Techno thrash dalla East Coast: intervista a Josh Christian dei TOXIK

Immagino il 1990 come una sorta di precipizio giunti al quale si prendeva una decisione: o la azzeccavi oppure te ne volavi dritto di sotto.

I Toxik sono la mancata risposta a mille domande che da troppi anni mi rivolgo. Perché non hanno sfondato, innanzitutto? Non dico a livello planetario, non fraintendetemi, ma avrebbero certamente meritato d’accedere a quella tipologia di palcoscenico che non ti fa essere sopravanzato da gentaglia meno meritevole e condannato ad esser citato dai soliti aficionados, come spesso accade in quella non ristretta cerchia d’artisti che richiamano in causa l’abusato sostantivo nicchia. Naturalmente se i Toxik non hanno sfondato ci sono delle ragioni, e, pur senza restare una band dal carattere spiccatamente underground (aprirono per Exodus e Candlemass al Dynamo del 1988, per intenderci), quel determinato, atteso e meritato passo non lo fecero.

La classe, innanzitutto. Arma a doppio taglio se ne tiri fuori a secchiate mentre le band di punta cominciano a rinunciarvi. Sfornando due album nel 1987 e nel 1989, i Toxik si presentarono al pubblico leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Piena epopea techno thrash, con Mike Sanders che in World Circus cacciava acuti su acuti senza, però, destinarvi le orecchie al Minipimer come era usanza di certi Watchtower. Sanders era talento puro e si prese tutta la scena in un classico come Pain and Misery. Il resto lo fecero le chitarre, responsabilità di Josh Christian, unico membro dei Toxik a non essersi perso nemmeno un attimo dell’esistenza della band. Pura sopportazione mista ad orgoglio, verrebbe da dire.

World Circus è da molti considerato il miglior prodotto della band statunitense, e ha quel lieve ritardo nei confronti di certi colossi dello US Metal ai quali rende omaggio: non il materiale più ottantiano e minimale (Shok Paris, Fifth Angel), piuttosto quello evoluto di Laaz Rockit e Lizzy Borden che creerà un facile ponte con il thrash metal. Passano meno di due anni ed è il turno di Think This, dedicato a coloro che intendono Rust in Peace come un titolo inarrivabile di infinita classe compositiva, raggiunta a discapito della violenza e dell’irruenza degli anni passati. Think This lo paragono un po’ ad un passaggio obbligato attraverso il quale comprendere al meglio le ultime evoluzioni del techno-thrash, prima che il downtuning e il rallentamento sistematico dei tempi si prendessero tutta la torta. Nel 1991 questo genere di cose già soccombeva. Erano gli anni dell’alternativa tra il compromesso e il cadere di sotto, come ho accennato sopra: nel glam si prendeva la decisione sbagliata delle camicie di flanella e si volava ugualmente di sotto; altrove cambiavano le cifre in palio, e, di conseguenza, la libertà d’esecuzione pareva esser maggiore. In Europa s’ebbe un po’ lo stesso fenomeno, con gli Xentrix che pubblicarono l’elegante For whose Advantage? per poi abbandonarsi agli usi e ai costumi in corso d’opera e virare rotta nell’appena accettabile Kin. Che a molti piace, lo sottolineo.

I Toxik di Think This erano perfettamente riconoscibili, eppure avevano in tutto e per tutto svoltato: via la centrale nucleare di World Circus, dentro gli schermi e il lavaggio mentale che assoceremo alla sua stereotipata eppur ottima copertina. Il thrash metal che nelle tematiche ci spiegava, e ce lo spiegava benissimo, quanto le preoccupazioni degli anni Ottanta fossero dannatamente vicine a quelle odierne: disparità sociale, capitalismo, inquinamento, potenze politiche a braccetto con lobby capaci, nell’immaginario o nella realtà, di qualunque cosa pur d’avanzare verso obiettivi in apparenza irreali. Guardate in ogni singolo schermo presente in quell’immagine: sta tutto lì, racchiuso e magistralmente riassunto.

Lo speed metal di World Circus e della sua meravigliosa title track non scompare, è soltanto arricchito. Sostanzialmente Mike Sanders aveva un discreto estro anni Ottanta ma anche una certa tendenza a non rinunciare, nemmeno per un secondo, alla sua tecnica vocale. Questo era il suo unico limite apparente. Qui entra in gioco Charles Sabin, e la formazione assorbe pure un quinto elemento, il secondo chitarrista John Donnelly. L’album per il sottoscritto è tutto bello, ma trova l’apice nella terza traccia Spontaneous: dinamismo, violente accelerazioni, linee vocali semplicemente indimenticabili.

