I nostri luoghi d’aggregazione sono pressoché scomparsi

Il primo libro che ricevetti in regalo s’intitolava Il grande libro degli animali, un gigantesco estratto del Reader’s Digest raffigurante in copertina un pinguino imperatore. Ce l’ho ancora e si spartisce la stessa mensola abitata da Murder in the Front Row e da un inspiegabile tomo chiamato I ponti sull’Arno.

Delle tante cose acquisite leggendo Il grande libro degli animali m’affascinarono gli habitat: la scelta di un luogo ove vivere – microscopico o vasto che fosse – in base alla disponibilità di cibo, l’assenza di particolari predatori e altri fattori determinati a regolare il proliferare della vita.

Ipotizziamo che su quel mastodontico volume vi fosse un paragrafo dedicato a una particolare specie animale: il metallaro. Il mio studio antropologico a riguardo cominciò in concomitanza con le puntuali fughe da Scandicci in direzione Firenze per mezzo dell’Ataf numero 45, numerazione corrispondente ai minuti di percorrenza cui ero obbligato. Se a Scandicci di metallaro ne rintracciavo uno, Gabriele, che lasciò il death metal tecnico per le arti marziali, fu facile, per la più eterogenea Firenze, offrirmi il modo di sbizzarrirmi nella ricerca, individuazione e catalogazione dei suddetti.

Il clima ci obbligava al banale passaggio dalla felpa hoodie e dal chiodo alle pratiche t-shirt e ai pantaloncini sotto al ginocchio tipici dei Sepultura e dei Pantera, ma la rotazione da notte a giorno istigava a vere e proprie migrazioni di massa. Le ore diurne le trascorrevamo non a scuola o in famiglia bensì ai negozi di dischi. In natura definiremmo un simile luogo come una tana, un nido o un pascolo. I negozi di dischi erano per noi un luogo d’aggregazione, nient’altro. Erano modo e maniera di identificarci e radunarci. Il che significava organizzarci per bere birra (un capitolo che intitolerei col termine alimentazione), mentre, a differenza di ogni specie animale conosciuta, il solo 4% era dedito all’accoppiamento. A prescindere dall’habitat non definirei il metallaro come una specie atta alla riproduzione. Era evidente che, alla vista di Ozzy che sponsorizzava i Coal Chamber, nessuno di noi desiderasse dei discendenti. Sui negozi di dischi fiorentini potrei scrivere un tomo per quanto li ho frequentati: Super Records e Data Records 93, o il suo sinonimo Contempo, e poi Galleria del Disco, Alberti e Ricordi. Oppure Niccolai ed Emporio Senese, per chi intendesse comprare l’Iron Cobra o pedaliere di ben altra natura. Ognuno di questi luoghi calamitava i metallari come ferraglia; vi si instaurava amicizia, o si facevano confronti sulle collezioni come gli esemplari di alce quando si scornano nelle foreste del Nord. Pochi di questi luoghi esistono ancora, e non starò ad addentrarmi in una classifica dei migliori e dei peggiori, dei più idonei a noi o dei più riluttanti a vendere black metal norvegese, oppure nelle cause del decesso di talune attività paragonate al successo delle poche che ad oggi esistono o a malapena resistono. Sarebbe come addentrarmi in un labirinto senza alcuna via di scampo: già ho Football Manager che non mi aiuta.

Tornando al mio studio naturalistico, in anticipo sul crepuscolo ci si spostava in sala prove, una sorta di banca ove custodivamo, nonostante le magliette cenciose dei Bathory – incollate indosso più dalla materia sottostante le ascelle che dalla precisa volontà di non sostituirle – ogni oggetto costoso (cd e vinili esclusi) di cui eravamo in possesso: strumenti musicali ed erba da fumare. Anche la sala prove era un luogo d’aggregazione, dove gli uni finivano sostituiti con gli altri mantenendo pur sempre un gruppo al centro dell’intera questione. Fra queste ultime, ad esser sopravvissute meglio ai cambiamenti sono state coloro che hanno saputo integrare, agli elementi basilari (una stanza in cui suonare e cazzeggiare), anche elementi esterni come lezioni di teoria e pratica musicale. Molte altre sono logicamente scomparse per selezione naturale, concorrenza o perché, molto banalmente, si suona men che prima.

leone-africano

Trascorse le ore diurne il metallaro sentiva il dovere di stanziare in un luogo sicuro, ma di natura tutt’altro che ristoratrice. Non più con una lager in mano sotto al sole pomeridiano, esso si spostava per godere della sua musica preferita in un locale chiuso il cui tasso d’umidità avrebbe potuto favorire la fioritura delle orchidee: la sala concerti o, nella più discreta delle occasioni, il pub.

