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Chiamata alle armi: MANOWAR @St.Jakobshalle, Basilea (CH) 18.01.2015

23 gennaio 2015

I trent’anni sono un giro di boa per tutti. Lo so che ve lo dicono da sempre, ma volevo confermare il concetto: è così. Vedi intorno a te gente che cambia per il lavoro, cambia per le femmine, cambia per le circostanze, cambia perché – ed è la cosa più grave – è convinta che a trent’anni si DEBBA cambiare, per qualche regola non scritta ma ugualmente cogente la cui non osservanza comporterebbe la perdita della propria virilità o che so io. “Non siamo più ragazzini, dai. Fai la persona seria. Abbiamo trent’anni”, e stacce. Anche noi che, come già detto, abbiamo il metallo, non siamo immuni a questa cosa. Gente che prima accendeva lo stereo in macchina anche solo per raddrizzare la macchina nel parcheggio adesso magari non si fa un concerto manco se glielo mettono gratis sotto casa. Per questo è importante ricordarsi costantemente chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare a parare. Una trasferta per un concerto dei Manowar a trenta (e passa) anni assume quindi un valore simbolico che va molto al di là della usuale sfacchinata rock’n’roll che ti fa sentire a posto con te stesso e ti fa guadagnare punti-Valhalla. A un concerto dei Manowar ci si conta; ci si guarda dentro, sperando di trovare le conferme che ti servono per capire che tu sei sempre tu, e che sei diventato quello che a sedici anni speravi di diventare.

Farei concidere idealmente l’inizio dell’esperienza alla sera del giorno prima, che sarebbe dovuto essere il gran giorno della calata romana degli At The Gates ma che, dopo la cancellazione dell’evento, si è trasformata in una cena tra me, Ciccio e Charles a base di una pasta con polpette, mezzo chilo di ‘nduja e caciocavallo beneventano che ci ha fatto incamerare aria sufficiente per scoreggiare tutta la durata del viaggio. È un mondo difficile. A quel punto, anche se avremmo potuto tranquillamente arrivare a Basilea coi nostri jetpack rettali, abbiamo preferito usare il biglietto Ryanair perché era peccato buttare i soldi. Però atterriamo con quasi un’ora di ritardo e, tra una cosa e l’altra, iniziamo a temere di fare tardi perché il concerto comincia alle SETTE DI POMERIGGIO. Capisco che nella Mitteleuropa la gente tende a non fare un cazzo dopo il tramonto però un concerto alle SETTE DI POMERIGGIO è la cosa meno rock’n’roll che mi sia capitata di esperire. Noi arriviamo puntualissimi, proprio in tempo di sentire l’attacco di Manowar mentre mettiamo piede nel palazzetto; che è bellissimo: enorme, con gli spalti, spazi larghissimi, ottima acustica e tre supermegaschermi HD come non ne avevo mai visti. Ci sono migliaia di persone, ma come era prevedibile riusciamo ad arrivare tra le prime file in cinque minuti, sempre sventolando la bandiera che vedete raffigurata su. Le scritte sono state fatte da Ciccio quella mattina stessa, quindi le sbavature che vedete sono frutto della concitazione e del fatto che, non avendo pennelli a punta grossa, per riempire i bordi ha preferito versare mezzo litro di inchiostro di china. Avete una minima idea di che puzza faccia l’inchiostro di china? Io avevo quella cosa nello zaino e all’aeroporto avevo il terrore che la Digos mi sparasse addosso. Al concerto copriva addirittura la potentissima puzza di metallaroTM e ha creato un cerchio di panico attorno a noi. In questo, quanta parte abbia avuto la nduja del giorno prima non è esattamente quantificabile. Però sia Eric Adams che Joey DeMaio ci hanno più volte indicati, quindi ne è valsa la pena. 

20150118_192345 - Copia

Sul concerto in sé non saprei esattamente che dire. La scaletta la vedete più sotto: essendo un tour del venticinquennale di Kings Of Metal hanno suonato tutto Kings Of Metal, tranne Pleasure Slave. Qualche cavallo di battaglia, la titletrack dell’ultimo e, chissà perché, Dawn Of Battle. Hanno fatto solo un assolo di basso, ma in compenso hanno attaccato sul megaschermo tutta Warrior’s Prayer, purtroppo l’ultima versione, e ce l’hanno fatta declamare mentre loro riposavano l’equivalente del tempo di un assolo di chitarra o di batteria. Hanno suonato impeccabili come sempre e sembrava anche che si divertissero. La gente era tutta contenta, cantava, alzava il segno del martello con gli occhi lucidi. Un tizio mi ha dato la sua birra senza nessun motivo. E poi è finito tutto. È sembrato durare cinque minuti, e invece sono state due ore pienissime; a parte la mancanza degli interminabili assoli di batteria e chitarra, non c’è stato neanche il discorso di venti minuti di Joey. Mi è venuto il dubbio che, di questi tempi, lui abbia il timore di essere contestato per machismo, sessimo, maschilismo, interismo eccetera, quindi magari preferisca evitare piuttosto che edulcorare il vecchio repertorio di discorsi motivazionali. Ma mi auguro che non sia così e che il nostro condottiero avesse semplicemente il mal di gola. L’unico vero appunto che mi sento di fare è la scelta di usare le nuove versioni di Warrior’s Prayer e Blood of the Kings; la prima non si può semplicemente sentire, è un colpo bassissimo ed equivale a un remake di Taxi Driver fatto dal De Niro di adesso; la seconda la percepisco come un’ingiustizia. Insomma, noi nel 1988 c’eravamo; troppo comodo per Estonia, Israele, Giappone e Papuasia arrivare coll’ultimo treno ed entrare nella canzone; ma si ricordino le suddette nazioni che al segreto dell’acciaio non si arriva tramite scorciatoie.

