Dieci dischi per gli anni Dieci: Ciccio Russo

Ripercorrere un decennio di playlist, alla ricerca di un criterio sensato per buttare giù una lista di dieci album per l’arco temporale tra il 2010 e il 2019, si trasforma presto in un agrodolce amarcord, complice la sovrapposizione pressoché totale con una fase, quella tra la trentina e gli imminenti ‘anta, che è la più intensa (e sovente più felice) stagione della vita di un uomo. Ciò mi ha liberato subito da propositi farraginosi quali elencare i dieci dischi che mi sono piaciuti di più (per quello ci sono le playlist vecchie) o che ho ritenuto più importanti e influenti per le sorti della scena (e magari ho ascoltato pochissimo preferendo l’ennesimo clone degli Incantation che in quel momento mi stava prendendo bene). Gli album rievocati qua sotto – in ordine rigorosamente cronologico – sono quindi, semplicemente, quelli che meglio rappresentano l’effettiva colonna sonora di questo pezzo di vita, mentre mi soffermo con la giusta dose di trasognato sconcerto sull’eterna domanda posta da un Tom Waits d’antan: “How the hell did I get here so soon?” .

RED FANG – Murder the Mountains (2011)

Se avessi voluto provare sul serio a fare la classifica dei “migliori dischi del decennio”, Murder the Mountains ci sarebbe finito comunque perché è semplicemente un capolavoro, uno di quegli album dove ogni canzone è un potenziale singolo. Lo stoner stava diventando un trend dalla sorprendente solidità. Quando i Red Fang capitavano in città c’era sempre il pienone e venivano pure le ragazze affiliate all’allora furoreggiante moda rockabilly. Frangetta alla Betty Page, minigonne di ecopelle nera e tatuaggi da marinaio. Se la gnocca è dalla tua parte, hai vinto. In quel momento a Roma c’era una scena vera, c’erano decine di gruppi che suonavano musica per drogati e spaccavano più o meno tutti. Il Sinister Noise come seconda casa, i Black Rainbows visti una volta al mese, un senso di militanza e appartenenza che il mediocre e litigioso circuito metal capitolino del decennio precedente nemmeno sfiorava, la coscienza di fare parte di qualcosa di bello. Formidabili quegli anni.

ALESTORM – Back Through Time (2011)

Non la loro prova migliore (quella è il debutto Captain Morgan’s Revenge) ma gli Alestorm dovevo metterli per forza. L’incarnazione metallara dello spirito cazzone da fuorisede, la tragica trasferta fantozziana allo Wolfszeit e l’inutile telefonata notturna a Herr David Lipinski, l’incredibile concerto al Traffic con il beer bong e The Immobilizer, l’intervista mancata al Fosch quando mi scolai parte della dotazione alcolica che era stata messa a disposizione di Christopher Bowes nel backstage sotto lo sguardo giustamente disgustato del promoter, il festival olandese durante il quale cantai a memoria tutti i testi degli estratti da No Grave but the Sea pur avendone parlato tiepidamente in sede di recensione. Quella fu la prima volta che vidi Bowes astenersi dall’un tempo tradizionale crowdsurfing di fine show e capii che era ormai finita.

 I CANI – Il sorprendente album d’esordio de I Cani (2011)

Se nel 2011 vivevi a Roma, avevi trent’anni e bazzicavi la “scena alternativa”, questo disco parlava un po’ anche di te. Il primo lavoro de I Cani riuscì a essere il caso dell’anno (e forse qualcosa di più) della scena indie italiana nonostante fosse comprensibile appieno solo per chi rientrava nel succitato identikit che era poi anche il mio. Mai fregato nulla di Wes Anderson o di Vasco Brondi, ma certi contesti, certi locali, certe tipe e certe compagnie che frequentavo allora rientrano nei ritratti spietati dipinti con pochi tratti da Niccolò Contessa. Le “velleità che aiutano a scopare”, i “pariolini di diciott’anni animati da un generico quanto autentico fascismo”, i “fuori sede che ci provano con le bariste (coi soldi dei padri)” sono immagini che raccontano quei luoghi e quegli anni con un’efficacia disarmante. Del secondo album non mi fregò nulla ma pure io ero passato ad altro, nel frattempo.

