Quasi quarant’anni e non saper dare una spiegazione ai LAMB OF GOD

Di sicuro i Lamb of God sono tra le band di punta del panorama attuale. E allora me li riascolto, e, come ogni volta, provo una sensazione che potrei definire senso di colpa. Oggi devo assolutamente capire dov’è che sto sbagliando.

Faccio per l’ennesima volta una fatica bestiale nel distinguere i loro pezzi, nello scegliere i buoni e i meno buoni. Non che li trovi tutti uguali, non fraintendetemi: ma è come se fossero pompati al massimo dalla prima all’ultima nota, e privati di un climax, di un accento, di una qualunque caratteristica in grado di diversificarli. Mi accade dai tempi di Sacrament, l’attimo in cui decisi che a ogni loro pubblicazione non avrei dedicato più che un paio di rapidi passaggi. Non avevano più i suoni ruvidi e taglienti mantenuti fino a Ashes of the Wake, e soprattutto, l’estro pazzesco di Chris Adler si era manifestato in New American Gospel per poi diventare una parte integrante della canzone, al suon di cassa spezzata e passaggi di un groove così costantemente presente da perdere, alla lunga, un po’ del suo rilievo. Il che ci rimanda al problema sottolineato in principio. Batteristi come lui dovrebbero seguire l’esempio di Joey Jordison, e cioè elevarsi un gradino sopra alle ritmiche, comportandosi come una vera e propria sezione solista. Ciò risolleverebbe i Lamb of God dal piattume e dalla penuria in cui sono sprofondati successo dopo successo, e ahimé, posizionare un Chris Adler sul livello delle ritmiche, come accaduto nei Megadeth, non penalizza lui ma la band intera. E penalizza coloro che la ascoltano, o almeno coloro che come me si annoiano a morte con la loro musica.

Il dosaggio del fattore groove è il nodo da sciogliere. I Pantera ci insegnarono come farne tesoro assestando in ciascuna canzone un passaggio chiave, un bridge o un finale talmente degni di nota che, in un futuro non lontano, in molti avrebbero costruito le canzoni imitando quei momenti e dimenticandosi della canzone stessa. Questo è accaduto ai Lamb of God, bravissimi nel riproporre usi e costumi del groove metal anni Novanta e nell’aggiornarlo ad oggi: ma fanno soltanto quello. I Lamb of God non devono cambiare stile o tipo di produzione, ma rivedere in modo profondo la maniera in cui pensano e compongono le proprie canzoni. Tuttavia, anche se non lo faranno, piaceranno ugualmente a tutti ma non al sottoscritto.

Questi gruppi individuano una propria comfort zone e non la abbandonano più, e nel farlo mi rimangono sul cazzo, perché sprecano doti e un talento smisurato in favore della mera piacioneria. E dev’essere difficile, per loro, così come per gente come i Revocation in altri ambiti, entrare in studio e comporre dieci nuove canzoni che girino attorno allo stile delle novanta già incise, senza plagiarsi da soli e portare in causa il bassista.

Inoltre nei loro confronti grava la costante definizione di metalcore, il che mi manda del tutto in confusione: un tempo la adoperavo per i Biohazard e adesso, o meglio da vent’anni, realizzo che i Lamb of God a detta di molti suonano anch’essi metalcore. Non mi piacciono le etichette, ma, ogni volta che li sento definire così, reagisco e so che reagisco nella maniera sbagliata, perché questi cristi americani neanche fanno death melodico, né sono inquadrabili dalle parti di un qualcosa che anche vagamente assomigli agli Exhorder o al groove thrash che ne derivò. I Lamb of God sono i Lamb of God, la forma generica per eccellenza, l’unico gruppo mainstream con cui, al termine dell’ascolto di un album, mi dimenticherò di come cantava Randy Blythe per poi subito riconoscerlo al momento di ritornarci sopra. Questo non significa che Randy Blythe sia un pessimo cantante, anzi. Soltanto non lo riconosco, non ne memorizzo il timbro e lo stile che dovrebbe contraddistinguerlo: e, considerando la fama che aleggia sul gruppo e gli anni d’attività alle spalle, ciò è bizzarro.