Backdoors a Poggio a Caiano, Flog e poi Viper, Cencio’s e soprattutto Siddharta, e infine il Ministry – addirittura all’Antella – il Cycle a due passi da casa mia, Exenzia, Enigma in sostituzione di una storica e nota discoteca campigiana e infiniti altri. Il Tenax, tradotto “la discoteca che portò i Blind Guardian all’ombra del Duomo” (in realtà eravamo più dalle parti dei capannoni tessili di Osmannoro, ma sorvoliamo). Anche qui, oltre le chiacchiere su quel che ne sarà dello storico Auditorium Flog al Poggetto, da dirne ne avrei a secchi. Ho frequentato assiduamente i concerti dalla seconda metà degli anni Novanta al 2007, e poi, nuovamente, dal 2016 al 2019. In quest’ultimo periodo, a dire il vero, non altrettanto assiduamente: ho quarant’anni e tre cavalier king, dove cazzo pretendete che vada? A inizio millennio alcuni di quei luoghi, specie il Siddharta di Prato, sono per me stati seconde case ove trascorrere una serata o anche due alla settimana. Senza mai sgarrare, dando violentemente di balta col cervello qualora mi perdessi i Cathedral a due passi da casa al subentrare della febbre alta. Anche di questi luoghi, ancor più d’aggregazione dei negozi di dischi, rimane ben poco. Voi progressisti ne sarete ben contenti, poiché accettate di buon grado tutto quel che il mondo odierno offre (Spotify), io no. Alla perdita di tutto ciò (posti di lavoro, tradizione, vita sociale) non mi adatto facilmente, sebbene non ne senta un’impellente necessità: vorrei, piuttosto, che chi si avvicina alla musica oggigiorno potesse godere d’uno scenario eguale, o anche solo paragonabile, a quello di cui ho goduto in prima persona. Come ho più volte ribadito non ce l’ho con i colossi del digitale, ma con la mancata convivenza con tutto quello di cui la musica si è nutrito finora: nel nostro caso sala prove, pub, sale concerti, negozi di dischi, fiere e tutto quello che non puoi digitalizzare a meno di far fruire ogni prodotto per mezzo dello streaming, possibilmente nella più palese solitudine. E’ questa la domanda? Non mancherà certo l’offerta, ma è una domanda spaventosa, se questo si desidera.

Oggi a Firenze conto un solo pub dove regolarmente si rintraccino dei metallari. Un tempo si spaziava tra Vecchia Guardia, quel gran ficaio del Keller Platz e il Trip per tre, tra il Bombardier che passava il metal e altri ancora. E, neanche a dirlo, ogni volta che entravi incontravi facce familiari miste ad altre che parean nuove, il che suscitava una sensazione di rinnovamento e ricircolo. Ritengo che ogni città viva una realtà (o ecatombe?) in un certo senso parallela alla nostra, questo a prescindere dal Covid-19, in una spirale di chiusure e fallimenti che ha cominciato a prender forma molto tempo fa per infiniti motivi che non approfondirò. Chiusure che, nell’ambito delle sale concerti come in quello dei pub, sono sovente ricollegabili alle mere responsabilità dei rispettivi gestori e non al ricorrente e corale piagnisteo che guarda in cagnesco allo stato ladrone, alle tasse, a noi che non ci andiamo. D’accordissimo, stare alle regole, e dico a tutte, specie se abbinato all’arte non è un qualcosa che permette facilmente di sopravvivere; ma sarebbe anche l’ora di cominciare a sottolineare le responsabilità professionali, manageriali, imprenditoriali e in taluni casi etiche che sussistono dall’altra parte della barricata.

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Il punto a cui intendevo giungere è il seguente: BandCamp pullula di band fatte di ventenni, e Spotify, che ideologicamente ne è l’esatto opposto, anche. Se aprivo la homepage di Metalitalia nel 2005 avevo l’impressione di leggere sempre gli stessi nomi. Ma se la apro oggi trovo un ribollire di moniker inediti se non addirittura ignoti, coralmente atti a rappresentare un ricambio che è avvenuto, se non attraverso un’evoluzione, attraverso il rigenerarsi d’una giovane scena death metal, della NWOTHM, del thrash metal che è ripartito e di tutto quanto il resto. Siccome la suddetta musica è composta e registrata da metallari in buona parte sotto ai trenta o ai quaranta, e siccome non c’è nulla a livello d’esercizio ricreativo o commerciale che li rappresenti, dove cazzo vive questa gente? Vive come quei giapponesi che i propri genitori ripudiano, chiusi nelle camerette ammuffite a massacrarsi di manga e non solo di quelli?

