La macchina del tempo e la canzone di Marilyn Manson, Korn e Tool che non sapevate esistesse

Agli inizi della sua esistenza, YouTube era per me una fonte inesauribile di scoperte musicali: passavo interi pomeriggi a guardare video intitolati “Top 10 worst recorded black metal songs”, “Top 10 wierdest black metal videos” e tante altre playlist simili. Quando captavo qualcosa che mi interessava, approfondivo (di solito nel modo in cui tutti reperivano musica da ascoltare negli anni 2000) e, se l’apprezzamento lo giustificava, compravo anche il CD in uno dei miei pellegrinaggi a Milano, al Mariposa, alla FNAC o alla Ricordi.

Di solito ogni periodo aveva anche il suo sottogenere di riferimento con cui entravo perdutamente in fissa. Prima il folk metal, poi il black, poi death, doom, e così via. Qualche  volta, se notavo che qualche gruppo che avevo scoperto in altro modo non esisteva sul tubo (come lo si chiamava autarchicamente, con estrema simpatia) mi azzardavo addirittura a caricare io le canzoni – come feci, per esempio, con gli Ahab, prima di rendermi conto che probabilmente il mio gesto non sarebbe stato apprezzato e che era arrivato il momento di cancellare il mio vecchio account insieme a tutte le schifezze che avevo caricato. Ad ogni modo, fu nel periodo del nu metal che entrai in contatto con Cry for You, questa canzone qua:

Come potrete immaginare non è una canzone di Marilyn Manson & Korn, anche se per qualche motivo veniva spacciata per una collaborazione tra i due artisti – e suppongo che questa sia anche la ragione per cui questo video negli anni ha avuto una discreta diffusione e superato i tre milioni di visualizzazioni. Secondo qualcun altro che l’aveva caricata su YouTube, poteva persino essere una canzone dei Tool. E, se non fosse stato per una produzione palesemente casalinga, sarebbe pure potuta sembrare, alla lontana, forse, una strana collaborazione tra tutti questi artisti: una sorta di ballata dei Korn che si ispirano a una traccia atmosferica di intermezzo di un album dei Tool cantata da Marilyn Manson uscita da qualche raccolta di demo di quando suonavano ancora tutti nel proprio garage. Perché non crederci?

In realtà, la canzone è dell’artista Ashe e girava anche qualche video dove i crediti erano dati a chi di dovere, come questo qua sotto – la canzone è esattamente la stessa e non c’è bisogno di riascoltarla una seconda volta di fila; tuttavia, la ripropongo perché è un bellissimo spaccato sullo YouTube degli albori, dove giravano video con canzoni pescate chissà dove che venivano riproposte con un sottofondo di immagini di elfe, fate, lune, ragazze diafane che guardano le onde di un mare in tempesta e altre cose vagamente gotiche e molto kitsch.

Questo video negli anni non ha raggiunto neanche le 600mila visualizzazioni, ma mi piaceva pensare che, quando venne attribuito a Marilyn Manson & Korn, non fu fatto solo per ragioni di maggiore visibilità. Quindi, già all’epoca, attivai i miei superpoteri ossessivo-compulsivi, cominciai a cercare in lungo e in largo finché effettivamente non trovai qualcosa che lega questi due artisti ben più famosi e Ashe.

Scopro, infatti, che, per qualche motivo imperscrutabile del fato, questa canzone di quest’artista totalmente sconosciuto è finita a fare da colonna sonora dei titoli di coda di Queen of the Damned, filmaccio del 2002 pubblicato in Italia col titolo di La regina dei dannati, al cui confronto la saga di Underworld è composta da pellicole d’autore una migliore dell’altra che hanno scritto e riscritto la storia della cinematografia mondiale.

Forse qualche altro metallaro lo ha visto per sbaglio – io, ammetto, ci arrivai seguendo questa traccia – poiché conteneva un pot-pourri di cliché e stereotipi che potenzialmente avrebbe attirato chiunque di noi, almeno per una visione casuale: vampiri, scene vagamente erotiche con la regina dei vampiri egiziana, scene di un concerto inserite totalmente a caso e nel disprezzo di qualsiasi regola di sceneggiatura più basilare, sangue e goticismi vari ed eventuali. Infine, da ultimo ma non per importanza, una colonna sonora – nella cui tracklist, però, non è inserita ufficialmente Cry for You – scritta interamente da nientemeno che Jonathan Davis dei Korn, la quale vede la partecipazione del gotha del nu metal e sottogeneri affini, ovvero Chester Bennington dei Linkin Park (pace all’anima sua), Marilyn MansonPapa Roach e David Draiman dei Disturbed – non voletemi male ma, per qualche ragione che non sono mai riuscito a spiegarmi, la canzone con quest’ultimo, Forsaken, la trovavo pure apprezzabile.