ArtCruz

Art Cruz

C’è poco da aggiungere: Chris Adler è stato sostituito da un tale, che, come nel caso degli Slipknot, è finito lì perché idoneo a riproporre lo stile del predecessore. Badate bene, il tizio che ne ha preso lo sgabello non è un emulo di Chris Adler, bensì uno che tira dritto come un treno e che è perfettamente a suo agio nello stare parallelo al modus operandi d’un grande batterista. Negli Slipknot è avvenuta la stessa cosa: adesso c’è un performer di cui neanche conosco il nome e che non sbaglia niente; ma prima c’era Joey Jordison, uno dei cinque più importanti dall’anno Duemila in poi. Chris Adler è un altro di quei cinque, ma tanto lo avevano già messo in riga e lavorava a mezzo servizio da più d’un decennio. Sentire uno del suo livello così penosamente tenuto al guinzaglio mi ricordava il Nick Menza di Countdown to Extinction e Youthanasia, a cui improvvisamente non era più concessa la libertà d’arrangiamento tipica del techno-thrash di fine anni Ottanta e inizio Novanta. E allora dico che non importa quale figura tecnicamente preparata tu metterai su quello sgabello: farà in ogni maledetto caso le stesse e identiche cose, e il Chris Adler di New American Gospel rimarrà un episodio isolato oltre che un ricordo indelebile nella mia mente.

Concludo dicendo che la terza traccia, Gears, è l’unica che ha saputo destarmi dal torpore, e che a un certo punto mi sono svegliato per una seconda volta perché m’era parso di sentire Chuck Billy dei Testament, ed effettivamente era lui (carina, in proposito, l’accelerazione hardcore a metà di Routes). Per il resto, un altro insipido album da una formazione estremamente celebre, di grandi professionisti e validi musicisti il cui talento al tempo di As the Palaces Burn era già una questione di riff, di potenza, di groove, piuttosto che di enormi canzoni da risentire e memorizzare. E oggi le cose vanno peggio che allora. (Marco Belardi)

10 commenti

  • Ho provato ad ascoltarli anni fa, ma la soglia di attenzione calava a zero dopo due minuti. Non so cosa ci trovi la gente in un gruppo così, non c’è un cazzo di attitudine ed è il problema di gran parte del metal attuale

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  • Oggi mi sento meno solo. Ancora oggi non mi spiego il seguito dei LoG. Mi piacciono i loro suoni belli compressi, ma dopo 3 pezzi ne ho già le palle piene^^’.
    Quest’ultimo non l’ho sentito e ad essere onesto non ne ho neanche molta voglia.

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  • Devo dire che fino a Wrath (compreso) mi piacevano parecchio. Alcune canzoni come Vigil (la loro migliore in assoluto per me) o Contractor sono meritevoli di maggior considerazione, sempre dal mio punto di vista ovviamente. Però devo dire che gli ultimi loro dischi sono effettivamente caduti nel pozzo del “more of the same” e di colpo i LoG hanno perso quel qualcosa che li rendeva interessanti. L’etichetta metalcore non l’ho mai capita nemmeno io sinceramente, per un po’ li ho ritenuti gli unici eredi possibili dei Pantera in ambito groove ma ammetto che ormai, considerati tutti i dischi che hanno alle spalle, hanno decisamente perso quel treno. Quest’ultimo non l’ho nemmeno ascoltato e non riesco a trovare la voglia di farlo. In definitiva un peccato.

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  • Andrew 'Old and Wise'

    Sostanzialmente devo dare ragione a Marco, tuttavia possiedo ogni loro album, a parte, per ora l’ultimo, e qualche ascoltata gliela do, talvolta. Oddio, è più qualcosa come : Ah, fighi i Lamb of God, tosti, bisogna che me li ripassi , ho voglia di suoni compressi e un po’ di sana violenza gratuita’, e poi, a momento di estrarre il cd prescelto la mano si sposta da sola verso altri lidi. Ecco qua, sono bravi ma privi un po’ di anima, sono bravi ma poco coraggiosi, sono bravi ma da artigiani, non da artisti

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  • Concordo. Stessa identica impressione che mi fanno i Trivium o gli Avenged Sevenfold.

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  • Certe cose si intuiscono dal nome, dalle copertine, dal logo: li ho ignorati fino ad ora e continuerò a farlo.

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  • Curioso, anche a me non piacciono per nulla.

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  • Elfo Cattivone

    Questo è il peggior gruppo metal mai esistito.

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  • Solo qualcuno che ha problemi uditivi potrà negare che, nel suo genere, “VII:Sturm und Drag” sia quanto di più vicino ad un capolavoro. O che le 18/20 migliori canzoni dei LOG che poi vanno a comporre un concerto farebbero saltare pure un morto. E qui non c’entra nulla il de gustibus. Siamo dalle parti del pregiudizio o della malafede.

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    • Ci ho provato ieri col disco che dici tu, ma pure io mi rompo i coglioni….ne deduco che il de gustibus c’entri sempre…a me viene più voglia di pogare coi brighter death now che con i LOG

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