La cattiveria per risorgere dalle feste: EVILDEAD – United States of Anarchy

Il ritorno degli Abattoir è stato chiacchierato così tante volte che, alla fine, sulla tavola apparecchiata ci vengono serviti i cugini Evildead. Che questo sia un bene o un male è elemento del tutto irrilevante, e casomai a importarci sul serio è il solo fatto che l’album sia buono. O anche qualcosa di più.

È questa la parte difficile, stabilire se l’album sia o non sia buono. Premetto: sono un amante degli Abattoir e del loro elegante speed metal in maniera pressoché incondizionata, sia in riferimento al debutto Vicious Attack che al secondo The Only Safe Place. Li ritengo entrambi bellissimi. Tuttavia ciò non m’impedisce di nutrire una storica curiosità verso gli Evildead, ovvero quel salvagente che permise ad alcuni degli Abattoir di continuare a suonare metal nel momento in cui dello speed metal tradizionale non fregava più un cazzo a nessuno. La loro musica è feroce ed impreziosita dalle copertine del solito Ed Repka che ci mostra il borghese e trasandato yuppie americano prima in una spiaggia devastata dall’inquinamento e poi in un contesto urbano sottilmente militarizzato. L’attualità e le preoccupazioni per il futuro negli occhi di chi crebbe attraverso gli anni Ottanta perfettamente rispecchiate nel grigio presente. Ho impresse quelle due copertine di Ed Repka come ben ne ricordo altre, senza con ciò nulla togliere alla musica e al loro debutto Annihilation of Civilization, per quanto mi riguarda il disco degli Evildead che realmente fu degno di menzione.

Anche stavolta torna Repka e con lui tornano Juan Garcia, chitarrista già negli Abattoir e negli Agent Steel di Skeptics Apocalypse e successivi, e quel Karlos Medina che visse – sempre al fianco di Garcia – un po’ tutta l’era Bruce Hall. Un fortunato, se si considera com’è conciato John Cyriis.

Torna soprattutto Phil Flores, anche perché in sua assenza verrebbe da dire che non si tratta affatto degli Evildead. Flores si ripresenta un po’ afono, ma compensa collocandosi su un timbro vocale a metà fra Cronos e il primo Tom Araya, e cioè come un totale debitore nei confronti degli stessi Venom. Risulteranno lodevoli le cadenze, la capacità recitativa e il limitato utilizzo dei cori messi lì a spezzare tutta quell’acidità repressa. È la resa vocale che nel complesso è mediocre, ma in assenza di longevità dirò che Flores ha saputo cavarsela con l’esperienza e la cattiveria.

United States of Anarchy è probabilmente uno degli album thrash metal più cattivi che ho sentito quest’anno, in cui di thrash metal, devo dirlo con un pizzico d’orgoglio, ne ho sentito davvero tanto. Ho sentito gli Onslaught, cazzuti e a briglia letteralmente sciolta nella loro palpabile inefficacia, e i Warbringer con tutte le loro blastate di batteria a vuoto. La cattiveria è qui, figlia degli anni Ottanta come fosse travasata direttamente da quei tempi. Il disco mi ricorda vagamente Cast in Stone dei Venom e qui giungerò dritto ai suoi pregi e difetti. È un monoblocco, non si spezza in più parti fino a ottenerne delle canzoni. Puoi puntare su una formula del genere se hai del materiale veramente forte, da berti d’un fiato senza quasi accorgerti che è terminato un pezzo per dare il via al successivo. In questa maniera abbiamo ereditato World Downfall e Reign in Blood, se ci penso. United States of Anarchy non è paragonabile né a uno tantomeno all’altro, e per questo, oltre che per la sua audace struttura, mi risulta seriamente pesante da ascoltare. La maggior parte della sua durata è giocata su tempi medi e lenti, senza che vi sia una totale rinuncia alla velocità come quella che comandarono i Novanta a partire dal 1992. Sembra semplicemente d’essere eternamente fermi allo stesso pezzo seppur con alcune eccezioni, e, nonostante tutto questo, in ogni brano troverete uno o due riff non degni di nota. Pazzeschi. Troverete una canzone che inizia molto banalmente e che a un certo punto vi farà scapocciare senza un ritegno, per poi adagiarsi subito dopo. United States of Anarchy vive di momenti, non di canzoni, di singoli, di hit. Vive di momenti che sono bellissimi ma che raramente trovano una logica continuazione, un appoggio dalla musica che li segue o precede. E nonostante affoghi nei suoi numerosi difetti, sto qui ad ascoltarmelo per la decima o dodicesima volta perché ha un magnetismo, un mood, una pece nera addosso che mi rimanda a certi modi d’interpretare il thrash metal che in assoluto sono fra i miei preferiti.

E allora che vuoi dirgli a questi, se non bentornati? (Marco Belardi)

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