Lo speciale sul thrash metal giapponese che vi manderà il sushi di traverso

Fu tutta quanta colpa dei Sigh e dell’approccio dei giapponesi alla nostra musica preferita, un concetto che all’epoca avevo percepito in modo vago e avrei approfondito in seguito. Di ciò ho parlato nella recensione del disco dei Significant Point e non mi ripeterò qui: fu quella però la scintilla, senza la quale non mi sarei certamente sbattuto nel cercare e cercare ancora. Un giorno dissi a me stesso che Hail Horror Hail non bastava affatto, e che di quel paese dovevo assolutamente sapere di più. Erano così pazzi che si sposavano a meraviglia con l’heavy metal in tutte le sue forme. Fu la volta dei Loudness, degli X-Japan e infine dei Sabbat. Fu la volta in cui scoprii che c’erano decine e decine di gruppi thrash metal da rastrellare e portare dentro a un lettore cd in punto di fusione nucleare. Il mio.

Cominciamo col mettere un minimo d’ordine. Mi vengono in mente molti nomi, per cui cercherò nei limiti del possibile di scremare per suggerirvi almeno i più interessanti e i più singolari. Cito innanzitutto gli OUTRAGE, omonimi di una band laziale che guarda caso suonava anch’essa thrash attorno a metà degli anni Ottanta. Ancora oggi risultano attivi, e di loro ricordo d’aver ascoltato i primi tre album, non senza un certo entusiasmo. Gli Outrage non facevano che ricopiare i Megadeth e i Metallica, con la velocità e l’aggressività tipica dei Testament. Diciamo che il punto d’arrivo, il terzo The Great Blue, è vagamente paragonabile a Practice What you Preach. All’inizio, invece, era assai più tangibile una vena decadente e oppressiva tipica di chi ha uno o più membri in formazione strafatti dalla mattina alla sera. Megadeth di nuovo, di conseguenza. Direi che li preferisco in quest’ultimo abito poiché, sebbene rasentassero il plagio in certi passaggi, il loro debutto Black Clouds conteneva del materiale notevole dal punto di vista strumentale, specie se si tiene conto della giovane età dei suoi autori.

Se poi pretendete qualcosa che ricalchi l’Europa, e non la Bay Area, eccovelo servito: i JURASSIC JADE, formatisi negli anni della piena esplosione del thrash metal e debuttanti all’incirca nel 1989. L’album s’intitola Gore ed è una via di mezzo fra i Sodom e gli Holy Moses più sparati e primordiali. Immaginate buoni riff e dinamiche appoggiate su un tavolo, al di sopra del quale cade un’incudine che trova il modo di distruggere quanto di buono fosse stato imbandito. L’incudine è il cantante, tale Hizumi, dedito al face painting presumo sin dalla minore età.

Di gruppi ce ne sarebbero poi un’infinità, epoca dopo epoca, tanto che tuttora vi è una scena thrash metal giapponese piuttosto vasta. Rimanendo agli anni a me cari, direi che è il momento di passare ai simpaticissimi GILT FACE. Il loro scopo principale era quello d’ottenere un suono più vicino possibile a …And Justice for All: chitarre ridotte all’osso, batteria bella asciutta e bassista in ritardo su qualche taxi. Ci riuscirono e cacciarono fuori un risultato più che godibile fra riff techno-thrash, repentine accelerazioni e qualche opportuno cambio di tempo. Segni particolari: il basso che si sente eccome (purtroppo) e un look a dir poco preoccupante, caratterizzato da capelli glam, trucco spinto e vestiario che fa pensare a Il corvo, il famoso film di Alex Proyas che però doveva ancora uscire. Tuttavia l’anno era il 1992 e di quella velocità, oltre che di quella snellezza sonora, a nessuno fregava più niente in Europa così come in America.

giltface

Gilt Face

Aggiungete allo stile dei Gilt Face forti radici hardcore punk e otterrete gli SHELLSHOCK, da Seitama, attivi sin da metà anni Ottanta ed ancora oggi in circolazione. Ricordo ancora il loro debutto Mortal Days, uscito nel 1989. Al terzo Fiel Larm già si rasentava la cacofonia con brani brevissimi, blast beat e improvvisi assoli cacciati nel bel mezzo del nulla: prendete i Brutal Truth, calate le loro malsane idee in un retaggio vagamente thrash e avrete precisamente quel disco. Da ascoltare entrambi, il primo per scapocciare un po’, l’altro per garantirsi qualche grassa e genuina risata. 

