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Avere vent’anni: MARILYN MANSON – Mechanical Animals

28 settembre 2018

Niente, in pratica nel 1996 sei adolescente e perdi la testa per un pazzo come Marilyn Manson, prima ancora di avere le idee chiare su tutte le diramazioni, tipologie e sottogeneri di metal che ti avrebbero inchiodato per intere giornate in cuffia nel successivo decennio. Succede che questo qui ha fatto uscire Antichrist Superstar, e di un album del genere avrei capito ogni sottigliezza solo anni dopo, dalla spinta di Trent Reznor passando per le diatribe postume con Tommy Victor dei Prong, e tutto quanto il resto. Il fatto, lì per lì, era che rimanevo incantato a guardarmi in tv videoclip che trasudavano decadimento mentale oltre che fisico, disagio e un sacco di cose che al rock cominciavano a mancare non appena si usciva dal chiacchierato calderone del grunge. Comprato a scatola chiusa l’album, rigorosamente in musicassetta, realizzai subito che conteneva cose anche migliori dei suoi stessi singoli, e che era molto difficile saltare alcune delle tracce senza sentirsi una vera e propria merda. Metabolizzare un capolavoro del genere fu un lavoro lento anche per la sua incredibile profondità, causata da sfaccettature che ti colpivano come una scarica di schiaffi in cui erano inclusi i bellissimi suoni della batteria, così come il curioso fatto che le mie canzoni preferite fossero quasi tutte in fondo al menù, da 1996Minute Of Decay e passando per The Reflecting God. E poi, come quando ti accorgi che sono finite le ferie, avevo trascorso talmente tanto tempo a rimuginarci sopra che era già uscito il suo successore. Niente, in pratica nel 1998 hai un paio di anni in più, ti ritrovi davanti The Dope Show e non ti torna più un bel niente. 

La prima impressione avuta dal nuovo look del Reverendo fu quella di uno sfigato che va a Las Vegas, e sputtanati tutti quanti i quattrini in troie, droga e casinò, finisce per spendere le ultime riserve di verdoni esattamente negli abiti del videoclip. Non un outfit a caso, sceglie proprio quello. Che lo farà assomigliare ad un mix fra le peggiori apparizioni storiche di David Bowie, la bambina di The Ring e Paris Hilton senza il chihuahua. Ma il problema non era tanto lui, ma la musica. Non era più chiassona, ed anziché spingere in avanti all’estremo il concetto di base dei Nine Inch Nails, guardava indietro agli anni Ottanta con l’aggiunta di una dirompente estetica glam da quattro soldi. Se Antichrist Superstar aveva venduto sette milioni di copie, pensai subito che la cifra sarebbe stata tranquillamente raddoppiata, e infatti fu esattamente così. I singoli nel frattempo mi tormentavano uno dietro l’altro, anche se Rock is Dead aveva una bella energia e Coma White riusciva a mettermi addosso quello scazzo che già The Man That You Fear mi aveva procurato. Respinsi quest’album con tutto me stesso, ma fu l’ultimo in cui Marilyn Manson procedette – mosso dal motore semplicemente composto dalle sue palle quadrate – senza tenere conto del responso della critica o di chissà quali altri meccanismi discografici. Mechanical Animals, per antonomasia l’album dall’appeal “commerciale” del Reverendo, fu anche l’ultimo composto guardando solo in avanti. Holy Wood, di lì a poco, sarebbe stato l’ultimo di alto spessore. Ad oggi ho rivisto al rialzo questa composizione, perché in fin dei conti i suoi singoli spaccano il culo e mi piacciono una cifra pure l’opener The Great Big White World, spinta da un attacco elettrico clamoroso sul ritornello, ed il crescendo di The Speed Of Pain.

Il suo problema, oltre al doversi confrontare con un ingombrante predecessore, saranno alcuni filler – che non vedevamo da Portrait Of An American Family – ed un appeal radiofonico/televisivo che sarebbe rimasto in ogni caso la sua firma almeno fino a The Golden Age Of Grotesque, ovvero l’album coi titoli brutti, le parentesi, i trattini e le maiuscole. Che periodo di merda, ripensandoci bene, che sarebbe stato quello: altro che Mechanical Animals. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. saturnalialuna permalink
    28 settembre 2018 10:46

    Stessa impressione. Lo preferisco ora rispetto a quando è uscito.
    Nel 1998 bestemmioni volanti per il calo di malvagità, anche se un po’ lo sapevamo che ci stava solo prendendo per il culo, speravamo in una cosa iper estrema.
    Poi si cresce, si inizia a non odiare più esageratamente i lustrini ecc. ecc.

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  2. vito permalink
    28 settembre 2018 14:03

    Manson ha tutti i requisiti per farmi cagare ma per non so quale misteriosa ragione mi è sempre piaciuto ! valli a capire certi metallari.

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