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Avere vent’anni: giugno 1998

30 giugno 2018

powertrip

MONSTER MAGNET – Powertrip

Stefano Greco: “I’m never gonna work another day in my life!” Il ritornello di Powertrip (la canzone) e il singolone Space Lord sono un punto talmente alto nella cultura del ventesimo secolo che in teoria dovrebbero bastare da soli a garantire a Powertrip (l’album) un posto fra i migliori dischi della storia. In realtà non è proprio così, e nonostante alcune vette assolute alla fine il quarto della band di Wyndorf è l’album più debole pubblicato fino a quel momento. I Monster Magnet del 1998 sono una band passata al setaccio per essere ripulita dalle impurità: incastrate nel passino sono restati incastrati sia il grezzume di Spine Of God che la psichedelia e i narcotici dei suoi successori. All’epoca avevo letto da qualche che questa semplificazione del suono era qualcosa tipo una “svolta stoogesiana”, ma non avevo realmente le conoscenze per sapere di cosa si stesse parlando. Bene, tanti dischi dopo vi posso assicurare che si tratta di una di quelle cazzate colossali tipiche dei parolai del rock and roll. Powertrip è semplicemente un disco che prova ad essere un po’ più paraculo (e a tratti ci riesce alla grande) ma che alla fine ha il difetto di essere per metà costituito da riempitivi. E se l’album precedente si chiama Dopes To Infinity (il disco perfetto?) è normale rimanere un po’ interdetti. La tipica maledizione di chi riesce ad un certo punto a tirare fuori qualcosa di realmente straordinario. Detto questo, come EP sarebbe stato un capolavoro.

soulburn

SOULBURN – Feeding on Angels

Ciccio Russo: Eravamo rimasti al ’96, quando il batterista Bob Bagchus tentò di rimettere in piedi gli Asphyx con il frontman originario Theo Loomans e il tizio dei Deadhead alla chitarra. God Cries non piacque quasi a nessuno e Loomans morì investito da un treno. Al che Bagchus si riconciliò con Eric Daniels, chitarrista storico degli autori di The Rack, e i due – invece di rifondare la band madre (che non fosse aria lo stava dicendo il destino) – chiamarono Wannes Gubbels dei Pentacle al basso e misero su un progetto che sulla carta avrebbe dovuto tributare il proto-black primigenio di Venom e Bathory ma in concreto non si discostava troppo dal loro passato. Anzi, se Feeding on Angels gode di un certo culto è proprio perché, di fatto, è un disco degli Asphyx sotto mentite spoglie, salvo qualche episodio (Hymn of the Forsaken) dove gelidi venti scandinavi spirano qua e là. Due anni dopo infatti sarebbe uscito On the Wings of Inferno, stessa line-up, stessi suoni ma il logo degli Asphyx in copertina. Bagchus e Daniels riesumeranno i Soulburn nel 2014 e incideranno altri due dischi ma, questa volta, si metteranno a suonare black metal sul serio.

gehenna

GEHENNA – Adimiron Black

Michele Romani: Ho sempre avuto un debole per i Gehenna, senza dubbio uno dei nomi di spicco della gloriosa scena norvegese anni ‘90 ma che, per una ragione o per un’altra, non hanno mai ottenuto il successo di altri colleghi molto più blasonati. Ricordo ai tempi di essermi consumato le orecchie con il bellissimo The First Spell, il suo degnissimo successore e Malice, anche perché la loro formula di un black metal sinfonico tutto basato sulle atmosfere piuttosto che sulla velocità a quei tempi la praticavano veramente in pochi. Il tutto però cambiò drasticamente con questo Adimiron Black, il primo lavoro per la Moonfog di Satyr, che segue un po’ il trend di molte band norvegesi sul finire degli anni Novanta, basato sulla sperimentazione e su un sound molto più diretto e aggressivo. Il disco in questione infatti suona completamente diverso dai suoi predecessori, tanto che sembra quasi di ascoltare un’altra band: il black lento e atmosferico di Dolgar e compari lascia spazio ad un death metal cadenzato sul quale ogni tanto fanno capolino le lugubri tastiere di Sarcana, che restano l’unico punto di contatto col passato della band. Adimiron Black alla fine non è neanche così male, brani come The Killing Kind o Devil’s Work (ancora adesso un cavallo di battaglia in sede live) si ascoltano con piacere,  ma se paragonato alle precedenti produzioni della band di Stavanger rimane una sorta di delusione e soprattutto spiazzamento totale.