Il concerto finisce alle nove di sera e si sa che dopo ogni battaglia il guerriero ha fame. Quindi prendiamo un taxi e gli diciamo di recapitarci prestissimo in centro vicino a qualche posto che venda cibo. Il tassista ci parla per tutto il tempo in tedesco, noi rispondiamo in inglese, quello continua in tedesco, e così via. Eravamo troppo stanchi, affamati e felici per rispondergli nei nostri rispettivi dialetti, che sarebbe stata la cosa che avremmo fatto in situazioni normali. Arrivati in centro notiamo che è tutto chiuso, non c’è nessuno per strada e le uniche serrande aperte sono quelle di MacDonald, Subway e kebabbari. Insomma non c’è un cazzo in giro. Alle nove e mezza di domenica sera Basilea è MORTA. Fermiamo un ragazzo e gli chiediamo dove possiamo mangiare qualcosa di commestibile. “Eh non so, a quest’ora… poi di domenica…”. Ci consiglia di spostarci verso il quartiere malfamato (me lo immagino, il pericolosissimo quartiere malfamato di Basilea) che magari qualcosa troviamo. Continuiamo a camminare su queste strade pulitissime e VUOTE come in Italia si saranno viste l’ultima volta forse solo durante la finale dei Mondiali 2006. A un certo punto troviamo tre pub: uno sta proprio chiudendo, gli altri due no, ma la cucina è comunque chiusa da un pezzo. Ci infiliamo in uno di questi, particolarmente squallido, ci mangiamo un misero piccolo panino al salame a testa, che era l’unica cosa che era rimasta, e per farci passare la fame capiamo che non c’è altro che alcol. Quindi cominciamo a bere. Conosciamo tre fratelli del vero metal italofoni, e parliamo di metallo finché io non collasso sul tavolo. Avrò dormito almeno un’ora così, tipo la fine del testo di Un’Altra Volta Ancora dei Folkstone. Mentre io sto troppo male per rendermi conto di come mi chiamo, i nostri eroi fanno la conoscenza di un losco puzzone svizzero che li introdurrà alla gioia del tabacco da fiuto, una roba che si tira su per il naso come si usava fare nella Louisiana del 1800. Charles completerà la serata con una fetida fonduta di formaggio trovata nel distributore automatico dell’albergo, e l’unica cosa che questa specie di alimento provocherà in lui sarà la facile vittoria del Premio Scoreggione di gennaio 2015; e fidatevi che la concorrenza era aspra e dotata di bandiera puzzolente nello zaino. Il giorno dopo andiamo all’aeroporto di Basilea e facciamo colazione sotto un’enorme struttura artistica (?) fatta di pezzi di metallo riciclati e teste di caproni impagliati. È così, lo giuro. Potete averne la conferma qui sotto, scattata in uno dei rari momenti in cui Charles non stava starnutendo pezzi di tabacco dal naso. (Roberto ‘Trainspotting’ Bargone)

gli innamorati capitano sempre sotto al vischio, noi sotto alle teste di caprone impagliate

 

Tracklist:

Manowar
Call To Arms
Kill With Power
Sign Of The Hammer
Lord Of Steel
Dawn Of Battle
The Warrior’s Prayer
Blood Of The Kings
Kingdom Come
Heart Of Steel
Bass solo
Wheels Of Fire
Hail And Kill
Warriors Of The World
Kings Of Metal
Black Wind, Fire And Steel
The Crown And The Ring

20 commenti leave one →
  1. Vanni Fucci permalink
    23 gennaio 2015 12:59

    …c’era qualcosa di “strano” nel finale di Kingdom Come? Spero di no..

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    • 23 gennaio 2015 14:16

      Vita di bestia ti piacque e non umana?

      Liked by 1 persona

      • Vanni Fucci permalink
        23 gennaio 2015 15:44

        Sì, oltretutto essendo un wimp and poser la mia fede nei Re del vero metallo ha cominciato a vacillare dopo aver visto dei video dove sembrava ci fosse playback. :/

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      • 23 gennaio 2015 15:59

        Per quanto riguarda il concerto di Basilea credo di no (se parli della voce, poi ovviamente in quel pezzo dal vivo ci sono un sacco di sample), per quanto fossi in stato di esaltazione. Ancora massima stima per il nick (‘vita bestial’, non ‘di bestia’, ho controllato).

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  2. sergente kabukiman permalink
    23 gennaio 2015 14:02

    il post-concerto è da risate come sempre!grandi!

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  3. max von g permalink
    26 gennaio 2015 11:34

    la bandiera è di una bruttezza rara

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    • 26 gennaio 2015 11:56

      Eh, ma con mezz’ora di tempo e solo un pennellone e una boccetta di china cinese a disposizione non era facile fare di meglio.

      Mi piace

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