattutto con se stesso, ha colto l’occasione per lavare in piazza quanti più panni sporchi possibile, quasi la stesura del libro abbia aperto una piccola crepa nel ritrovato rapporti tra i due.

Non la solita monografia, quindi. Una lettura indispensabile (a patto di sapere l’inglese) per chi voglia scoprire non solo i retroscena di un caposaldo immortale del thrash metal ma anche il racconto in prima persona dei demoni che agitavano chi lo ha scritto. La mette nel modo giusto Mustaine: è una “grande storia americana” di caduta e (temporaneo) riscatto. Simpatica ma superflua la prefazione di Slash. (Ciccio Russo)

6 commenti

  • Scusate la pignoleria, io faccio strafalcioni ben più grossi, ma credo che fosse il 1988, non il 1998 ;-)

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  • Molti musicisti ( ma anche qualche sportivo) hanno fatto cose grandiose non grazie alle droghe ma nonostante ! Quindi sicuramente ” la droga è brutto” ma il moralismo di molti benpensanti politicamente corretti è altrettanto nauseante.

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    • C’è quel famoso sample di Bill Hicks in AEnima dei Tool che lo dice molto bene. Se non vi piace la droga andate a casa e bruciate i vostri dischi perche la maggior parte di essi sono suonati e concepiti sotto l’effetto di droghe… (Mi scuso per la trascrizione approssimativa).

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  • Ho pudore nello scrivere di questo disco, nella stessa misura con cui cerchi, invano, di coinvolgere un bambino nella comprensione di una sfumatura emotiva personale e complessa. Ambigua e contraddittoria. Questo Disco per me è la genesi dello stare dalla parte degli sconfitti. Conoscevo già i Metallica, al tempo. Venivo da And Justice for all e Master of puppets. Non si può non amare il terzo disco di quei quattro derelitti, visti con gli occhi di chi ne riconosce la decadenza attraverso la propria. Invecchiare è proprio una cosa di merda, non c’è un cazzo da fare. Ma c’è modo e modo di invecchiare. C’è modo e modo di commuoversi guardando indietro e traguardando avanti. Rust in Peace è un ragazzo di diciassette anni che entra in un qualsiasi negozio di dischi, andando a cercare qualche cosa. Una visione che strida, un immagine che evochi. Un movimento che risuoni col il proprio entusiasmo; fierezza per il non essere allineati. Rust in Peace è un disco maschile, è un disco con il cazzo, le palle, la sborra e il disagio. Una residualità non assimilabile, un senso melodico che c’è ma che non rientra nel rassicurante. Rust in Peace è come un western di Sergio Leone o come la prima saga di Guerre Stellari. Non piace alle donne. È troppo archetipicamente maschile. Edipico in senso pieno. Scritto da esclusi per chi si sente escluso ma digrigna i denti e si dà un cazzo di tono. Facendolo non solo con la rabbia cieca, ma con un micidiale costrutto. È la teoria della tecnica della prassi della furia chirurgica. Fatto da chi è e resterà sempre eternamente secondo. Senza accettarlo mai con rassegnazione. Rust in Peace suona come un FORZA ROMA in faccia a uno juventino.

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