Conciarsi in malo modo era usanza tipica di molte band giapponesi, così come la riproposizione pedissequa quanto devota della miglior musica d’importazione occidentale. I più spudorati in tal senso erano probabilmente gli AION, il cui debutto Deathrash Bound riproduceva quel mood tipicamente mitteleuropeo che tanto bene conosciamo. Paragono il suono di quell’album ai primi Coroner e vi segnalo pure il bassista Tatsuya Miwa, il quale, oggigiorno, mi risulta attivo in una band denominata nientemeno che Mein Kampf – ah, c’erano pure i Rommel in Giappone, e facevano speed metal. Tatsuya Miwa su quell’album era letteralmente una furia. Badate bene, per quanto l’estetica spinta di questi individui possa far facilmente pensare a dei soggetti da circo, gli Aion hanno riscosso un enorme successo in patria specialmente nei primi anni Novanta, con live su palchi giganteschi trasmessi alla TV e decorosi piazzamenti in classifica a cavallo fra l’uscita di Aionism, probabilmente il loro album più celebre, e Aion del 1992, una cacata completamente distante dal thrash metal degli esordi. Una maggior varietà nella scelta dei titoli, aggiungo, non avrebbe guastato.

E ora una carrellata di nomi secondari: i RAGING FURY innanzitutto, attivi dal 1982, con un solo full length omonimo e un EP in oltre trent’anni di carriera. Di recente si sono messi a pubblicare album in serie come unico dovere morale. Di loro ricordo un bassista/cantante che presentava i pezzi urlando alla Tom Araya e il vizio di utilizzare i tempi medio alti tipicamente alla tedesca. Poi ci sono gli ELDRITCH, dall’unico album Blood Breed Calls my Name del 1993: Megadeth e coretti nei ritornelli da una parte, accelerazioni ai limiti del power metal dei Paragon dall’altra; infine, poca velocità e molta professionalità nell’assemblare idee e riff, che però vanno un po’ a discapito della grinta. In Dog Eat Dog non resistono anch’essi alla tentazione di cominciare un brano con elicotteri e mitragliate di varia provenienza, proseguendo, per fortuna, non con l’arpeggio di One, bensì con altri coretti e tanto groove anni Novanta. Per passare, invece, a qualcosa di veramente estremo, parliamo dei ROSENFELD. Il lavoro in oggetto s’intitola Pigs of the Empire ed è del 1991. Dovete immaginare la linea temporale giapponese come spostata indietro di tre o quattro anni, quindi pensate a sonorità tipiche del 1987/1988. L’album è una di quelle cose talmente indemoniate da far pensare agli Slayer di Hell Awaits e ai canadesi Infernal Majesty, il tutto sorretto da una voce estrema e ricoperta d’effetti di vario genere che fa sembrare Ingo dei Necrodeath un tranquillone che legge La Nazione.

rosenfeld

Rosenfeld

Con i LAWSHED scopriamo Momo, niente meno che l’Ed Repka giapponese: l’album è sempre del 1991 (ma stavolta con maggior coerenza temporale) e si chiama Let us not Talk Falsely. La copertina è un qualcosa che dovreste assolutamente vedere, pertanto ve la piazzo qui sotto. L’album è bello grintoso, con una batteria che adoro e che mi ricorda i primissimi Sacred Reich. In Fatal dei NARCOTIC GREED, con un Dalì preso e messo lì in copertina, sentirete il techno thrash affogato in un’acidità di stomaco da Coroner, con risultati che però valgono all’incirca un decimo di quelli degli svizzeri. In Meanless Propaganda dei DEATHBLOW, invece, ammireremo Edoardo Giardina mentre lancia un giavellotto al sole che gli viene addosso, con l’improvvisa complicazione d’un satellite che gli si para davanti, mentre, tutto attorno nel deserto, i ghiacciai non si sciolgono minimamente – e ora giuro che la smetto con le copertine. L’album in realtà non è un granché e soffre, come molti altri, di quella reiterata sensazione déjà-vu delle annate precedenti, tra suoni ovattati e una batteria semplicemente sovrastante. Potete comunque vederla di fianco a quella dei LawShed che vi ho promesso poco fa.

Siamo alle ultime portate dell’abbuffata nipponica odierna. I primi sono i TERROR FECTOR di Everlasting Hell Damnation del 1994: altro thrash metal estremo, una versione imbruttita del già brutale Tapping the Vein dei Sodom di due anni prima. Un album che non lascia alcuna tregua, lineare e dalla produzione di merda di cui certamente si fecero vanto. Carino, specie nei momenti in cui rallentano e prende forma una predisposizione per la cura tecnica che un solo attimo più tardi abbandoneranno con atroce malevolenza: granitico. I secondi sono i SACRIFICE, e appartengono a quella embrionale fetta di band metal giapponesi che a fine anni Ottanta diedero luogo a un movimento proto black parallelo al nostro e a quello sudamericano. Loro ho deciso di citarveli a causa di una sfrontata attitudine alla Venom e Bulldozer. Molto bello anche il successivo Total Steel mentre con Tears del 1993 abbracciarono una produzione più pulita perdendo per strada qualche pezzetto del marcescente puzzle. E ora di che si ragiona? Cina? Singapore? (Marco Belardi)

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