Il thrash metal secondo Montesano: ONSLAUGHT – Generation Antichrist

In un mercoledì d’estate fra tanti mi scoprii interessato all’uscita del nuovo degli Onslaught, fissata in agosto. Il venerdì mi ero di colpo ricordato che non c’era più Sy Keeler, il cantante di The Force o più in generale di tutta l’epoca post-reunion. Non molto tempo fa era pure uscito questo singolo, A Perfect Day to Die: c’era ancora Sy Keeler al microfono e il pezzo era pure ganzo, al punto che lo rimisi su svariate volte. Poi, il silenzio. Perché pensassi che il prossimo album sarebbe stato il più riuscito dal loro ritorno in scena, onestamente, non lo sapevo.

Il sabato lessi la scaletta di Generation Antichrist, constatando che vantava uno dei peggiori titoli di sempre. Mi ricordava uno degli album più ignobili dei Kreator, condito da quel “generation” che non faceva che peggiorare le cose. Alla lettura di Religiousuicide, traccia numero otto, ricordo che mi stavo ingozzando di ciliegie come Salvini in quel video e che a momenti mandavo di traverso un nocciolo.

montesano

La domenica, a cinque giorni esatti dalla sua uscita, di Generation Antichrist onestamente non mi fregava più un cazzo a causa di una serie di preconcetti. Ero tuttavia curioso di conoscere quel David Garnett messo lì al posto di Keeler. David proviene dai Bull Riff Stampede, una band inglese dal suono tutto sommato modernotto, con lui che strilla e stride come se fosse nei Sadus. Onestamente non mi sono piaciuti. Il lunedì risento A Perfect Day to Die ed è davvero carina, e per associazione lessicale e sonora mi ritorna una certa voglia di riascoltare Another Perfect Day dei Motorhead.

Il venerdì esce l’album, e, giusto un attimo prima di metterlo su, ridò un’occhiata ai titoli. Rise to Power mi ricorda l’ultimo Arch Enemy e quelle tematiche in stile “noi contro i potenti che lavorano col favore delle tenebre”, che fanno assomigliare il songwriter metallaro all’ultima settimana di vita social di Enrico Montesano. Musicalmente, però, Rise to Power non la me fa affatto pigliare malissimo. Ci sono quei giri melodici di chitarra che, all’epoca di Steve Grimmett, fecero assomigliare gli Onslaught a una band così raffinata da costituire una sorta di paradosso nei riguardi della furia punk di Power From Hell. Erano sempre loro, ed erano ancora una volta perfetti così.

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Ecco, l’intro Rise to Power è uno dei due piatti forti di tutto Generation Antichrist. Al suo termine irrompe David Garnett, che non canta come nei Bull Riff Stampede. Canta, piuttosto, come un’evoluzione/involuzione del connazionale Cronos, costituendo, di fatto, un (volontario?) ponte con il passato degli Onslaught. Sul piano vocale, e direi non soltanto, essi hanno spesso rivolto lo sguardo proprio allo storico frontman dei Venom: irruenza, iconoclastia e quella voce graffiante, ingredienti ora diluiti perché quella furia non c’è più. David Garnett è una roba tipo il villain di Split di M. Night Shyamalan: la prima personalità l’abbiamo scrutata nella sua precedente band, la seconda in Rise to Power. Dopodiché si immedesima in Chuck Billy e lì rimane. Perché fa così, mi dico?

Le note dolenti non sono affatto terminate. Ad esempio, la title-track, oltre ad avere quel titolo tremendo, comincia come God Send Death degli Slayer o giù di lì. L’album di per sé non ha troppo altro da offrire, ma spara una seconda e ultima cannonata e la chiama All Seeing Eye. Il pezzo è in tutto e per tutto una canzone dei Testament, soltanto l’ha scritto Nige Rockett: il timbro vocale è quello di Chuck Billy, mentre il riffing assomiglia a pezzi ritmati come Down for Life con qualche accelerazione in più e un ritornello particolarmente acchiappone. All Seeing Eye mi si è stampata in testa più di tutto l’ultimo dei Testament messo insieme, esclusa forse Dream Deceiver.

Arrivo alla malfamata Religiousuicide, che utilizza lo stesso trucchetto di post produzione che avviava Ghosts of War dei soliti Slayer. A volte sembra che certe cose Nige Rockett le faccia un po’ apposta. È un singolo, e capto un paio di frasi che mi suggeriscono di andarmi a leggere l’intero testo. Perchè se Religiousuicide ha quel titolo, il testo deve essere qualcosa di pazzesco.

Infatti è allucinante, e completa un’ottima combo con quella 66fucking6 dal precedente album, culminando in un indimenticabile religion takes it up the ass” che ha rischiato di farmi scoppiare tutti i denti dal digrignare nervoso. In compenso, il pezzo, nel suo protrarsi non-casualmente slayerano, sembra rialzare un minimo la testa dalla completa monotonia solo in occasione di quell’assolo centrale che ha in sottofondo una bella bordata ai limiti del death metal. Poi, più nulla, in un singolo.

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Non so che altro aggiungere. Gli Onslaught della reunion hanno del tutto rinunciato al gusto melodico prorompente di In Search of Sanity. Interessanti in partenza, hanno comunque partorito uscite nella media o appena sopra di essa fino a VI.

Generation Antichrist mi pare il più facile da assimilare e, allo stesso tempo, il meno riuscito della loro seconda vita: è esattamente il thrash metal che ricercano i giovani, con quei suoni replicati in serie e la costante sensazione che da un momento all’altro facciano capolino il growl, i blast beat o altre caratteristiche che un tempo il filone non adoperava, e che i Testament hanno sdoganato nel 1999. Nige Rockett gioca di furbizia oppure va pazzo per aspetti del genere, perché li ha saputi dosare al tempo di Killing Peace e oggi ne fa addirittura sfoggio. Poi c’è il mixaggio che è una roba inspiegabile, con la cassa della batteria alta quanto nei Vader di Doc, come se un gatto fosse passato di proposito sulle levette spostandone alcune a caso. Mi domando come sia possibile ascoltare il prodotto finale e non essere d’accordo nel comunicare al produttore che quella cassa ha un volume assurdo, e che l’effetto si moltiplica a ogni entrata in doppia fino a disturbare. Ma la storia è costellata di musicisti che hanno esplicitamente richiesto cose che avevano dell’assurdo ai produttori, chiedere al Flemming Rasmussen del 1988 per avere conferma.

Un piccolo passo indietro rispetto a sette anni fa, per un gruppo che oramai si è completamente adagiato sui canoni del thrash metal moderno, dimenticando da dove proviene e quali sono gli ambiti entro i quali ha saputo muoversi con maggiore destrezza: considerando la facilità d’adattamento nel passaggio fra il primo e il terzo album, non mi meraviglio che il volto musicale degli odierni Onslaught non corrisponda a niente a cui ci avevano ben abituato in passato. Dimenticavo: A Perfect Day to Die l’hanno rifatta con David Garnett alla voce, e non fa più presa nemmeno lei. (Marco Belardi)

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