Il pozzo e lo strano pendolo dei BLIND GUARDIAN

Il tempo d’accorgermi della mia pulsante emicrania e avevo già trascurato un dettaglio non da poco: il bastardo, o bastardi che fossero, mi aveva legato a una piattaforma di pietra simile a quelle che si vedono in luoghi come Stonehenge. Lo deducevo dal freddo che percepivo attraverso le dita, uniche parti del corpo che mi sentivo in condizione di muovere oltre ai limitati spostamenti concessi alla mia dolorante testa. Ma quelli erano del tutto inutili, poiché dovunque guardassi era buio pesto. Lui, o loro, voleva che restassi rivolto all’insù e per quell’esatto motivo mi aveva immobilizzato in quella posizione punitiva, disteso sul mio giaciglio mortale.

Soffocai un grido per un motivo ancor più preoccupante: mi sarà difficile descrivere una tale sensazione, ma non mi sembrò affatto di trovarmi sulla Terra. In alto osservai quella che doveva essere l’uscita attraverso un pozzo profondo qualche decina di metri, ossia, un’apertura circolare e apparentemente molto ampia, piuttosto insolita per una struttura del genere e che solitamente adoperiamo per la raccolta delle acque piovane o di sorgiva. Potevo distinguerne le pareti, anch’esse in roccia, poiché qualcosa le illuminava con costanza. I punti luce erano due, e avevano le sembianze di satelliti paragonabili alla nostra Luna nelle circostanze in cui la ammiriamo giallognola, o vagamente rossiccia. I pianeti, o qualunque altra cosa essi fossero, erano insolitamente vicini fra loro come se uno orbitasse intorno all’altro, ed erano di dimensioni straordinariamente uguali. Mi colpì il fatto che si trovassero in piena esposizione solare, su tutta la loro superficie. L’aspetto più inquietante di queste masse di materia spaziale era che riuscivo a distinguerne in maniera inverosimilmente nitida i rilievi montuosi: non vi erano mari o crateri visibili, o almeno, non da questa parte, ma erano pieni di creste e sommità e mi sentii come se stessi osservando due identiche, o similari copie, di una ripresa aerea del Karakorum. Dopodiché potei solo supporre due cose: che stessero venendo a salvarmi, o che fossi completamente impazzito.

Era partita questa sorta di musica, e lì per lì pensai che si fosse aperta una porta che avrebbe condotto qualcuno a me attraverso i locali nei quali mi trovavo segregato. Ma né il mio aguzzino né il mio salvatore mi si presentarono. L’insistente litania a una più attenta analisi proveniva esattamente da lì, e non da stanze adiacenti. E poi successe che urlai. Guardando nuovamente in alto e con le dita irrigidite e contratte dal terrore, notai che i due satelliti avevano assunto una dimensione maggiore. Occupavano ora circa metà della fenditura in alto, e le grinze costituite dalle montagne ora potevo quasi contarle. Improvvisamente e come avevo supposto in precedenza, presero nuovamente a orbitare con un ritmo lento e regolare. Non il movimento tipico di un pendolo e nemmeno quello di un moto perpetuo, quelle due sfere imperfette e minacciose stavano girando lungo lo stesso percorso, fisse sopra di me come due Polari mai viste prima. Ma di sicuro non era il Nord che volevano indicarmi. Mi concentrai tuttavia sulla musica: sì che dovevo trovarmi sulla Terra! Solo che la scienza e il mio intelletto avevano del tutto preso a funzionare al contrario.

Le pareti del pozzo erano ora illuminate fino a creare un riverbero quasi fastidioso, mentre analizzavo quella che doveva essere una musica di matrice tedesca, dominata da archi e sinfonie che coprivano un elemento che, lì per lì, non riuscii proprio a distinguere. Inoltre c’era questo cantante, il cui timbro mi risuonava estremamente familiare. Ma forse non era il caso di fidarmi della voce del mio probabile aguzzino. Dopo un’ora di atroce tormento e di quel roteare di globi sconosciuti, tutto cessò in simultanea e i due pianeti persero gran parte della loro luminescenza: il disagiato folklore tedesco, e in simultanea il moto oscuro delle due misteriose masse. Fu tuttavia come passare dalla prima alla seconda metà di un’Opera così ripartita, e tutto proseguì senza particolari sbalzi d’umore o di tono, mentre io soccombevo nel terrore più puro, senza però riuscire a distogliermi da quel che mi inquietava di più: non la prigionia, non l’astronomia che aveva reinventato le proprie regole. Quella musica letteralmente mi terrorizzava.

La cosa precipitò quando capii che i due fenomeni erano strettamente collegati. Il secondo atto della mia tortura uditiva cessò, e in contemporanea si rabbuiarono le due masse spaziali. Che però erano chiaramente in fase di discesa attraverso il pozzo che sovrastava la mia testa, ora, a così pochi metri da me. In realtà non erano neppure spente, bensì private dell’accecante bagliore che finora avevo attribuito al riverbero solare. Dentro a quel pozzo, non poteva certo essere la nostra stella più luminosa a influire su questo loro aspetto. Il Karakorum, così lo avevo denominato, era ora un mistero svelato: sopra di me avevo due gigantesche palle di carne simili a testicoli, che orbitavano e roteavano e minacciavano, la cui superficie era ricoperta da pelle grinzosa e sporadica peluria simile ad animalesche setole d’ungolato. Mi avrebbero schiacciato nel giro di tre, forse quattro ascolti di quella infausta litania orchestrale, e ogni volta che giungevo al termine di un atto, le due masse carnose si ribaltavano, no!, non si spegnevano, si ribaltavano mostrandomi un’immagine molto meno luminosa dell’Orrore pubico che precedeva il tutto: ora che mi erano così vicine da poterle quasi toccare, sul loro lato oscuro leggevo in maniera distinta Blind Guardian Twilight Orchestra: Legacy of the Dark Lands. Riconobbi tutto. Sciocco a non pensarci subito, sebbene non sarebbe servito a molto.

Riconobbi Hansi, il grintoso cantante con cui ero letteralmente cresciuto, ma non riconobbi Marcus Siepen e Andre Olbrich, e finii lì l’elenco poiché le due palle orbitanti erano già in procinto di schiacciarmi sulle note della loro indolente musica fatta di presunzione e di ben poco di concreto su cui sorreggersi. Ebbi solo il tempo di girare la testa su un lato prima che tutto questo finisse, e laddove i miei occhi spalancati volgevano il mio ultimo sguardo, una porta si era aperta: il mio aguzzino! Thomen Stauch osservava la mia fine con soddisfazione, la mia fine meritata pretendendo di ascoltare e riascoltare il nuovo album dei Blind Guardian. (Marco Belardi)

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