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EXHORDER – Mourn the Southern Skies

4 ottobre 2019

Quando penso a un gruppo già pronto alla sua prima uscita ufficiale, penso agli Atrophy di Socialized Hate, ai Vio-lence ed agli Exhorder. Se poi mi apro una birra, allora sì che penso a molti altri gruppi e titoli, ma di getto direi così. Questi tre avevano in comune una disgrazia non da poco: se sei pronto fin dall’inizio sarà difficile fare di meglio in seguito, o anche tentare una qualunque forma di processo evolutivo senza scadere in scomodi paragoni. Loro risolsero la questione sciogliendosi prestissimo.

Gli Exhorder suonarono dal vivo al fianco dei Pantera, poi, al momento di pubblicare i rispettivi album del 1990, ecco spuntar fuori delle affinità che con Power Metal si sarebbero potute soltanto dedurre. Credo che entrambi stessero affrontando la questione del thrash metal dallo stesso lato: lo dice Over and Out appunto da Power Metal, lo dicono in maniera più sottile altre sue tracce. Il techno-thrash era quasi bollito, e gli album del grande successo commerciale li stavano componendo proprio in quei mesi i rispettivi autori, Metallica e a ruota Megadeth. Gli Exhorder erano un gruppo che da tre o quattro anni portava in giro il materiale delle sue demo, ed in proposito, Ripping Flesh dal primo Get Rude l’hanno ri-registrata e inclusa nel nuovo Mourn The Southern Skies ed è bellissima anche oggi. Naturale che qualcuno un giorno o l’altro avrebbe notato gli Exhorder. Innaturale affermare che la roba presente su Slaughter In The Vatican sia bastata a fornire ai Pantera quanto necessario per ripresentarsi con un reset generale del livello di Cowboys From Hell. Ma ce l’avete presente Cowboys From Hell, accidenti al colonnato? Sicuramente Vinnie Labella ha significato qualcosa per Dimebag Darrell, dal momento che si sarebbe cimentato in cose come Heresy, ma ne nacque una questione gigantesca, anzi, sproporzionata. Tipo quella volta che nascondemmo, durante la ricreazione, l’Apecross del professore di educazione fisica.

La chance che hanno adesso gli Exhorder è di riappacificarsi con il genere musicale che prima li celebrò e subito dopo glielo mise nel culo, perché adesso la loro testa sarà senz’altro sgombera sia dai Pantera che da quella fastidiosa sensazione che tutti debbano stare dietro a qualche regola generale, pur di campare. Nomi? Overkill di I Hear Black, Forbidden, Anthrax e tutto quanto il convoglio. Il rischio consiste semmai nel concetto di thrash metal moderno, che per gli Exhorder significava Terry Date, chitarre ultra compresse e quella cassa che faceva un suono da tastiera meccanica. Oggi è tutta un’altra faccenda, e gli Exhorder, se mai volessero prenderne parte, si ritroverebbero a fare una qualcosa di completamente inedito. Il che è appunto rischioso.

Fortunatamente Mourn The Southern Skies non nasce così, o almeno, limita la questione a un pezzo molto in scia dei Testament Beware The Wolf – ed alla prima My Time, che nel ritornello finirà un po’ per ammiccare alle melodie facilone degli attuali Death Angel. Il resto è il proseguo di The Law, a mio avviso con un album più ispirato di The Law stesso e un Kyle Thomas pressoché in stato di grazia. Questo tizio ha cinquant’anni e si trova nelle migliori condizioni tecniche ed espressive viste in carriera. Le chitarre risultano una via di mezzo tra la compressione di The Law e i suoni contemporanei: non un aborto, ma neanche un qualcosa per cui firmerei a occhi chiusi. Va molto peggio alla solita batteria, poiché il Sasha Horn già impegnato con i Forbidden qualche anno fa offre una prestazione talmente maiuscola che avrei preferito ascoltarla sotto una veste migliore. È il solito suono di batteria di merda che i gruppi Nuclear Blast si passano sottobanco da anni, forse un pelino migliore dello standard, ma tuttavia non si sopporta. Il disco in sé è perfetto per cinque pezzi, cala vistosamente dalla sesta all’ottava, e riparte in pompa magna fino alla magnifica conclusione offerta dalla title-track, in cui sembra di avere a che fare con un lungo brano dei Down cantato da un tizio che non sta per collassare di cirrosi. I Pantera ci sono ma ne viene limitato l’utilizzo a uso ludico o vendicativo: Yesterday’s Bones è uno degli esempi più palesi in quel senso, ma il motore gira al massimo dei giri in altri casi, come Hallowed Sound.

Dopo aver riabbracciato Xentrix ed Exumer solamente a mezzo servizio, o semmai al limite delle loro attuali possibilità, Sacred Reich ed Exhorder mi hanno del tutto sorpreso grazie a titoli che preferisco perfino ad alcuni dei loro lavori storici: band calate un po’ troppo presto in seguito ad esordi pazzeschi, e che stranamente, solo oggi ritornano allo scoperto con un’incredibile efficacia. Immaginate i primi anni Novanta senza i grandi album spartiacque che costrinsero un sacco di gruppi a sciogliersi, a calarsi le braghe, ed a fare scelte più che sbagliate. Oggi, con il loro ritorno, gli Exhorder ripartono esattamente da lì, ci aggiungono una significativa dose di Presente, e non sbagliano quasi niente. (Marco Belardi)