Insomma, vorrei insinuare in voi il seguente dubbio: pandemia a parte, lo stile di vita delle persone è drammaticamente cambiato o il rifiorire di certe attività ha ancora un futuro? Se qualcuno davvero ci credesse e non si limitasse a farlo squisitamente all’italiana, ossia, con tutte le conseguenze autolesioniste del caso, potrebbe costruire un qualcosa che funzioni con longevità all’interno del nostro ambito? Soprattutto, vi sarebbe sufficiente domanda da parte di chi consuma musica, e senso d’imprenditorialità da parte di chi può offrirne? O davvero ci accontentiamo di camera nostra e dello streaming che già è imperante? Vedo quest’ultimo come una soluzione temporanea dettata dalla pandemia, una soluzione della quale non ho tuttavia fruito neanche una sola volta: spiace per gli artisti, ma un concerto dalla stessa sedia da cui scrivo non lo guarderò mai, non fosse per la curiosità che posso avere di rivedere un live degli Slayer del 1985.

Se penso per un’ultima volta all’amata Firenze mi rimane il CPA di via Villamagna e i suoi ottimi concerti coi Fulci e una clientela ben selezionata: lo stesso genere di locali scomparsi in massa dalla periferia romana nell’ultimo decennio, dopo il boom dello stoner. Non mi rimane altro che anche lontanamente assomigli all’habitat dove un metallaro può incontrarne altri e sopravvivere come individuo, come branco, o anche soltanto come idea, icona. (Marco Belardi)

14 commenti

  • E’ difficile fare previsioni realistiche…ma di certo dubito che dall’oggi al domani chi ha chiuso i battenti riapra un pub o una sala concerti pronti via. Ci vorrà del tempo ahimè. Per chi come me si è fatto l’epoca d’oro dei Gods Of Metal, dei pub fumosi e birrosi dove stavamo dentro in 200 dove ce ne stavano 50, si è chiuso un periodo storico. Ma non c’entra solo il fatto che poi uno si sposa fa figli o diventa di colpo membro dell’azione cattolica, centra proprio il fatto che ci piaccia o meno (e il covid ha dato il colpo finale) ormai si fa tutto su internet e difatti a me questa cosa dello streaming preoccupa e tanto…il ricambio generazionale si c’è stato ma è pur sempre gente nativa digitale…e come dicono i gggiovani non hanno sbatti. Il problema si crea nel momento in cui vi sono alternative e noi vecchia guardia non ne avevamo…volevi il disco? Alzavi le chiappe e dovevi comprarlo (COMPRARLO) al negozio, volevi vedere un gruppo dal vivo? dovevi andare dove suonava, con tutto ciò che comporta. Adesso che ve lo dico a fare? Manco ti devi più alzare dal divano che ci sono quelli di glovo che ti portano pure l’hamburger unto a domicilio. Per il momento siamo in caduta libera incrociamo le dita e preghiamo Satana.

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  • E’ la società tutta ad essere profondamente cambiata negli ultimi due decenni, e il circo pandemico con annessi e connessi ha dato un’accelerata finale a processi sociali che avevano preso preso il là da tempo. Saremo degli individui sempre più atomizzati che “condividono” sui social, abitanti di paesaggi post-urbani che si fa ormai fatica a definire città. Se, quando e in che modo certe attività riprenderanno sarà il tempo a dirlo, ma ci credo poco. L’unica sarebbe organizzare eventi clandestini, fottendosene di divieti e quarantene varie, ma siamo ormai troppo vecchi, borghesi e perbenisti per arrivare anche solo a pensarlo seriamente, almeno in ambito metal. Ad ogni modo io di metallari sotto i trenta, per strada, non ne vedo traccia da anni

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  • Qui a Biella è morto tutto con la fine del Babylonia nei primi anni 2000. C’è stato un tenue tentativo di ripresa con il Koko club, ma veramente poca cosa. Quindi questo discorso da noi è roba vecchia, ci si sta convivendo già da un pezzo, fermo che in piccole cerchie di amici comunque non si è ancora gettata la spugna. Alla fine di tutto questo casino riprendere il filo del discorso sui concerti sarà molto difficile, mentre sul discorso dello streaming, per quanto Spotify sia il male, la battaglia è già persa. Fondamentalmente però non me ne faccio un cruccio: problemi loro, non sanno quello che si perdono. Io per comprare i dischi mi faccio 30km (i rivenditori locali fanno pena), ho macinato km e km per i concerti e non ho mai rimpianto un solo secondo passato in queste attività.