munki

THE JESUS AND MARY CHAIN – Munki

Charles: Quella dei The Jesus and Mary Chain è una storia che parte dal disordine mentale e dallo sfascio umano che era alla base del movimento post-punk, quindi anfetamine, eroina, ubriachezza molesta, risse sui palchi, strumenti fatti a pezzi, arresti e tutto il corollario di atti di autodistruzione che rendeva questo mondo dannatamente attraente agli occhi di un ragazzino.  Li scoprii troppo tardi (in realtà nel ’95 ma li approfondii solo in seguito), che Munki era già uscito da un po’ e i fratelli Reid si erano già lanciati addosso tutta le uova rancide che avevano accumulato negli ultimi anni di scazzi, fino a separarsi. Si sono poi riuniti di recente ed hanno pure pubblicato un album molto bello contro tutte le aspettative. Quello della data romana, dello scorso 23 maggio all’Orion, è stato un evento assolutamente pacifico, come è normale che sia oggi, e ne siamo usciti illesi e felici. Hanno addirittura infilato un paio di pezzi da Munki in un encore che non finiva più, Cracking Up e I Hate Rock’n’Roll, facendoci tornare un po’ pischelli. Munki, pur essendo l’ultimo album prima dello split, conserva intatta la doppia faccia dei Jesus and Mary Chain, quella punk-pop danzereccia, alla Ramones sotto botta di pillole della felicità, e quella marcia piena di distorsioni e voglia di morire. Un album ispiratissimo e molto rappresentativo della band, che merita di essere recuperato. Mi raccomando, però, andateci piano coi fiori di papavero.

godkiller

GODKILLER – The End of The World

Michele Romani: Tra i vari trend che si susseguirono nella seconda metà degli anni ’90 è da menzionare senza dubbio il cosiddetto “medieval black metal”. C’è stato infatti un periodo in cui, nelle varie riviste di settore, incappavi spesso in questi personaggi pittati con corazze e spadoni in mano che decantavano gli “oscuri tempi medievali” (cit.) e blateravano su quanto gli sarebbe piaciuto vivere ai tempi della peste bubbonica. In mezzo ad una serie di nomi poco raccomandabili m’incuriosirono un casino questi Godkiller, in realtà una one man band proveniente addirittura dal Principato di Monaco che diede alla luce l’ottimo The Rebirth of The Middle Ages, un EP di una ventina di minuti di black guerresco e atmosferico un po’ tra primissimi Falkenbach e Satyricon. Passano due anni e sempre sotto la nostrana Wounded Love esce questo The End of The World. Pure qui vale il discorso che facevo prima con i Gehenna, e cioè che se non si leggesse sul libretto il nome Godkiller sarebbe difficile pensare che si tratti della stessa band: il black metal dell’esordio infatti scompare del tutto per lasciare spazio ad una sorta di industrial/electronic metal molto d’atmosfera, senza dubbio una mossa molto azzardata per l’epoca ma il cui risultato finale risulta comunque abbastanza godibile, una volta superato l’impatto di un cambiamento così repentino. Il disco successivo accentuerà ancora di più quest’aspetto, dopodiché del signor Duke Satanel e dei Godkiller non si sentirà più parlare.

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ALABAMA THUNDERPUSSY – Rise Again

Ciccio Russo: Complice il botto del summenzionato Powertrip, è proprio in questi mesi che la definizione stoner rock inizia a fare breccia tra i pennivendoli. I Kyuss si erano sciolti, i Buzzoven pure ma di adepti del culto del riff rimasti a tenere alta la fiamma ne stavano venendo fuori sempre più. E i migliori stavano quasi tutti su Man’s Ruin. Come gli Alabama Thunderpussy (che in realtà venivano dalla Virginia, un po’ come i Nashville Pussy che alla fine venivano da Atlanta), al cui esordio Rise Again riesce di essere allo stesso tempo ortodosso e disomogeneo. Il suo fascino sta proprio qua. C’è l’afrore sludge sudista dei Down, ci sono cafonate blues da bovari col campanaccio, ci sono bordate hardcoreggianti alla Crowbar e c’è pure qualche momento di relax (Speaking In Tongues) dove gli Alice In Chains non sono poi lontanissimi. Derivativi, sì, ma in questo in genere quando mai è stato un difetto.

neglected fields

NEGLECTED FIELDS – Sinthinity

Marco Belardi: Sono andato a ricontrollare cinque o sei volte di avere scritto correttamente il titolo, quindi sarà certamente sbagliato. In compenso Sinthinity è il primo lavoro storicamente pubblicato da questo gruppo di death metal tecnico dalla Lettonia. Il secondo l’avrei acquistato a scatola chiusa in un negozio a Firenze giusto un paio di anni dopo, e mi sto tuttora domandando il perchè. La differenza fra i due, è che nel debut suonavano un qualcosa che mi fece pensare vagamente agli Atheist di Unquestionable Presence e pure ai primi Sadist, dopodichè aggiunsero una forte componente atmosferica e linee vocali che man mano facevano sempre più pensare al black metal sinfonico, agli Shagrath e compagnia bella. Le tastiere c’erano già in principio, ma erano ben dosate e in futuro avrebbero preso scandalosamente il sopravvento su tutto; così come faceva la comparsa una voce femminile – ad esempio in Ephemeral – proveniente da una tizia incontrata per le scale. I titoli erano la solita solfa a metà fra libri di psicologia, “ho il nonno buddhista” e “vado bene in matematica” tanto cari a Paul Masvidal, ma la musica sarà il vero scalino di riferimento e confronto col successore – intitolato Mephisto Lettonica, quindi ripensandoci, forse l’avevo acquistato proprio per quell’irrinunciabile motivo – che risulterà più maturo, pieno nei suoni e consistente in brani come Solar. La copertina, poi, era praticamente una delle foto che vado a fare la domenica mattina nei campi, mista ai liquami corporei di Load e Reload, perfettamente ammirabili nell’angolo in alto a sinistra. Non ho niente contro di loro, ma li ho sempre reputati una band perfettamente nella media e che ha raccimolato esattamente quel che meritava.

