Un libro sotto l’albero: MUSTAINE (Arcana)

La prima rivista metal in assoluto che comprai era una vecchia copia di Metal Shock con Dave Mustaine in copertina. Era il 1994, credo. La pagina della posta era piena di lettere di fan incazzati reduci dalla gig romana che i Megadeth interruppero dopo 40 minuti per il lancio di bottiglie da parte di alcuni presenti. Ora non ricordo il casus belli, se la band stesse suonando male o se Megadave avesse fatto una sparata delle sue. Non importa. L’intervista terminava con il rossocrinito frontman che litigava con il giornalista per poi scusarsi subito dopo giustificando i suoi caratteristici sbalzi d’umore con la sua infanzia difficile. E’ anche per queste cose che Dave Mustaine è stato il mio primo vero idolo adolescenziale. Gli Slayer erano dei puri emissari di Satana senza alcun lato umano plausibile che scesi dal palco tornavano nella custodia come i loro strumenti. E i Metallica (Load doveva ancora uscire) erano già diventati delle fighette. Piacevano anche alle ragazzine. E’ per questo che diventai uno di quelli che asserivano di preferire i Megadeth ai four horsemen, anche se in cuor mio sapevo che non fosse vero. Perché a quindici anni dovevi essere il più marcio possibile. Almeno in una realtà provinciale del Sud Italia essere un metallaro significava ancora essere un cattivo soggetto, non un nerd sensibile e timido (ovvero ciò che si era prima di farsi crescere i capelli e iniziare a vestirsi di nero). E quindi il tuo mito era Mustaine che era un duro figlio di puttana che beveva, si drogava, diceva stronzate incondivisibili sui massimi sistemi, mandava affanculo tutti ed era detestato da buona parte dei colleghi per il suo carattere di merda. Vuoi mettere?  Erano difetti che, volendo, lo rendevano pure un personaggio più problematico e reale, che potevi sentire più vicino rispetto a figure irraggiungibili come Steve Harris o Slash. Un po’ come Pete Steele. Mustaine è e rimane uno dei personaggi umanamente più interessanti di tutta la scena heavy metal. Ed è anche per questo che la sua autobiografia, scritta a quattro mani con Joe Layden (celebre in patria soprattutto come giornalista sportivo), è così avvincente.

Insomma, chi non vorrebbe leggere un’autobiografia di Dave Mustaine? Hai un protagonista che è il leader di una delle band più celebri della storia dell’heavy metal e ha contribuito a fondare quella che diventerà la più grande di tutte. Mettici una vita incasinatissima, tra infanzia a base di padre alcolizzato e assente e madre testimone di Geova e adolescenza borderline tra microcriminalità e vagabondaggio. Poi il successo. Alcolismo, groupies, una marea di droga. Diciassette volte in riabilitazione. Poi la caduta e la redenzione. Hai tutti gli ingredienti della classica grande storia americana, tipi come John Milius o Michael Mann ne avrebbero tirato fuori un film della madonna. C’è poca gente alla quale è capitato tutto quello che è capitato a Mustaine. Ha tantissime storie da raccontare, e lo fa con l’onestà e la lucidità necessarie. Leggiamo la sua versione sulla sua cacciata dai Metallica, sui sempre turbolenti cambi di formazione, sulla conversione al cristianesimo (sulla quale non la mena manco troppo, forse perché conscio dell’opinione della maggior parte dei fan sulle sue farneticazioni da born again). E, beh, anche sull’affaire Rotting Christ (ma uno dei momenti più memorabili, quasi involontariamente comico data la surrealtà della situazione, è quello che riguarda Jon Nödtveidt). Per quanto cerchi di mantenere un tono umile, Dave non risparmia poi frecciate velenosissime a compagni di strada che poi afferma di amare come fratelli per il resto del libro, tirando fuori aneddoti più imbarazzanti che negativi sui vari Lars Ulrich, Dave Ellefson e Nick Menza (che viene dipinto come un instabile sociopatico vittima di raptus psicosessuali) ma, visto con chi abbiamo a che fare, troppo volemose ‘bbene avrebbe stonato. E soprattutto avrebbe reso questo libro molto meno divertente. Lettura sotto l’albero dell’anno. Accattatevillo. (Ciccio Russo)

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