Avere vent’anni: MARILYN MANSON – Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death)

Holy Wood è il punto di arrivo di un percorso artistico iniziato dal 1994: è la conclusione di una trilogia (anche se a livello narrativo è l’incipit) composta da Antichrist Superstar e Mechanical Animals, costituisce la summa musicale della band, è uno spartiacque rispetto alla produzione successiva e rappresenta (insieme al successivo tour Guns, God And Government) l’acme della fama della quale, nel bene e nel male, ha goduto il buon Brian Warner.

Ripensare a quel periodo dopo vent’anni fa un po’ effetto: dopo un successo -quasi istantaneo- ottenuto negli Stati Uniti e la fama maturata dal post-antichrist a livello globale, il nome di Manson è diventato sempre più importante grazie alle accuse di istigazione alla violenza, soprattutto dopo i noti fatti di Columbine. In poche parole nel 2000 il mondo attendeva un’ulteriore provocazione contro la quale scagliarsi e un nuovo motivo per crocifiggere Marilyn Manson, la causa di tutti i mali del mondo (un po’ quello che, con quasi 30 anni di ritardo, Burzum è per facebook). La provocazione (sapientemente orchestrata) arrivò, ma in contemporanea ad uno degli album più maturi e completi del reverendo, soprattutto se ascoltato a distanza di molti anni.

Perché, se all’epoca dell’uscita Holy Wood poteva sembrare una mera sintesi ben riuscita, una sorta di “abbecedario” mansoniano, in realtà il disco risulta essere molto più vario e profondo di quanto potrebbe apparire. Se si eccettua per la prevedibile e scontata copia carbone di The Beautiful People che risponde al nome di Disposable Teens, il resto del disco, pur non apportando particolari novità al sound della band, rappresenta una sorta di perfezionamento di quello che è stato il discorso intrapreso da Portrait of an American Family in poi, smussandone asperità e, nel bene e nel male, alcuni aspetti più immaturi.

 

Non una versione più mainstream di Antichrist Superstar, come ebbero a dire i più maligni, ma un approfondimento (sia musicale che tematico) di quei territori nel contesto del quale grande rilevanza riveste l’apporto compositivo di John 5 che, insieme a Ramirez, firma la maggior parte dei brani.

Un disco estremamente vario, diviso in quattro capitoli che scandiscono le tappe del viaggio del protagonista Adam Kadmon nella Death Valley e in Holy Wood e che contiene alcune delle canzoni più ispirate della band. Un album che si apre la micidiale doppietta Godeatgod e The Love Song (Do you love your guns? God? The government? Fuck yeah) e che riesce, molto più che in passato, a non perdere in compattezza e in coesione nonostante la durata impegnativa.

 

Holy Wood non concede un attimo di stanca, sia nei momenti più tirati che in quelli più riflessivi, che poi probabilmente sono i migliori del disco: su tutti In the Shadow of The Valley of Death, Target Audience (Narcissus Narcosis) e Count to Six and Die (The Vacuum of Infinite Space Encopassing).

La maturità dimostrata a livello musicale si riflette anche nei testi di Warner, sempre intelligenti ed interessanti, ma più profondi e sfaccettati che in passato: Manson mette al centro della propria riflessione il rapporto esistente tra gli Stati Uniti e la violenza e il legame di quest’ultima con la religione e la sua iconografia. Più che provocatori, i testi contengono una forte critica a volte satirica, a volte dannatamente seria a quello che sono diventati gli Stati Uniti d’America (e ricordiamoci che siamo ancora in un mondo pre-9/11) e il suo popolo.

Ovviamente, anche grazie ad una campagna di marketing volutamente e furbescamente dissacrante, la percezione del messaggio mansoniano sarà tutt’altro: tentativi di boicottare i concerti e le presentazioni del disco, minacce di morte, denunce, opinionisti di tutto il mondo pronti a crocifiggere il reverendo per il bene dei nostri figli, un true metaller ubriaco di Como al Wacken del 2003 che brinda in taverna alla morte di Marilyn Merda (ovviamente il sottoscritto ha risposto al brindisi con un sorriso, sia onde evitare di essere tumulato nelle fondamenta della ridente locanda, sia perché pagava lui). Tutto questo con l’unico possibile effetto di gonfiare sempre più il conto in banca di mr. Warner.

Ciò che resta, dopo vent’anni, al netto di tutto il baraccone mediatico, delle polemiche  e di tutto il resto è un disco estremamente riuscito, che convince anche più di allora.

Non il miglior lavoro dei Marilyn Manson (che, banalmente, resta Antichrist Superstar), ma un serio contendente. E se penso ai dischi successivi che, fino a The Pale Emperor escluso, rappresentano un campionario delle diverse accezioni della parola “imbarazzo”, Holy Wood diventa ancora più importante e significativo. (L’Azzeccagarbugli)

 

 

2 commenti

  • Ho un DVD dal “vivo” con la maggior parte delle canzoni di Holly. Una gran delusione perché fortemente ritoccato in studio da sembrare in playback. Era il periodo in cui Manson era una INC. di anticonformismo platonico più che nietzschiano, un vero peccato perché le canzoni meritano. Mi piacciono anche gli episodi minori come Godeatgod per esmpio.

    "Mi piace"

  • Male, per dio, male!

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...