THE POLITICS OF METAL SKUNK: i lati oscuri della Finlandia

Alle spalle di un modello societario all’apparenza stabile, e furbescamente collocato in una melensa cartolina ritraente laghi cristallini e verdi distese accarezzate dal vento, si celano realtà così tetre da destare il mio sospetto. È della Finlandia, e non senza un accenno di riluttanza, che oggi sento il dovere di parlarvi.

Nell’annuale graduatoria degli animali più pericolosi verso l’uomo troneggia l’alce: mezza tonnellata di peso e gigantesche corna ne fanno il sovrano indiscusso delle praterie. Al terzo posto, subito dietro al cavallo, troviamo la sorprendente arvicola dei boschi. Come ogni morbido roditore che si rispetti, la minuta e insospettabile arvicola è veicolo di numerose malattie che normalmente attribuiremmo ai ratti, ma, a differenza di questi ultimi, spingerà i più appassionati alla natura ad accarezzarne gli esemplari meno diffidenti. Circa trenta persone ci rimangono secche ogni anno, più o meno una ogni dodici giorni.

I primati raggiunti dai paesi nordeuropei riguardano anche il consumo di antidepressivi, il disagio giovanile e i suicidi. Il tema fulcro della doppia recensione odierna, tuttavia, non suggerirà ai finlandesi di evitare di puntarsi addosso un Lahti L-39, ma andrà a concentrarsi su qualcosa che mai riusciremo a inculcare in un popolo come il loro.

Nel cimentarsi in un qualunque filone musicale, gli artisti dal cognome impossibile si son sempre rivelati efficacissimi costruttori di melodie: è questo il loro potere indiscusso, salvo rare e indecorose eccezioni di cui, per l’appunto, avrete presto modo di leggere. Così, senza mettermi a sproloquiare a volontà su cosa sia già uscito entro quelle fantastiche terre, accennerò innanzitutto ai Convocation per il semplice fatto che meritano d’esser menzionati per primi.

I Convocation suonano doom metal, di quello estremo a cui ormai ci siamo ben abituati: un vasto terreno sul quale si erigono Esoteric, Evoken, Mournful Congregation, Ahab e altre band di punta che con piacere ho approfondito negli anni. Certe volte il problema di questo filone è che devi affinarci l’orecchio, o ti si ritorcerà contro come l’alce che non desiderava averti nei paraggi. Il doom metal non è il reagente ideale a risaltare ampie dosi di melodia, e non è nemmeno un elemento dall’assimilazione scontata, considerato il fatto non secondario che, molto spesso, presenta un minutaggio medio piuttosto elevato.

I Convocation non si sono ficcati in testa di stravolgere il suddetto doom per farne un qualcosa di altamente melodico, appetibile, o diretto a chiunque. Hanno semplicemente capito come lavorarlo, e nelle tre canzoni presenti in Ashes Coalesce sfruttano la melodia quanto basta affinché funzioni in un contesto simile. Giri l’angolo e sei al cospetto dei Morbid Angel di Domination, con le stesse e identiche atmosfere ferali e un growl della madonna a firma Marko Neuman. L’altro, Lauri Laaksonen, fa tutto il resto: compone dischi alla velocità della luce, suona ogni strumento, in sostanza non si tiene fermo. Se Evoken ed Esoteric sono la maestosa alce, Lauri Laaksonen è l’arvicola dei boschi che ti incuriosisce, ti rassicura, ma alla fine ti manda ugualmente all’ospedale con spasmi che fanno di te un tremito perpetuo. Lauri ha lavorato ai fianchi il doom traendone un album più raffinato e meglio messo a punto del precedente. Di sicuro, uno dei più interessanti del 2020 entro codesti ambiti.

Ritengo che una band del genere possa rappresentare l’ideale portale d’ingresso per tutti coloro che intendono avvicinarsi alle frange più estreme del doom metal senza correre il rischio di picchiarci la testa troppo forte. E credo comunque che manchi loro un fotografo, dopo che nelle due silhouette osservate in altrettante foto promozionali ho potuto prendere atto di un autentico scempio in materia di rumore digitale e postproduzione, ricorrendo, in seconda battuta, ai ripari con il Gaviscon già alle 9.30 di mattina.

La portata più invitante sarebbe dunque composta dagli Ensiferum, e, se ciò funzionasse, mi riconcilierei con la Finlandia per un bel po’: ma cosa mi rappresenta, oggi, il gruppo di Markus Toivonen? Se di mondo animale anche stavolta si trattasse, non esiterei a paragonarli al gatto attaccato ai coglioni.

Gli Ensiferum hanno storicamente intrapreso un percorso verso gli inferi dell’indecenza, ne scrissi all’uscita di Two Paths e non starò a ripeterne il ragionamento adesso: esce un altro album, Thalassic, che a breve invaderà le classifiche nordeuropee favorito da orde di metallari ghiotti di musica da birreria, in una irresponsabile mescolanza di più cose adibite ad accontentare tutti, con l’irragionevole risultato di non sbalordire proprio nessuno.