MORBID ANGEL – Illud Divinum Insanus (2011)

Su questo album il blog ha campato per almeno un anno, tra fotomontaggi, parodie, meme e tormentoni che erano ormai diventati parte del nostro linguaggio. Kill a Cop, Falcorrr, AH-O-AH, l’elaborazione concettuale dello stile di vita hardcore radikult (gradirei incontrare David Vincent per illustrargliela e scoprire cosa ne pensa). La stroncatura spietata che scrissi all’epoca rimane il mio punto di vista oggettivo ma il disco del decennio al quale sono più affezionato alla fine è questo. Ho completamente dimenticato molti titoli che ho inserito nei listoni degli anni passati, Illud Divinum Insanus lo so ancora a memoria. Ovviamente finii per comprarlo originale nell’edizione limitata. THE RADIKULT ARE HERE TO STAY, YAY!

ANATHEMA – Weather Systems (2012)

Ora mi ricordo solo Untouchable e il disco intero non lo ascolterò da allora. L’album e il tour finirono però per diventare – potere della serendipity – un modo di fare i conti (e chiuderli) in modo seren(dipic)o con quel lato romantico e introspettivo, alimentato dall’ascolto compulsivo di goticumi assortiti, che tanti grattacapi mi aveva dato in gioventù. Dai corruschi languori adolescenziali alla solarità invitta: chiusura del cerchio personale sovrapposta alla chiusura del cerchio per la band di Liverpool. Difatti la carriera degli Anathema finisce qui: i due album successivi sarebbero stati orrendi e i fratelli Cavanagh decisero, giustamente, di non insistere.

MANOWAR – The Lord of Steel (2012)

Il 2012 fu un anno in cui mi divertii parecchio, una specie di party ininterrotto durante il quale l’uscita di un nuovo Lp dei Manowar assunse importanti connotazioni simboliche, giacché la pubblicazione del precedente Gods of War era invece coincisa con il periodo più nero mai capitatomi. La differenza fu che nel 2007 non mi ero filato il nuovo Lp dei Manowar, anzi, non lo avevo sentito proprio, aggravando un quadro psicofisico già deplorevole con l’ascolto compulsivo di indie folk piagnone e altre merdate da sfigati. Ovviamente se avessi acquistato Gods of War non dico che la mia esistenza sarebbe migliorata di colpo ma sicuramente mi sarei ripreso più in fretta. La morale è talmente evidente da non dover essere neppure spiegata. Una volta lasciate alle spalle le componenti deteriori del proprio io adolescenziale, il passo successivo della maturazione è riappropriarsi di quelle positive. Altrimenti si diventa come quei patetici soggetti che a trent’anni si rivendono tutta la discografia e smettono di uscire di casa la sera perché si sentono vecchi e gli fa fatica. The Lord of Steel uscì quindi esattamente quando doveva uscire. Fu il momento in cui maturai la definitiva coscienza di possedere il segreto dell’acciaio e, di conseguenza, aver capito tutto della vita, e qua forse posso parlare pure per Roberto e Charles. Una faccenda spiegata benissimo proprio dal Barg nel live report della data di Basilea che inaugurò il rituale annuale della trasferta all’estero per i Manowar, culminato con un viaggio ai confini del mondo.

CLUTCH – Earth Rocker (2013)

Se avessi dovuto scegliere un disco solo, avrei scelto questo. Uno di quei picchi di ispirazione che capitano una volta nella carriera, un album incredibile dove ogni pezzo è un potenziale classico, abbastanza testosterone da mettervi incinte dopo un paio di accordi se siete femmine e farvi crescere in pochi secondi una barba come quella di Neil Fallon se siete maschi, l’incredibile concerto all’Hellfest con le tipe con le tette al vento che ti volavano sopra la testa. Il rock’n’roll, insomma.

