Avere vent’anni: aprile 2000

NECROMANTIA – IV: Malice

Trainspotting: Il terzo disco dei Necromantia si chiama inspiegabilmente IV: Malice, forse perché nel conteggio consideravano anche lo split coi Varathron del 1992. Comunque sia, quest’album arrivava a cinque anni di distanza dal precedente Scarlet Evil Witching Black, capolavoro assoluto che aveva contribuito a fissare le coordinate stilistiche del black metal greco, corrente di cui abbiamo così tante volte parlato su queste pagine. IV: Malice è giocoforza più moderno del precedente, e la cosa è palese sin dalle prime battute; ma non moderno in senso assoluto, perché nell’anno 2000 si definiva black metal moderno roba che spesso di black metal aveva ben poco, o che comunque si era allontanata decisamente troppo dalle premesse fondanti. I Necromantia sono comunque sempre stati un gruppo estremamente personale, votato alla sperimentazione, a partire dalla particolarità di essere tutto incentrato sui due bassi (tra cui l’8 corde iperdistorto di Magus Wampyr Daoloth) con pochissimi interventi di chitarra, ma anche al loro non sentirsi legati a particolari schemi esterni che non fossero quelli fissati dai Rotting Christ a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta: ritmi più lenti, atmosfere occulte, riferimenti magici. Di qui il continuo intrecciarsi di citazioni e rimandi, anche di pochi secondi, ai più disparati riferimenti, dal giro di basso di Rime of the Ancient Mariner al coretto finale di Disgusting Semla dei Morbid, il gruppo di Dead prima dei Mayhem, ripreso nell’incipit della traccia eponima; fino ai riff dei Black Sabbath accennati qua e là. Oltre a Daoloth, l’altro membro del gruppo era Blood Baron, recentemente scomparso: proprio in suo onore i Necromantia si scioglieranno nel presente anno 2020, dopo un EP in suo onore già annunciato. E, per chiudere il cerchio, sarebbe opportuno riscoprire questo gruppo incredibilmente poco considerato, e di qui tutta la scena greca, di cui IV: Malice, così come i precedenti lavori, costituisce un vero e proprio manifesto.

VIKING CROWN – Innocence from Hell

Ciccio Russo: Già nei mesi precedenti all’uscita di Reinventing The Steel, ultimo atto di un gruppo di fatto già sciolto, Phil Anselmo, che nel frattempo si era fatto ricrescere i capelli, era stato intento a sconcertare i fan con dichiarazioni di amore incondizionato per il black metal norvegese e annunci di progetti più o meno improbabili con i quali avrebbe dato fondo alla sua nuova passione. Noi giovincelli dell’epoca pensavamo che il cantante fosse impazzito del tutto e che, se tanto ci dava tanto, alla prossima overdose non sarebbe sopravvissuto. Mandare a puttane una band colossale come i Pantera – con tutto quel che ne conseguiva in termini di soldi, successo e groupie a novanta gradi con raglie stese sulla schiena – per mettersi a giocare ai piccoli Darkthrone ci sembrava una cosa totalmente fuori dal mondo. Allora Anselmo era una rockstar vera, uno che aveva conquistato la vetta della hit parade con un disco violentissimo come Far Beyond Driven. Oggi, che lo abbiamo visto invecchiare nella guisa di un simpatico buzzurro beone e scapoccione, riusciamo a capire quanto quella sbandata, allora incomprensibile, fosse stata sentita e sincera. Il problema sono i risultati. Perché, ascoltando questo primo Lp dei Viking Crown (la cui formazione includeva Anselmo, col nom de plume di Anton Crowley, la sua moglie di allora, Opal, e il compianto Killoy dei Necrophagia), sembra una vera fortuna che molti dei suddetti progetti non abbiano mai inciso nulla. Innocence from Hell è un disco talmente tremendo da risultare insostenibile. I riff sono così stupidi e minimali da sembrare successioni di quattro note a caso prodotte da un tizio che prende la chitarra senza averla mai suonata prima nella pausa di una partita di Risiko universitaria ad alto tasso di droga, la voce è un rantolo insensato e inespressivo, i suoni sono quelli di una demo italiana del ’92 e gli interludi di tastiera Bontempi a cura della gentile signora non sarebbero accettabili nemmeno nella colonna sonora dei cannibal movie girati da Bruno Mattei nelle Filippine. A suo modo, una testimonianza di un tempo che stava morendo, quello in cui i dischi brutti erano veramente brutti e non semplice mediocrità standardizzata come oggi.

SHADOWS FALL – Of One Blood

Cesare Carrozzi: Francamente non ricordo come questo disco mi capitò tra le mani vent’anni fa. Quello che ricordo bene, però, è che mi piaceva abbastanza la traccia principale, quella Of One Blood che dà il titolo a tutto l’album, e che il disco era prodotto discretamente male, anche per gli standard di allora. È pure suonato così così, e in questo senso si sente che è il debutto acerbo di un gruppo che ci credeva tanto ma che era anche alle prime armi. Il cantante credo sia uno dei peggiori del genere, che per questo lavoro possiamo definire tranquillamente thrash metal con qualche venatura di death melodico svedese, anche se poi pare si siano dati un po’ più al metalcore, ma non saprei confermare perché ho iniziato e smesso di ascoltarli proprio con Of One Blood. Nulla di che, insomma.