Ristabilito il collegamento con Marilyn Manson e Korn (e appurato che quello coi Tool è totalmente campato per aria), chi è Ashe? Non so perché, ma Cry for You mi era tornata in mente proprio di recente, come quelle merendine che mangiavi sempre da bambino e che, se hai la fortuna di trovarle ancora in commercio, ritorni a comprare a venti anni di distanza per vedere se sono effettivamente così buone come ti sembra di ricordare. Perché questa canzoncina a metà tra il gothic rock e il gothic metal, con una struttura molto semplice, un ritornello tutto sommato efficace, un lieve climax sul finale e una voce calda e un testo neanche troppo originale mi era piaciuta così tanto?

A questo secondo quesito, in realtà, trovai una risposta personale più tardi, quando i miei gusti maturarono e le mie conoscenze musicali si ampliarono. Ho infatti scoperto col tempo che impazzisco ogni volta che trovo qualcosa che potremmo definire, con una bestemmia, come “post-punk metal”. Lo capii quando ascoltai per la prima volta Mesmerized e Sorrows of the Moon da Into the Pandemonium dei Celtic Frost e Sacrificed da The Spectral Sorrows degli Edge of Sanity. Forse più che un post-punk metal è una versione metallizzata del gothic rock, ma a chiamarlo semplicemente gothic metal si rischierebbe di confonderlo con derive successive del genere che poco hanno a che fare con i suoi albori – anche se qualche filone del gothic metal, penso ai Type O Negative, mantiene comunque una certa affinità con le lontane origini post-punk/gothic rock. Ho sempre fatto una fatica enorme a trovare qualcosa che soddisfacesse questo mio feticcio poiché non si è mai tradotto in una vera e propria scena. Gli unici che si sono riusciti in parte sono alcuni esponenti del revival post-punk, come i Soviet Soviet, o gli Unto Others, coi quali sono infatti entrato subito in fissa. Cry for You rispondeva, anche lei solo in parte, a questo mio gusto.

Tornando, invece, alla prima domanda su chi sia Ashe, ero sicuro di aver trovato qualche informazione all’epoca e di aver scaricato un EP di quattro tracce intitolato, con malcelata tracotanza, Brave New Music, nel quale l’artista aveva inserito Cry for You – questo EP, però, non riesco più a recuperarlo, in modo non dissimile da quanto mi è successo di recente con il primo EP di Krimh. Cerco Ashe su Google, ma ovviamente non trovo nulla, quindi mi metto a rivangare nei vecchi video di YouTube in cerca di qualche link e li trovo, ma sono quasi tutti scaduti.

Comincio anche a provare un po’ di ansia per la caducità delle cose. Non tanto per la vita umana o per la vita sul nostro pianeta più in generale; e neanche l’eco-ansia o altre cose simili legate al cambiamento climatico di cui alla stampa piace tanto parlare. È proprio un’ansia per la caducità delle opere digitali, siano esse canzoni, film, videogiochi o serie TV: quante cose ci siamo persi in questo modo e ora non sono più recuperabili perché un server era troppo pieno? Quanti capolavori ci siamo persi perché nessuno ha salvato un file sul proprio PC e, anche se l’avesse fatto, comunque non l’ha stampato? Cosa succederà ai videogiochi della Paradox quando gli strategici passeranno definitivamente di moda e non rimarrà neanche una piccola nicchia di appassionati a fruirne? Cosa succederà a The Witcher o a Stranger Things, giusto per fare due esempi, quando Netflix deciderà che non avrà più senso tenerle nei propri server perché non possono più spremere le due serie per farne uscire ancora qualche soldo e, anzi, il mantenimento dei server costa?

