Gothic metal per la mezza età: UNTO OTHERS – Strength

Sentiti ‘sti Unto Others, dico a Roberto. Belli, quindici anni fa ne saremmo usciti pazzi, mi fa lui. Sì e no, rispondo io. Perché, se da una parte non mi viene in mente nessuna altra band che nel corso degli ultimi due o tre lustri sia riuscita a reinterpretare questo specifico filone del gothic metal in modo altrettanto convincente, dall’altra le corde che vengono toccate non sono quel sentimentalismo post-adolescenziale e quel maledettismo autoreferenziale che, all’epoca, ti facevano sciroppare roba che oggi ti vergogni di aver avuto in casa come, che so, i To/Die/For. Il bello degli Unto Others, per noi della Gioventù del Male degli Anni Novanta™, è che suonano più o meno come quei gruppi romanticoni e decadenti che ascoltavamo da ragazzi quando, non avendo problemi reali particolari, ce ne dovevamo inventare a ogni costo di fasulli ma parlano di temi in cui ci possiamo ritrovare ora che ci avviciniamo alla mezza età, ovvero quel momento della vita in cui diventa sempre più scontato che gli anni che ti restano da campare siano meno di quelli già vissuti. La comprensione piena della propria mortalità, quindi. Ma anche la genitorialità (notevole la cover di Hell Is For Children di Pat Benatar), la malattia, i rimpianti seri e non, il tempo che diventa più prezioso mano a mano che si diventa coscienti della sua inesorabile limitatezza. Questo con la schietta semplicità degli americani, senza quella deformazione sarcastica e grottesca che caratterizzava certi Sentenced, per dire un gruppo di quel filone che puoi ascoltare benissimo anche a 40 anni. 

untothers_strength

TI CODDIRI

Lo so, quando recensii il precedente Mana (allora si chiamavano Idle Hands, poi hanno cambiato moniker per le solite questioni di diritti), scrissi che “se fosse uscito vent’anni fa, avrebbe fatto sdilinquire legioni di ragazzette fasciate di latex“. Va detto, però, che quell’album rientrava maggiormente nei canoni di un disco gothic metal basato sui singoli, sui ritornelli, sugli arpeggi. Tutte cose che in Strength non mancano, anzi. Questo secondo Lp del quartetto di Portland (ma quanti gruppi ci sono a Portland?) ha però una scrittura più sghemba e imprevedibile. Il risultato è che quelle due o tre cose che in Mana sembravano non funzionare, dai suoni scabri alla prestazione vocale non sempre all’altezza di Gabriel Franco, qua sono inserite alla perfezione nel contesto. Da una parte ci sono più riferimenti al death rock vecchia maniera, dall’altra le influenze estreme vengono dichiarate sin dalla spiazzante opener Heroin, dove viene ripreso il riff di Hell Awaits e c’è addirittura il growl. Sono variazioni sul tema comunque sporadiche, circoscritte per lo più alla prima parte del disco (When Will Gods Work Be Done è un altro brano piuttosto sui generis), che lascia poi sempre più spazio a canzoni lineari e immediate: Destiny, Why e Just a Matter of Time si piantano subito nel cervello e nel cuore. Eppure Strength è un disco molto meno commerciale di quello che avrebbe potuto essere con scelte differenti in fase di produzione e arrangiamento. Forse agli Unto Others essere un gruppo di successo non interessa poi tanto. Preferiscono rimanere un gruppo unico. (Ciccio Russo)

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