KATAKLYSM – The Prophecy (Stigmata of the Immaculate)

Marco Belardi: In quell’anno dei Kataklysm conoscevo giusto Victims of this Fallen World, un affrettato tentativo di inserire palate di groove all’interno del loro death metal per trarne un qualcosa di melodico, sperimentale e allo stesso tempo stradaiolo e al passo coi tempi (il 1992 di Body Count e Rage Against the Machine, a giudicare dalla copertina): fu veramente una merda e non volli mai più riascoltarlo, a priori. Quando mi passarono The Prophecy neanche mi accorsi che si trattava dello stesso gruppo che giusto due anni prima aveva inciso l’infame Victims of this Fallen World. Era come se Maurizio Iacono stesse tentando in tutti i modi di individuare la quadratura, e probabilmente, senza neanche accorgersene, l’ha messa a punto proprio qui sopra. Per come furono dosati i suoi ingredienti The Prophecy diventò il mio titolo preferito della band al pari con il primissimo Sorcery e con il celebrato – e ben più patinato – Epic (The Poetry of War). L’album del 2000 venne fuori pesantissimo, con Max Duhamel che prendeva la batteria dei Fear Factory e la inondava con tonnellate di blast beat senza badare troppo a fill o rullate. Era un muro, così come le chitarre, che dopo anni di frustrante transizione avevano appunto creato quel trademark perfettamente riconoscibile che li rese così popolari nei primi anni Duemila. Epic avrà certamente più pezzi, più carisma, ma questi qua erano i Kataklysm che finalmente ce l’avevano fatta a prendere una strada personale. Ed anche se nelle melodie ci sentivo pesantemente gli Hypocrisy imbottiti di velocità e svuotati da tutte quelle cazzate sugli alieni, The Prophecy mi sembrò quasi unico, e pertanto me lo sarei portato nel cuore ancora per un po’.

DARK FORTRESS – Tales from Eternal Dusk

Michele Romani: I Dark Fortress sono sempre stati un’entità piuttosto secondaria all’interno del black metal europeo. Di loro ho perso le tracce da svariato tempo, ma ogni tanto vado a rispolverarmi proprio questo Tales from Eternal Dusk, il debutto della band tedesca. Se la proposta dei Nostri col tempo si è tramutata in una sorta di black metal moderno a tinte progressive, in questo primo disco le influenze invece sono derivatrici di un classico black metal melodico chiaramente di scuola Dissection, le cui influenze permeano un po’ tutto l’intero lavoro. Fin dall’iniziale Pilgrim of The Nightly Spheres è il tipico tremolo picking di scuola marcatamente svedese a farla da padrone, alternato ai classici fraseggi melodic death che tanto ricordano Nodveidt e soci. La formula durante lo scorrere del disco non cambia più di tanto, ma il songwriting è quasi sempre su livelli considerevoli: basti ascoltare i suggestivi intrecci di chitarra di brani come Twilight, Dreaming e la stupenda Captured In Eternity’s Eyes, la mia preferita del lotto. Non mancano anche i classici strumentali acustici che andavano tanto per la maggiore all’epoca, e vi assicuro che un pezzo come Moments of Mournful Splendour ha veramente poco da invidiare ad una Feathers’s Fell o Forlorn in Silence. In definitiva quello dei Dark Fortress è un ottimo esordio che purtroppo non sono mai più riusciti a replicare.

HEAVEN SHALL BURN – Asunder

Ciccio Russo: Oggi sono degli star, come direbbe l’ex assessore alla Cultura di Falconara, oggi che se ne escono con il disco doppio fuori tempo massimo dopo una carriera spesa con l’etichetta di metalcore/deathcore appiccicata addosso a dissuadere i vecchiacci quando in realtà suonano, per lo più, death melodico travestito. È però agli esordi che gli Heaven Shall Burn spaccavano davvero, non quando, raccogliendo maggiori consensi, sarebbero diventati i Dark Tranquillity con i breakdown. Il debutto Asunder è il disco loro che preferisco proprio perché è ancora un disco metalcore – nel senso di metal + hardcore – grezzo, viscerale e irrequieto: non sbagliano niente. Pure i suoni sono (ancora) quelli giusti, tanto che la successiva evoluzione, che pure qualcosa di buono ha prodotto, andrebbe rubricata come involuzione. Se, un po’ come Carrozzi con i The Black Dahlia Murder, li avevate sempre schifati per principio, è giunto il momento di ricredervi.

TSJUDER – Kill for Satan

Gabriele Traversa: Quello degli Tsjuder credo possa essere definito black metal da rissa. Lo so, è strano associare un genere come il black metal (oscuro, glaciale, misantropico e che richiede almeno un metro di distanza tra le persone da molto prima del coronavirus) alle botte da orbi, però è così. Uno vede una rissa e immagina Fucking Hostile, Hammer Smashed Face, Going Berserk dei Thyrfing (se si tratta di vichinghi), oppure, che ne so, un pezzo Oi! da panificio occupato di Livorno; e invece, incredibile ma vero, anche gli Tsjuder hanno diritto ad una tessera di questo elegante ed esclusivo club di menare. Non serve che parli di questo disco in particolare, anche perché sono tutti abbastanza uguali.

