Assoluta mancanza di pudore: SIGNIFICANT POINT – Into The Storm

Sono rimasto a osservare questa copertina per almeno cinque minuti, inebetito dal dominio del nonsense. Quello scoglio pieno di militi armati di fucili d’assalto, bardati all’inverosimile e intenti a sparare verso l’alto, tranne il quinto da sinistra, che sembra rimpiangere di non essere davanti al televisore a godersi una Becks e la replica di Leicester – Wolverhampton. Che regista, Ruben Neves. In alto sfrecciano gli aeroplani presi in prestito dal debutto dei Raise Hell, una sorta di F35 del metallo che, di tanto in tanto, qualcuno mette nelle copertine per vedere che effetto fanno. Il primo di questi va palesemente oltre il bersaglio, segno che la partita della Premier interessa pure a lui. E poi c’è il mostro. C’è mostro e mostro. Ci sono quelli che disegna Girardi, a volte demoniaci golem di roccia appena rintracciabili nell’immagine e camuffati in immense montagne, in altri casi in primo piano nonché palesemente a cazzo di fuori. E poi c’è il mostro Capitalismo che domina gli incubi di Ed Repka. Infine ci sono i mostri giapponesi.

Dopo aver osservato per cinque minuti netti la copertina di Into The Storm, ho dedotto due cose: che il logo suggerisse un album da ascoltare al più presto, probabilmente speed o thrash metal e dunque roba mia, e che questi qua fossero giapponesi (l’etichetta però è tedesca, la Dying Victims Prod.). Avevo bisogno di un disco del genere; l’ho ascoltato, riascoltato, e sono giunto a una conclusione: Into the Storm è una lezione di vita

Prendevamo per il culo i nipponici per il loro piglio da eterni fanboy, da fomentatissimi appassionati di un qualcosa di culturalmente distante che tentavano grossolanamente d’importare. A parti inverse, ciò è avvenuto solo nel sottosuolo. Intendiamo spesso l’arte e la cultura giapponesi come un qualcosa di sopraffino e destinato non esattamente agli stessi individui che si recherebbero in Thailandia per fare sacchettate di barely legal teen. La fioritura dei ciliegi, il Fuji innevato, le usanze che i secoli non sono stati in grado di cancellare, il té, gli origami, la lavorazione dei metalli e del legno. È una lista lunga, lunghissima. Questi riescono a far valere cifre spaventose una carpa colorata che sta nel laghetto del giardino, e c’è un severo criterio dietro il lievitare di codesta somma. Però sono stati contagiati dagli anni Ottanta, come tutti. Riecheggiano nelle mie orecchie le urla del tizio che in Mai Dire Banzai quasi esplodeva, giacché la prova da superare consisteva nel trattenere il piscio a oltranza. I giapponesi nel bene e nel male sono folli: a noi non riesce più. Ecco perché scrivo prendevamo per il culo, al passato.

I giapponesi – come ogni altro popolo – hanno i propri punti di forza e di cedimento ma c’è una cosa in cui difficilmente li batti: la devozione. Se un giapponese è devoto al metallo, ce n’è per pochi. Prendono il metallo e lo imitano, se ne vanno in giro in denim & leather e si piazzano sopra la testa quei capelli di merda che per un decennio abbiamo dovuto sopportare sullo scalpo dei Tokio Hotel. Into the Storm è l’heavy metal. Ha pochi pregi e tanti difetti ma il peso dei primi è inverosimilmente superiore a quello dei secondi, che si tollerano volentieri.

Non badate alla lunga bio che cita più nomi possibili, dai Loudness ai Judas Priest. È per lo più speed metal, punto e basta. Nella parte centrale ci sono episodi, come la goffa You’ve Got the Power, nei quali emerge il classico approccio giapponese all’heavy metal tradizionale che lo fa somigliare alla sigla di un cartone animato. Ma sono i pezzi speed metal quelli che funzionano meglio. Attacker e Heavy Attack, con quei titoli che usano la stessa parola senza alcun pudore, Deathrider o la più ritmata Danger Zone sono validi motivi per mettere su questa roba e spiegare come stanno le cose a quegli alfieri cinquantenni dell’heavy metal europeo che non la vogliono smettere di suonare e le hanno tentate tutte, dai concerti con l’Orchestra al merchandising più fastidioso dello spam, per finirla con album che non hanno più la minima energia. I Significant Point, invece, urlano sguaiati come se dopo otto fette di cocomero, quattro birre, e, per concludere in bellezza, una granita alla menta che strabocca dal bicchiere di plastica, se ne stessero lì, con gli occhi iniettati di sangue e piscio che manco la copertina di Reload, in attesa di vincere la sfida o perire.

Dovremmo cominciare a imitare gente del genere, a non avere vergogna di due titoli troppo simili messi in fila in una tracklist, a urlare fuori tonalità senza dover spiegare su YouTube che non s’è usato Autotune. Ma non ce la facciamo, perché, a differenza di questi fantastici e giovani giapponesi, di acqua e di capolavori e di line-up sotto ai nostri ponti ne sono passati fin troppi. È l’imitazione di ciò che fu, in questo momento, la forma di heavy metal tecnicamente più riuscita ed efficace, quella di cui tener conto. (Marco Belardi)

 

 

7 commenti

  • Mi hai incuriosito non poco ed ho messo su il disco mentre leggevo l’articolo.
    E niente, mi è salito un sorrisetto/ghigno che credo mi resterà per il resto della mattinata.
    Difficile anche solo concepire che un disco del genere possa uscire negli anni ’20, ma forse è davvero quello di cui abbiamo bisogno.

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  • Tra l’altro pare che i giapponesi non puzzino di sudore ! Non è una trollata, l’ ho letto veramente, mi pare su Focus.

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  • Che chicca che hai scovato Belardi! Grazie

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  • Lorenzo Centini

    Estasiato…

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  • Stefano Mazza

    Se ne accennò anche su Telegram: disco veramente interessante. Nonostante sia palesemente passatista nelle immagini, nei testi, nei suoni, in tutto, ha comunque anche un piglio moderno, attuale, per cui è facile che ci troviamo di fronte a qualcosa a cui fra qualche anno (o magari anche qualche mese, chissà) verrà dato un nome.

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  • Letto su Truemetal, ascoltato solo un pezzo (album non ancora edito), mi garba. Lontano dai grandi canoni europei, mai fatto gran metal i giappi, ma operazione nostalgia carina. Certo, dopo un pezzo metto i Running Wild o i Priest. Alta la bandiera della vecchia Europa, sucatecelo tutti.

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