L’unico link ancora funzionante che trovo è questo, dove è possibile ascoltare un’altra traccia, I Don’t Believe in Love, – una canzone darkwave che per qualche motivo mi ha ricordato uno dei miei ascolti recenti, ovvero i Saturn’s Cross, nuovo progetto del canadese Sebastian Montesi, già membro di Auroch e Mitochondrion. Tuttavia, le informazioni sul gruppo non aiutano a chiarire nessun dubbio, se non che Ashe doveva sentirsi importante:

Ashe è una band senza futuro e senza passato. Cosa di meglio può fare da colonna sonora all’esistenza vuota di una nazione di zombie. […] siamo contenti di seguire lo schema che ci è stato imposto, il cammino noioso ma sicuro… Svegliatevi! Vivete. La storia è ciò che le persone del presente vogliono che essa sia. Create una nuova storia, scegliete un nuovo cammino.

Per gli altri link viene in mio soccorso una delle meraviglie dell’internet, la Wayback Machine, che permette di inserire un qualsiasi dominio e trovare vecchie versioni delle pagine che gli erano associate. Non trovo più il link a cui scaricare l’EP Brave New Music. Cercando direttamente su YouTube i titoli delle altre canzoni meno famose che l’avrebbero dovuto comporre, però, trovo un canale che suppongo essere il suo – le visualizzazione e le iscrizioni sono basse, ma dai commenti non sembro essere l’unico che, ciclicamente, si pone certe domande. Riesco anche a recuperare alcune informazioni su un blog del web 1.0:

ASHE è un progetto sul quale ho lavorato tra il 1998 e il 2005 più o meno, prima di iniziare la mia transizione. (Sono una donna transessuale, per vostra informazione.) Il progetto è terminato dopo cinque canzoni poiché ero in altri gruppi e suonavo ogni canzone io stessa una alla volta con solo pochi altri musicisti di supporto, quindi procedeva a rilento.

Da questa pagina scopriamo (si fa per dire) anche l’origine del nome , che mi riporta in mente quella volta che in Algeria conobbi una ragazza che sui social si chiamava “Perfavore Sam” perché da qualche parte su internet aveva trovato che perfavore significa signorina:

PS: ASHE è pronunciato ah-shay, ma non sono più sicura del motivo ormai. Penso di aver creduto che fosse una parola tedesca che stesse per qualcosa, ma non lo è.

Da qualche altra parte del sito si scaglia anche contro l’industria discografica che fa pagare un disco 18$, non dando quasi nulla all’artista e tenendo quasi tutto per sé. Le etichette devono quindi essere boicottate tramite la condivisione gratuita della musica. Mi chiedo cosa penserebbe oggi di Spotify e dei proventi risibili che lascia agli artisti.

Controllando qualche versione successiva del sito vengo rimandato a un suo nuovo sito, anch’esso scaduto, dal quale si intuisce che il nome di Ashe è Nicole Sherburne. Una delle formazioni in cui aveva suonato mentre lavorava al suo progetto era l’Urban Jazz Coalition di Columbus, Ohio. Da una schermata del 2001 delle biografie dei membri scopriamo che Ben Sherburne era il membro più giovane del gruppo, si è diplomato nel 1998 in jazz e aveva imparato a usare il computer come strumento per scrivere musica (!).

Un altro nome che mi colpisce, tra quelli degli innumerevoli progetti fondati e/o frequentati, è The World-Famous Weedeaters, che vorrei tanto fosse venuto in mente a me quando creai il mio primo gruppetto alle superiori. Cercando poi sui social Nicole Sherburne trovo un ultimo progetto – vi risparmio i post datati settembre 2021 dove, molto americanamente, si lamenta della mancanza di libertà di acquistare armi e di scegliere il proprio trattamento sanitario – che si chiama The Nicole Sherburne Quartet. Con questo gruppo ha pubblicato solo un album jazz nel 2015 intitolato Monstrum. Per qualche motivo non si trova neanche su YouTube ed è ascoltabile solo su Amazon e su Apple Music.

Invece, il motivo per cui un progetto dimenticato dalla stessa mente che l’ha creato sia finito nella colonna sonora di un filmaccio di serie C insieme a Jonathan Davis, Chester Bennington e David Draiman rimane tuttora ignoto. Forse lo sa solo chi era presente. Altrimenti, dovrete aspettare il mio prossimo attacco di disturbi ossessivo-compulsivi. (Edoardo Giardina)

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