Spendere i primi stipendi in videocassette di MARTY FRIEDMAN

Intorno ai vent’anni, quando cominciai a lavorare e a guadagnare di mio, ricordo che musicalmente parlando mi tolsi più di uno sfizio; col senno di poi molti degli acquisti avrei potuto benissimo evitarmeli (tipo un set di batteria Pearl doppia cassa che purtroppo ha quasi sempre preso la polvere, oppure un Alesis ADAT usato pagato la bellezza di un milione e mezzo con cui feci appena in tempo registrare un demo prima che si rompesse e mi abbandonasse definitivamente. Eppure, nonostante l’incauto acquisto, ricordo ancora molto bene l’ebbrezza di registrare con ben otto tracce a disposizione, abituato com’ero con un porta-studio quattro piste a cassette Yamaha che pure faceva il suo dovere ma che era ovviamente ben più limitato.

Chissà quanti di voi che in questo momento stanno leggendo penseranno “che roba è un Alesis ADAT? E un porta-studio? Ma tu guarda ‘sto stronzo che cazzo di boomer!1!!1”, immagino parecchi. Probabilmente avete ragione sullo stronzo, però io appartengo alla generazione X, non ai boomer. Così pare, almeno), compresa tutta una serie di videocassette didattiche per chitarristi che cominciai ad acquistare subito dopo aver preso un videoregistratore (oggetto di desiderio da me lungamente agognato durante tutti gli anni scolastici superiori, periodo durante il quale nella mia classe di un istituto tecnico composta da ventidue ragazzetti esclusivamente maschi giravano un fantastiliardo di ormoni e qualche decina di video porno di contrabbando), videocassette pagate carissimo che da lì a un paio di lustri sarebbero state soppiantate prima dal file sharing e poi direttamente da Youtube. E ne avevo più di qualcuna, tutti nomi all’epoca molto noti e adesso un po’ meno: Vinnie Moore, tre o quattro di Paul Gilbert, Richie Kotzen, Greg Howe, quella famigerata di Yngwie, ne accumulai un sacco. Ne avevo anche una di Stu Hamm, bassista con una tecnica formidabile noto per aver suonato tra gli altri con Satriani e Vai. E poi c’era questa di Marty Friedman, che si intitolava Exotic Metal Guitar.

Marty è una delle influenze più forti che abbia mai avuto dal punto di vista chitarristico, non tanto (o non solo) con i Cacophony ma soprattutto per Dragon’s Kiss, il suo primo album solista, che è uno di quei famosi dischi che porterei su un’isola deserta assieme a qualche altro che non riesco mai a scegliere (sono troppi). Ecco, Dragon’s Kiss lo porterei sicuro, magari assieme a Marching Out di Malmsteen per quanto riguarda il settore chitarristi. Lasciando perdere la qualità di Exotic Metal Guitar (Marty sembra sotto l’effetto di qualche acido – ma è così di natura – ed il video in generale è un po’ tirato via), era comunque molto interessante vedere come in effetti suonasse molti passaggi in modo diverso da come me li ero figurati ascoltando i dischi, ma soprattutto erano interessanti i molti esempi che proponeva mostrando come si potesse far suonare la chitarra in maniera orientaleggiante, che è quel qualcosa di appunto esotico che personalmente adoro nel suo fraseggio e che a volte mi capita di riproporre, per quel poco che riesco. Tant’è che, quando anni fa decise di trasferirsi in pianta stabile in Giappone, non trovai affatto strana la cosa: i giapponesi sono molto affascinati dai musicisti occidentali, figurarsi da un chitarrista stranoto che pure mastica abbastanza bene il giapponese e che a sua volta è affascinato dall’Oriente.

Da questo trasloco col tempo sono nati tre dischi di cover di successi pop giapponesi riproposti da Marty, dei quali è appena uscito l’ultimo, Tokyo Jukebox 3. È roba pensata più per il mercato interno giapponese che non per l’estero, almeno suppongo, ma qualche traccia non è male e si lascia comunque ascoltare, posto che, se cercate il Marty Friedman vero, dovreste necessariamente ascoltare altro. Insomma quest’album è per soli affezionati a Marty, ed anche di bocca buona. Però, visto che avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, vi lascio con l’unico pezzo dei Tokyo Jukebox che sicuramente vale la pena di ascoltare a priori perché è davvero un piccolo gioiello. D’altronde, anche se ha a che fare con pezzi pop giapponesi, Marty Friedman è pur sempre un fuoriclasse. (Cesare Carrozzi)

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