BLOOD CEREMONY – Lord of Misrule (2016)

Il narcosatanismo vintage, soprattutto nella sua declinazione con voce femminile ritualistica, è stata quella che mi ha preso meglio tra le varie tendenze che hanno attraversato il decennio in oggetto. Il mio preferito dei canadesi in realtà è Living With the Ancients ma pareva brutto mettere cinque dischi del 2011 e lasciare un buco di sei anni. Sono stato indeciso fino all’ultimo se mettere loro o gli Uncle Acid & The Deadbeats ma alla fine ha vinto il fascino occulto di Alia O’ Brien che, lo ricordiamo, è la donna ideale.

ATLANTEAN KODEX – The Course of Empire (2019)

Piazzo l’ultimo per evitarmi l’impiccio di dover scegliere tra i primi due. Atlantean Kodex non vuol dire solo il miglior gruppo epic metal nato negli ultimi dieci (venti? trenta?) anni ma vuol dire James George Frazer; vuol dire Robert Graves; vuol dire di riflesso Mircea Eliade ed Ernst Jünger; vuol dire una parte importante degli autori che, a maturità già sopraggiunta, hanno costruito la mia visione del mondo attuale; vuol dire un percorso partito con la scoperta, da ragazzino, di Lovecraft e Howard. Una buona metà delle mie letture, attuali e passate, ha gli Atlantean Kodex come ideale colonna sonora. Per i romanzi hard boiled e i saggi di storia contemporanea, accetto suggerimenti.

RAMMSTEIN – Rammstein (2019)

Il 2009 era finito con una delle allora frequenti trasferte a Berlino a casa di un amico (ciao Giorda’), oggi stimato dirigente di una multinazionale, lì trasferitosi non molto prima a godersi quella che allora era – e chissà se tornerà a esserlo quando sarà terminato questo incubo – la capitale più eccitante d’Europa. Liebe Ist Für Alle Da era appena uscito e, sebbene sia il peggior disco dei Rammstein, me lo sparavo in cuffia di continuo perché adoro i cliché. In seguito con la Germania è nata una storia d’amore, nel senso che ho sposato una crucca. Nel frattempo i Rammstein avevano sempre continuato a esserci e quando usavo ancora Last Fm si contendevano con gli Slayer la vetta di gruppo più ascoltato. Sento ancora moltissimo questo album e mi piace più ora che all’epoca della uscita. Nondimeno, Rammstein sarebbe finito nella lista anche se avesse contenuto solo peti: se devo nominare un gruppo che mi ha accompagnato in quasi ogni singola fase di questo lungo e rapidissimo decennio, quel gruppo sono i Rammstein. (Ciccio Russo)

4 commenti

  • Queste liste di base sono sempre strautili per recuperare qualcosa perso o dare chances a qualcosa di ignorato.
    Quando però ci infili anche queste perle, ti si vuole proprio del bene:
    “Una volta lasciate alle spalle le componenti deteriori del proprio io adolescenziale, il passo successivo della maturazione è riappropriarsi di quelle positive. Altrimenti si diventa come quei patetici soggetti che a trent’anni si rivendono tutta la discografia e smettono di uscire di casa la sera perché si sentono vecchi e gli fa fatica”
    E comunque, parlando dei mai troppo lodati AK, per Frazer tanto amore ma Graves mi sta facendo due palle a capannone.
    PS Se scopro che c’eravate anche voi a Theuern, nel pazzesco anno dei miei 30, mi mangio la toppa tarocca di hail and kill sul gilet.
    PPS quando (e non se) riuscirò a tornare al KIT, vi voglio trovare lì.

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  • Il disco dei Morbid Angel, è una bella gara a scegliere la porcheria più divertente tra quello e Lulu di Metallica e Lou Reed.
    Oggettivamente, è un disco che ha fatto storia, perlomeno su questo portale. Sarebbe stato criminale non inserirlo.

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  • Weather Systems è un disco che è rimasto sottopelle anche a me, non riesco a credere quanto tempo sia passato e quanto tutto sia differente da allora. Untouchables è oltre.

    The Course of Empire me lo sto risentendo giusto in questi giorni, come spesso faccio. Disco monumentale con la sequenza da Chariots a He Who Walks da sballo assoluto.

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  • Non mi piace nulla tranne gli Alestorm. Lord

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