Nessuno tranne quegli innumerevoli replicanti che di simili erbacce si alimentano, non per libero arbitrio, ma perché nulla di meglio hanno mai serrato sotto ai denti. Non riesco a provare alcuna forma di compassione nei loro riguardi, ma se tale erbaccia li aggrada, e così sarà, non significa che dietro a una simile scelta si nasconda altro che la dimorante povertà in materia di metal mainstream. Andromeda e il power metal fuori tempo massimo di Run from the Crushing Tide non sono neppure malaccio, ma un disco del genere nel 2020 è come quelle bianche palline di medicinale omeopatico: ti costa e ti lascia addosso la stessa emicrania che avevi ieri. Non serve a niente, è solo l’ennesima tacca sul fucile e andrà a confondersi con le altre. È il tempo della Napalm Records e degli Alestorm che se ne escono con titoli come Fanny Baws, Chomp Chomp, Tortuga. Il metal è una barzelletta innocua ormai, la stessa che all’epoca dei S.O.D. correva lungo un binario parallelo al significato reale dell’heavy metal, finendo, con ciò, per farci ridere sul serio.

Gli Ensiferum hanno cominciato ad esser bolliti già al secondo album, il discreto ma non più altisonante Iron, l’ultimo con Jari Maenpaa. All’epoca si mischiavano con smisurato successo gli ingredienti tipici di svariati filoni del metallo dal presente luminoso. Con ciò, black metal, power metal e death melodico avrebbero trovato la propria via melodica o sinfonica da percorrere, e da codeste etichette si sarebbe plasmato un qualcosa di adatto a tutti. Ecco perché il futuro non avrebbe potuto rivelarsi altrettanto luminoso: perché stavamo spalancando le porte alla merda, accogliendola con uno zerbino nuovo e argenteria tirata a lucido.

Il peruviano con la maglietta dei Dimmu Borgir, aggiungo, di Eonian, mi ha costretto a indagare su di lui nel momento stesso in cui l’ho incontrato lo scorso weekend. Lo vedo da settimane con addosso la stessa t-shirt, come in procinto di provocarmi o di comunicarmi che gli si è rotta la lavatrice, e naturalmente non ha saputo indicarmi che cosa fosse Stormblast. Ben sapeva, in compenso, che cosa fosse la trasformazione dei Dimmu Borgir in un fenomeno da baraccone a lui e a molti altri adatto: e infatti girellava con le infradito, unghie nere e un cappellino con su scritto uno slogan di quelli che leggeremmo in testa a Neymar mentre sconta un turno di squalifica. Eonian si rispecchia nell’abbigliamento scrauso di quell’improbabile individuo: tutto ridotto a una questione di stile, di trash e non più thrash, e di gente audacemente capace di mutare in monnezza pur di rivelarsi metallara. Mi rimbombano nella testa sentenze, piuttosto che domande: e allora i fan di questi finlandesi qua come cazzo gireranno per la strada? Me li immagino impeccabili, e pronti a deviare in un look metallaro nel momento in cui deve salire l’autostima. Questa roba risuona idonea un po’ a tutti; peccato che un tempo dietro al mainstream si celassero firme e professionisti capaci di farne “il mainstream”.

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Korpiklaani, ovvero il concetto espresso appena sopra

Sono paradossalmente da applausi la loro ostinatezza nel cimentarsi in un power metal dai risvolti folk e i rari accenni al metal estremo, come il ruffianissimo blast beat posizionato ad hoc nella conclusiva Cold Northland, subito dopo che ti sei strafatto di una canzone più brutta della roba allegrotta dei Korpiklaani, Midsummer Magic: niente vergogna, e, in caso essa si manifesti, niente ammissioni pubbliche a riguardo.

Purtroppo oggi siamo pieni di metal classico o “estremo” così impostato, e mi basterebbe che uscissero dei grandi album, come all’epoca lo fu Jaktens Tid dei Finntroll, per perdonare l’intristirsi di una faccenda del genere ai danni del consumatore con lo stomaco sofferente. Ma Thalassic non è affatto un grande album, né il suo tocco, o morso che dir si voglia, è potenzialmente mortale come quello dell’alce o dell’arvicola dei boschi. Si è tutto miserabilmente ridotto a quarantacinque minuti di godibile sottofondo a una birra qualunque, magari col figlioletto in braccio. Non riesco a meravigliarmi, allora, quando un gruppo musicale si ridicolizza nel vendere i propri ombrelloni da spiaggia e altri gadget simili. Ma se la musica è questa, e la musica È questa, noi che possiamo farci?

Allora io capisco il giovanotto depresso e imbottito di goccioline dalla mattina alla sera, il piccolo finlandese che fa statistica. Lo capisco e non mi bevo la scusa delle poche ore di luce al giorno, né quella della disparità sociale nel perfetto e collaudato sistema societario nord europeo. Al giorno d’oggi, egli nemmeno ha Amorphis o Sentenced come nome di punta a cui riferirsi, ma, in compenso, avrà da buttar giù gli attuali Ensiferum come la più inutile delle medicine. Come quelle che davano a Jack Nicholson per farlo diventare scemo. (Marco Belardi)

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