9 commenti leave one →
  1. Magus79 permalink
    4 ottobre 2019 11:11

    Se oggi gli album hanno dei suoni pessimi e tutti uguali è colpa delle persone che ascoltano la musica solo con spotify o youtube,
    le seghe mentali sui suoni plasticosi, la batteria bombastica o l’eccessiva compressione ai gruppi non li sfiora neppure, anche perché i cd ormai li comprano in 4 gatti, perché dovrebbero sbattersi a fare produzioni fatte bene,a lavorare sui suoni o cose così quando poi la gente li ascolterà su spotify o sul tubo? Non ne vale la pena.Tanto ormai se fanno qualche soldo lo fanno con i concerti, per cui meno tempo passano in studio, meno soldi spendono, prima possono partire in tour e guadagnare qualcosa.La nuclear blast ma anche le altre etichette si sono adeguate al mercato, chi come me ha speso soldi per un buon impianto hi fi e si compra ancora cd e vinili non fa numero e quindi se la prende in quel posto.Per questo io non me la prendo con la nuclear blast, ma con chi magari ascolta solo dalle piattaforme streaming e poi si lamenta pure delle produzioni (non so se è il tuo caso), dovrebbero prendersela con loro stessi

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    • 4 ottobre 2019 12:24

      Il problema non sono assolutamente le piattaforme streaming (il disco ormai è un oggetto solo per collezionisti), ma l’impianto. Da un punto di vista di qualità del suono è molto meglio ascoltare su Spotify Premium in alta definizione con un buon impianto audio rispetto a sentirsi il cd dallo stereo portatile da 80 euro.

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      • Magus79 permalink
        4 ottobre 2019 13:10

        Scusa, ma non parlo certo di stereo da 80 euro, per ottenere una buona qualità audio con lo streaming ad alta fedeltà con un impianto hi fi dedicato a quello occorre spendere parecchio, per fare un paragone, un hi fi tradizionale con lettore cd diciamo da 1000 euro suonerà sicuramente meglio di uno per lo streaming di pari prezzo, e comunque è irrilevante, perché la maggior parte delle persone non ha certo dei buoni impianti hi fi di nessun tipo e non ascolta certo in alta fedeltà , la massa ascolta col cellulare in mp3 , o al massimo con qualche compatto di qualità indegna, con cd o in streaming cambia poco. Il problema rimane, non vale la pena nè per le band nè per le etichette sbattersi per una produzione più ricercata, tanto la maggior parte delle persone li ascolterà comunque su apparecchi con una sezione audio mediocre

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      • weareblind permalink
        4 ottobre 2019 15:49

        Cazzo Barg, meno male, ma basta co sto chiagne e futte contro la fornitura non fisica, ma tornate ai segnali di fumo. E basta anche co sta cazzo di buffonata del suono plasticoso, non vuol dire nulla, clichė rifritti.

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      • Magus79 permalink
        4 ottobre 2019 15:54

        Comunque, se non sbaglio spotify premium è in formato mp3 320 kbps, quindi non la definerei alta definizione

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  2. Magus79 permalink
    4 ottobre 2019 14:48

    Comunque, ho scritto che è colpa di chi ascolta in streaming, ma non è corretto, alla fine non credo ci siano colpe da dare, semplicemente le cose sono andate così, prendiamo il “problema” dell’eccessiva compressione dinamica, è cominciato con il cd e la diffusione dei compattoni,ora c’è lo streaming, guarda caso il peggioramento della qualità audio dei dischi è andato di pari passo con le varie innovazioni tecnologiche,complice anche la crisi economica perenne. Così la maggioranza delle persone attacca le cuffiette scrause allo smartphone e non si pone il problema se è possibile avere una qualità audio migliore, ha altre priorità, ma di certo lo smartphone medio non è migliore del lettore cd portatile di 30 anni fa, a meno che non abbia una sezione audio particolarmente curata, ma non sono molti modelli ad averla, oppure che uno si prenda una buona cuffia bluetooth, che avendo un dac e un amplificatore proprio non usano quelli del telefono, o ancora usando un ampli dac esterno, ma per molti sarebbe semplicemente una scomodità, sicuramente oggi con un pó di impegno in mobilità si possono ottenere ottime cose, ma nonostante questo la maggior parte delle persone si accontenta.Per cui alla fine se non frega niente alle persone, non frega niente alle band, perché dovrebbe fregare qualcosa alle labels?

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    • 5 ottobre 2019 19:35

      Però anche in passato era una minoranza a investire in un impianto hi fi serio e chi è cresciuto con il tape trading ha avuto per anni dischi fondamentali con una resa audio infinitamente peggiore di quella di un mp3. Credo che la causa scatenante della cosiddetta “loudness war”, della standardizzazione delle produzioni etc sia stata più che altro il crollo del fatturato dell’industria musicale legato alla pirateria di massa. A quel punto, avendo pochissimi soldi da investire, ha avuto sempre meno senso investire nella produzione. Certo, è per l’avvento del formato digitale che, dovendo tagliare, è stato automatico farlo su questo fronte. Però non sono così convinto che le generazioni precedenti fossero molto più competenti sul fronte della qualità del suono.

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  3. Magus79 permalink
    4 ottobre 2019 17:28

    Ovviamente non può mancare il commento a cazzo di weareblind

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    • 6 ottobre 2019 18:51

      “Vivi e lascia vivere” è sottovalutato. Ma, d’altronde, nel giorno della morte di Ginger Baker probabilmente è giusto così.

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