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Avere vent’anni: INFERNAL MAJESTY – Unholier Than Thou

23 agosto 2018

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Quando mi sono messo a scrivere un articolo, seguito a ruota da un altro a titolo Le delizie dello scantinato, mi venne in mente che un terzo pezzo avrebbe potuto senza dubbio riguardare gli Infernal Majesty. Questo perché si trattava pur sempre di parlare di quegli album thrash “sotterranei” che non mi sono più tolto dalla testa in alcuna maniera, e se qualcuno di voi conosce e di conseguenza apprezza None Shall Defy, mi capirà subito. Ci sono trentacinque gradi a Firenze e mi fa una fatica bestia buttare giù due pezzi distinti, perciò tenterò di accorpare il tutto qui, in Avere vent’anni, e credo di essere pure in grado di evitare di dilungarmi troppo dato che del loro album del 1998, Unholier Than Thou, c’è davvero poco da dire.

Gli Infernal Majesty sono canadesi, li scoprii per puro caso in un pomeriggio torrido come questo e l’ascolto del loro debut album del 1987 mi segnò definitivamente: era una di quelle cose come l’omonimo Hobbs Angel Of Death, che alla fine quasi nessuno ascolta ma che quei pochi fruitori, o meglio adoratori, si porteranno dentro per sempre. Il paragone fu immediato e ne realizzai uno soltanto, gli Slayer di Hell Awaits. Meno veloci, meno rumorosi forse e con un look glam rock che avrebbe fatto schifo perfino ai Pantera di Power Metal. Ma cazzo quanto erano bravi, e se provate a dare un ascolto a Night Of The Living Dead o alla title-track ve ne farete certamente un’idea, fatta di thrash metal oscuro, infarcito di improvvisi cambi di tempo e immerso in un sound particolarmente asciutto. None Shall Defy era bellissimo, e per averlo mi toccò ordinarlo da un tedesco che probabilmente non sapeva quello che stava facendo, oppure era indebitato fino al collo per le conseguenze di qualche fenomeno tipo il dieselgate

Dopo una lunghissima pausa, gli Infernal Majesty sono tornati sulle scene sul finire dei Novanta – ovvero quando nessuno sentiva il bisogno di un gruppo thrash metal, concetto poi ribaltato totalmente da The Gathering dei Testament – e da allora, di decente, hanno inciso il solo No God. Che se non ricordo male è del 2017, il che significa che l’anno scorso mi sono totalmente scordato di recensirlo. Unholier Than Thou del 1998, invece, è un album principalmente fatto di mid-tempo, che conserva la cattiveria del suo predecessore e pure gli intepreti principali – tradotti in Chris Bailey alla voce e nei due chitarristi Hallman e Terror – ma è molto, molto più noioso. Vorrei azzardare discontinuo, ma purtroppo non è così dato che non presenta particolari vette da ricordare. Eccezion fatta per un paio di momenti di pura classe sparsi in giro – come l’ottimo lavoro solista su Gone The Way Of All Flesh – si ha l’impressione che il death metal figlio degli Slayer e tipico di qualche anno prima, avesse partorito qua dentro senza sortire gli effetti desiderati. Le rare accelerazioni ricordano vagamente i primi Malevolent Creation con Brett Hoffman ma non incidono come dovuto, e non c’è molto altro da dire se non che la copertina era una sorta di edizione for dummies delle magnifiche e confusionarie opere di Dave Patchett. Sentitevi piuttosto No God, e naturalmente quel None Shall Defy che dovrebbe essere nella collezione di ogni thrasher, nessuno escluso. (Marco Belardi)

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