CEPHALIC CARNAGE – Exploiting Dysfunction

Ciccio Russo: Cannabinomani dichiarati e inattivi in studio da ormai dieci anni, i Cephalic Carnage avrebbero iniziato a fare sul serio a partire dal successivo Lucid Interval, quando la loro ispirazione caotica avrebbe trovato una logica e un filo conduttore tale da non farla suonare come uno scombinato bric-à-brac da fattoni quale è ancora questo loro secondo full. Exploiting Dysfunction le tenta un po’ tutte, dal brano di pochi secondi allo svarione jazz alla Naked City passando per tentativi sludge ma alla fine i momenti migliori rimangono i pezzi più canonici come una Eradicate Authority, il che, date le premesse, significa che c’è un problema. Eppure, all’epoca, fu accolto piuttosto bene.

LUCIFUGUM – On Hooks to Pieces

Michele Romani: Dei prolificissimi Lucifugum avevo già parlato poco tempo fa in occasione del full d’esordio On the Sortilege of Christianity, a cui è seguito pochi mesi dopo questo On Hooks to Pieces (ho come il dubbio che questi ucraini non avessero veramente un cazzo da fare, considerato che spesso hanno fatto uscire due full nello stesso anno). In realtà quello che avevo scritto in occasione dell’esordio può benissimo essere travasato in questa recensione, perché si tratta sempre del solito black metal slavo pesantemente debitore dei Nokturnal Mortum, con solita registrazione oscena e tastiere come se piovesse. L’unica differenza rispetto all’esordio forse è il fattore-melodia messo leggermente in secondo piano, in favore di momenti maggiormente aggressivi e black metal tout court. Per il resto come dicevo non ci sono sostanziali differenze, anche se ritengo l’esordio decisamente superiore.

TRANS-SIBERIAN ORCHESTRA – Beethoven’s Last Night

Trainspotting: Nella vita si scoprono sempre cose nuove. Certezze incrollabili collassano davanti ai nostri occhi increduli, e incontestabili monumenti dell’ovvio vengono messi in dubbio con sconcertante ingenuità. Ad esempio ho recentemente scoperto che a buona parte della redazione i Savatage post-Edge of Thorns fanno schifo. Non voglio fare nomi per non rischiare di sottoporre i suddetti ad un peraltro giustissimo linciaggio pubblico, ma così è. Non oso quindi pensare che cosa potrebbero pensare i miei abietti colleghi sui Trans-Siberian Orchestra, la sublimazione estremizzata della vena orchestrale e da musical degli ultimi Savatage, foss’anche solo per Beethoven’s Last Night, il capolavoro del progetto parallelo di Jon Oliva, quello che dal primo all’ultimo secondo ti fa gonfiare gli occhi come ad un bambino in una fiaba di Natale. Non voglio neanche soffermarmi a descrivere l’album, la cui grandezza è evidente a tutti tranne che, evidentemente, ai sordidi colleghi di cui sopra. Comprendo che il concetto stesso su cui i Trans-Siberian Orchestra sono fondati poggia su un sottile filo sotto cui si spalanca l’orribile precipizio del grottesco, ma il vero miracolo di Jon Oliva è essere riuscito a fare qualcosa di davvero imponente e che funziona nonostante le rischiosissime e traballanti premesse. Beethoven’s Last Night è il loro disco migliore: se non lo conoscete prendetevi un’ora e un quarto di tempo, cancellate dal vostro cuore le brutture dell’età adulta e immergetevi in questa favola meravigliosa e commovente.

7 commenti

  • Grandi ragazzi! Non mi piace esattamente nulla!

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  • I TSO sono talmente enormi ( enorme è l’unica parola da usare quando si parla anche velatamente dei Savatage) che riescono a farti venire la pelle d’oca in Who Is This Child anche se il cantante pare debba spruzzarsi litri di rinazzina spray nasale a causa dell’allergia di stagione

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  • i TSO fanno cagare. però questo album è un capolavoro. giuro, non so come sia possibile.

    (detto questo se a qualcuno non piace Handful of rain, è pazzo)

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  • A me i Cephalic Carnage mancano, però. Non ho mai indagato il perché della loro scomparsa, sarebbe bello sentire qualcosa di nuovo

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  • anvedi quanta robetta…i Viking Crown erano veramente qualcosa d’imbarazzante, i tsjuder belli ignoranti anche se poi non li ho più seguiti. Dei Lucifugum dovrei avere un loro disco originale arrivato per sbaglio da un qualche pre-order, ma onestamente non me li ricordo per niente. Per i Cephalic Carnage, vale un po’ quanto per i Berzerker, divertenti a piccolissime dosi, ma inascoltabili a lunga distanza. Per i TSO conosco solo questo e quello di Natale, e ricordo che per un periodo me li ascoltavo in continuazione. Ora mi avete fatto venire voglia di risentirli.

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