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    • Era proprio il bello di essere dei metallari. Notti passate alla stazione centrale di Milano ad aspettare il primo treno del mattino dopo un concerto, costretti a scappare da tossici e maniaci vari :D.. Oppure di tantissimi dischi mi ricordo benissimo dove e quando li ho comprati, l’odore dei booklet mi riporta ai tanti sabati passati in coda fuori dal Sound Cave ad attendere il turno per entrare. Arrivare al Babylonia poi era un viaggio simile ad un’odissea

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  • Negli ultimi 10 anni avrò assistito a 3 / 4 concerti al mese, in certi periodi anche 2 / 3 in una settimana, ma se per vedere i Napalm Death devo avere un pass bè, si fottano i nostri luoghi di aggregazione.

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  • IDEM CON PATATE, ZONA BASSO LODIGIANO, SUD MILANO, PIACENZA, PAVIA, A VOLTE FINO A BRESCIA. NEBBIA, BIRRA, BENEATH THE REMAINS E SOUTH OF HEAVEN SEMPRE NEL MANGIACASSETTE DELLA PEUGEOT 205, RAGAZZE ZERO, DISCHI ACQUISTATI IL SABATO MATTINA A MARIPOSA. IERI SERA RITIRATE FUORI LE AUDIOCASSETTE ORIGINALI METAL, RASSEGNA (IN CUFFIA) DI METAL ANNI 90 E IL TEMPO NON ESISTE. LO SCATTO MECCANICO DELLA PIASTRA SHARP CON I TASTINI TAPE SELECTOR E LE BANDE LUMINOSE CHE AVANZANO VERSO IL PICCO NON MI FANNO MANCARE NIENTE. LA MUSICA LIQUIDA NON FA PER ME. CIAO FRATELLI

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  • Ci sarebbe da versare calde lacrime rileggendo certe esperienze e riaffiorano i ricordi.
    Il punto è che il mondo è cambiato e temo che non si tornerà più indietro, ma nonostante tutto ciò che il mondo moderno ha da offrire, è anche un po’ più triste e che la creatività è qualcosa di relegato all’ “hic et nunc” che brucia e si spegne subito dopo la visualizzazione o un click.
    L’arte che resta è quella (più o meno) antica.

    Cosa lasciamo alle prossime generazioni?

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  • Il fatto é che i punti di aggregazione anche al di fuori di questo contesto mancano, o meglio manca la richiesta. Provate a parlare con allenatori o educatori, persino le parrocchie, tutte le persone mi hanno detto che é difficile schiodare oggi i ragazzi da casa, le distrazioni sono tante di più ed é evidente che la tecnologia ha portato tanta comodità ma anche tanti effetti indesiderati come apatia e sedentarietà. Prima di dare giudizi sarebbe interessante sentire qualcuno dei diretti interessati, dei cosiddetti nativi digitali, se percepiscono tutto questo malessere e mancanza di socialità. Magari la loro si manifesta in altri modi.
    Un sassolino dalla scarpa: avrei una lista nutrita di venditori cui non fanno difetto approssimazione, cafonaggine e maleducazione, neppure in tempi di crisi, al punro che gli acquisti preferisco farlo su Amazon e lo dico senza vergogna. Negozi e club sono spesso ritrovo per gli amici degli amici e basta.

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    • Beh ma se parlando questi ti dicessero che son contenti sarebbe peggio ancora…cazzo una generazione di rincoglioniti che crescono tappati in casa a fare le dirette su qualche piattaforma! No no no io mi auguro che ci sia un inversione…a me sto futuro da ebeti davanti ad un pc spaventa assai. concordo invece sull’arroganza di certi venditori ed esercenti che si meritano esattamente il negozio vuoto che hanno e che chiuderanno a breve…

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  • Chiedo all’autore, qual è oggi il “solo pub dove regolarmente si rintraccino dei metallari” a Firenze? Ti riferisci al già citato Trip per Tre?

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  • Se penso che prima del COVID a Roma ho visto i Nile in una discoteca e che, all’uscita del concerto, fuori c’era una folla in attesa di andare a ballare la tunza (compresa una signora over 50 che mi chiese chi avesse appena finito di suonare; alla secca risposta, commento` allegra “ah beh, semo arrivate tardi!”), mi rendo conto solo ora di quanto lo spazio a noi dedicato fosse affittato, ritagliato.
    Altro che Black Out di San Giovanni.

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