Questa band non me la sono più dimenticata da allora, un po’ come accaduto con quel brano. E allora, nel ripercorrere quei due titoli e il buon materiale recente, abbondante, ma che ancora deve prender forma attraverso un più che desiderato terzo full length, mi rimbomba nella testa quella sequela di domande culminante in una su tutte. E sono finito col parlarne direttamente con Josh Christian.

Josh, hai arruolato di nuovo Sanders, poi Sabin, infine Ron Iglesias dietro al microfono. Tre differenti personalità a una così breve distanza non rischiano di toglierne ai Toxik, di personalità? Cosa è successo in questi anni?

Tutti e tre i cantanti dei Toxik hanno un innato talento. Mike sinora è stato infallibile e Ron è uno dei migliori cantanti con cui ho collaborato: è molto coinvolto dalle sue linee vocali, ci butta dentro tanto sentimento, tante emozioni. Io per principio ho tentato di dare continuità alla formazione originale cercando di far funzionare la cosa, ma Ron è uno che il metallo se lo sente addosso e che vive per suonare dal vivo. Mike e Charlie non erano allettati all’idea di girare in tour, specialmente Mike direi. Con Ron abbiamo il miglior cantante possibile per i Toxik e siamo una delle migliori band in circolazione: può suonare da spaccone, ma sono le sensazioni che mi trasmette la musica che sta uscendo fuori, e mi rendono eccitato all’idea che esca.

Il 1992 ha chiuso una breve storia giunta un attimo prima al culmine. Considero Think This uno dei migliori capitoli dell’epopea techno thrash, di tutta intendo. Un’epopea che però stava andando letteralmente a rotoli nel momento in cui avreste dovuto godervi i suoi frutti. Hai comunque dei rimpianti?

Tutto sembra migliore se sottoposto alla lente del tempo, a freddo. Si tende a rendere le cose più romantiche di quanto non fossero, ci si emoziona al pensiero e si diventa nostalgici. Ma cazzo se era dura. Quelli non erano per niente giorni facili e nessuno era più interessato a comprarci i dischi, ecco come stavano le cose. Tu puoi andare indietro nel tempo e immaginare questa scena in cui in più parti del mondo Toxik e Watchtower, Coroner e Atheist lavorano, vendono e si fanno una vita. Non più! Era finita, per ognuno di noi. Era finita fuorché per qualche tour limitato, e anche per realtà grosse come i Voivod ogni giorno era una sorta di scommessa ai limiti del mortale. Penso che per i Toxik ogni scelta, di qualsiasi genere, avrebbe comportato lo spappolarci.

Se ti dico che avete EP, singoli, e box set che racchiudono tutto questo e che il materiale recente è di buonissima fattura, ma ti dico che ci vuole un terzo album?

Lo pensiamo anche noi. Avvertiamo una vibrazione positiva ed è in arrivo un grande album. Ne sono convinto, non vado affermandolo per gioco delle parti. Ogni vecchio uomo vuole catturare ancora qualche gloria di gioventù, accumulare testosterone e sentirsi importante: è come stanno le cose detta in maniera più onesta possibile e Dis Morta, oltre a un ottimo lavoro di scrittura e composizione, lo vedo come una piena rinascita per il gruppo. Ognuno ha preso pienamente parte qui dentro, non si tratta di un vanitoso progetto solista spacciato per band e te ne accorgerai.

Dis Morta è il titolo ufficiale?

Ufficiale, sì.

Curiosità mia: le etichette europee vi hanno mai contattato negli ultimi anni?

Ci sono alcuni aspetti del business musicale – e di come continueremo, nonostante tutto, a essere noi stessi – di cui non posso dirti molto oggi, purtroppo, ma vi terremo tutti aggiornati. Grazie per l’opportunità di parlare della nostra musica e vediamo di beccarci fuori da qui, quando suoneremo!

3 commenti

  • Intervista molto concisa (immagino previo accordo) ma estremamente efficace. Mi rimane solo la forte curiosità di una data di uscita, seppur ipotetica, di questo benedetto terzo album.
    Ne sai qualcosa Belà?

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    • No purtroppo, ci stavo arrivando quando gli ho domandato dell’etichetta perché immaginavo un annuncio imminente e qua c’è ancora un discreto numero di pubblicazioni heavy/speed, ma ci ha girato intorno… Posso provare a domandare, anche indicativamente, semmai ti scrivo qua

      "Mi piace"

  • Grazie mille.

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