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La seconda delle ultime battaglie: MANOWAR @Jahrhunderthalle, Francoforte 9.12.2017

13 dicembre 2017


Due concerti dei Manowar in due settimane, perché questa è l’ultima battaglia e noi siamo intenzionati ad andare fino in fondo. Questa volta però a fare da potenziatore di punti-Valhalla c’è la città di Francoforte, che, come avvertiva il nostro Joey DeMaio, cerca di eliminarci in ogni modo. Un sottotitolo a questo report potrebbe infatti essere FRANCOFORTE ODIA: LA POLIZEI NON PUO’ DEPORTARE, che ha iniziato a prendere forma già dallo sguardo bieco del receptionist dell’albergo appena arrivati. Seriamente, se fossero ancora gli anni ’70 potrebbero girare qui un bel Francoforte Violenta o quantomeno un Francoforte a Mano Armata, con Henry Silva nei panni del capobastone di una banda di spacciatori turchi braccato da un ancora più spietato Maurizio Merli che nel tentativo di catturarlo spara ai turisti. La città è effettivamente squallida da tutti i punti di vista, anche peggio della tristissima Monaco di Baviera in cui, quantomeno, c’era la chiesa col carillon. Arriviamo pensando che nella città-simbolo dell’austera sobrietà tedesca saremmo stati inseriti in un meccanismo oliato di servizi, trasporti pubblici e cose che funzionavano alla perfezione; e invece. La maggior parte degli abitanti è scorbutica al limite dell’aggressivo e continua a parlarti ostinatamente nel sacro idioma del popolo germanico anche quando è chiaro che tu al di là di zwei bieren bitte non vai. Hanno anche un ponte sul Meno(war) con una misteriosa scritta in greco, che secondo noi sta a significare che è stato costruito con tutte le fedi nuziali confiscate dalla troika alle pensionate ateniesi; anche se il dettaglio più assurdo è stato forse la moquette dei corridoi dell’albergo, ostile e rancorosa al punto che non riuscivi a trascinare il trolley fino all’ascensore. Chissà quali sono i criteri con cui scelgono le moquette, negli alberghi di Francoforte.

Per esempio: questa volta volevamo arrivare prestissimo, per metterci sotto al palco. Decidiamo quindi di fare le cose per bene: partiamo dall’albergo alle 7, così alle 7.30 arriviamo con un’ora di anticipo. E invece ci basta sbagliare una linea della ferrovia urbana (cosa semplicissima, perché è un intrico di linee assurdamente cervellotico e perdipiù i treni passano ogni mezz’ora come minimo) per svaccare totalmente i nostri piani e finire a prendere un taxi in ritardo ed entrare quasi contemporaneamente all’usuale attacco con Manowar. Il palazzetto dal nome impronunciabile è comunque l’unica cosa davvero eccezionale di Francoforte, e stavolta, anche per questo motivo, i Nostri fanno un concerto anche superiore alle già stellari aspettative. È l’ottava volta che li vedo, di cui cinque negli ultimi tre anni (Basilea, Varsavia, Berlino, Monaco e ora Francoforte), ma forse questa è la migliore loro prestazione a cui abbia assistito. 

Il suono è nitido, potente e secco, a differenza del concerto di Monaco di due settimane fa in cui hanno suonato in un brutto capannone che rimandava un pastone poco distinguibile dagli amplificatori; e loro sembrano presi benissimo: persino il discorso di Joey è più allegro del solito, ed Eric Adams è talmente in forma da un punto di vista vocale da essere pure più coinvolto nel rapporto col pubblico. La scaletta è quella del tour, senza nessun cambiamento, quindi con le due Metal Warriors, Spirit Horse of the Cherokee, Secrets of Steel e il grande ritorno di Battle Hymn. L’unico appunto che farei è che, se si vuole prendere un pezzo da Gods of War, io andrei più su King of Kings piuttosto che Sons of Odin; ma sono dettagli che all’arena di Francoforte, che registra il tutto esaurito per il secondo giorno di fila, non interessano per nulla, data la magnificenza dello spettacolo che ci ritroviamo a testimoniare. Joey ci invita a spargere per il mondo la voce di quanto i Manowar stiano spaccando, e io seguo le sue direttive: mondo, non avete idea di quanto abbiano spaccato.

Loro sono coscienti di quanto oggi sia andato tutto alla perfezione, e alla fine si dilungano in ringraziamenti come non gli ho mai visto fare. Che queste siano le ultime date del tour, come detto, non ci crede nessuno: sia perché loro non accennano mai minimamente alla cosa, sia perché immagino che il pubblico dei Manowar non sia solo concentrato in Germania e Svezia. Nel dubbio, scucio i 40 euro per la maglietta del tour – sono tanti, sì, ma è un cimelio che fra dieci anni mi invidieranno come neanche un Rolex tempestato di diamanti – e dentro di me penso che non sarà l’ultima volta che li rivedrò. E neanche la penultima, o la terzultima.

Galvanizzati da cotanta magnificenza, neanche soffriamo più di tanto a girare per l’ostile Francoforte per cercare qualche anima pia che ci faccia qualcosa da mangiare. Ha nevicato tutto il giorno, fa un freddo che non ci si crede e le facce che popolano le strade non sono molto incoraggianti; ma il nostro cuore è ancora caldo per le note di basso di Joey, e dopo molto peregrinare riusciamo a trovare un lurido zozzone che ci cucina degli hamburger surgelati con delle patatine di plastica che consumeremo nella hall dell’albergo, in cui nel frattempo si era infiltrato un barbone che si pisciava addosso. È un mondo difficile, e Francoforte ci odia. Il giorno successivo, dopo mille altri disagi che non vi sto neanche a dire, rimaniamo bloccati in aeroporto: la neve ha paralizzato peraltro anche i mezzi pubblici, manco stessimo, che so, a Reggio Calabria, dove nevica una volta ogni vent’anni. Centinaia di voli cancellati, gente che urla, toscani che bestemmiano, zingare che cercano di saltare la fila, scene di panico e delirio che manco nei peggiori incubi del curatore del blog Romafaschifo. Non si può scappare da Francoforte, quantomeno per oggi: ci mettono in un albergo per la notte, e poi il giorno dopo riusciamo finalmente a tornare in Patria. La prima cosa che ho fatto appena tornato a casa è stata cucinarmi due spaghetti con tonno e cipolla, pietanza altrimenti nota come pasta del fuorisede. Anzi no, perché la prima è stata mettere The Triumph of Steel nello stereo, e pensare alla fortuna che abbiamo noi, che non siamo come gli altri. L’anno prossimo testimonieremo delle altre ultime battaglie. Hail and kill. (barg)

 

4 commenti leave one →
  1. vito lomonaco permalink
    13 dicembre 2017 10:49

    ho vissuto a monaco per due anni e non e’ cosi’ brutta anche perche’ e’ la citta’ piu’ cosmopolita della germania sicuramente meglio di francoforte,comunque bella recensione sono convinto che i manowar non hanno nessuna intenzione di mollare.

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  2. 13 dicembre 2017 12:16

    Visti sia l’8 che il 9. Effettivamente quello a cui sei stato anche tu è stato leggermente meglio rispetto al giorno prima, ma si è trattato comunque di due concerti perfetti ad altissimi livelli. Se avessero continuato ad oltranza a fare concerti al Jahunderhalle ci sarebbe stata ogni sera la stessa gente, sempre più fomentata, me compreso.

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  3. weareblind permalink
    13 dicembre 2017 16:42

    Io ti stimo tantissimo per la fede.

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