manegarm

MANEGARM – Nordstjärnans Tidsålder

Michele Romani: Forti di una carriera ventennale, i Månegarm sono diventati col tempo un punto di riferimento per gli amanti del folk/viking metal che più classico non si può, anche se la loro carriera ha viaggiato tra alti e bassi, con dischi notevolissimi e altri ben più trascurabili. Nella prima categoria non si può non annoverare, dopo un paio di demo, il loro full d’esordio Nordstjärnans Tidsålder, lavoro che fin da subito mette in chiaro gli intenti della band: un classico swedish black metal, a volte serrato a volte più cadenzato, nel quale s’inseriscono i classici elementi del folk viking, vale a dire violini, scacciapensieri, intermezzi acustici e soavi voci femminili che di tanto in tanto fanno capolino all’interno dei brani. Il disco scorre tutto su livelli medio-alti pur senza raggiungere picchi clamorosi, in ossequio al difetto storico dei Månegarm almeno per quanto mi riguarda, ossia scrivere canzoni perfette nella forma ma che a lungo andare fanno fatica a rimanerti in testa. Da questo punto di vista preferisco di gran lunga il successivo Havets Vargar che per me rimane il loro picco massimo, mentre col resto della produzione gli svedesi si attesteranno nella media col classico folk viking da osteria con la componente black che andrà sempre più in secondo piano, attestandosi nella media ma nulla più.

anasarca

ANASARCA – Godmachine

Ciccio Russo: Il death metal, si è ragionato più volte su questi schermi, non è mai stato il forte dei tedeschi. Tra le poche eccezioni, oltre agli Obscenity che restano i migliori di tutti, c’erano gli Anasarca, che non sono mai stati dei geni ma ai quali, per qualche motivo, sono affezionato. L’acerbo esordio Godmachine è forse il loro lavoro meno interessante: death metal piuttosto classico e fortemente influenzato dalla prima ondata statunitense, Monstrosity in testa, con quel tocco melodico peculiare dei gruppi death teutonici e un debito più forte del solito nei confronti della scena thrash nazionale. I riff, però, sono davvero risaputi, i cambi di tempo telefonatissimi e gli Anasarca, per il momento, falliscono nella ricerca di quell’equilibrio tra cervello e budello che verrà raggiunto nei due album successivi, i cui titoli iettatori (Dying e Moribund) non porteranno troppa fortuna alla band, la quale, dopo il 2004, sarebbe entrata in una lunga stasi dalla quale sarebbe uscita solo lo scorso anno con la pubblicazione di un quarto lp, Survival Mode, che vi consiglio di recuperare perché non era affatto male.

System-of-a-Down-System-of-a-Down

SYSTEM OF A DOWN – st

Trainspotting: Scaricai Sugar da Napster in modo assolutamente casuale, e se mi avessero detto che di lì a poco questi quattro tizi avrebbero fatto un botto di dimensioni mostruose avrei reagito più o meno come se mi avessero detto che Quaresma avrebbe fatto un gol di trivela al Mondiale. Per un po’ li ho comunque presi come una barzelletta, con tutti quegli urletti isterici, le chitarrine pirupirupiru e quei ritmi strani che acceleravano, rallentavano, zumpettavano, eccetera. Una specie di Paprika Jancsi dei Tormentor elevata all’ennesima potenza, anche se quel disco dei Tormentor ancora mi fa piegare dalle risate ogni volta che lo ascolto, a differenza di System of a Down che invece ora prendo dannatamente sul serio. Il fatto è che non avevo, all’epoca, i riferimenti necessari per capirlo: c’era un gran parlare del nu metal con tutti questi cantanti schizzati e queste batterie a fustino di Dixan che andavano per cazzi loro, e i SOAD mi parevano semplicemente un po’ più ispirati degli altri, ma nulla più. Forse fu con l’uscita di Toxicity che compresi il respiro di questo disco, perché con Toxicity banalizzarono tutto rendendolo canzoncina e isolando solo alcuni elementi. Il debutto invece è un grandissimo disco con una miriade di riferimenti musicali che vengono usati strumentalmente al risultato, in modo freschissimo ed efficace ancora oggi – a dispetto del fatto che, al contrario, tutta quella roba ascrivibile al nu metal sia tendenzialmente invecchiata malissimo. Difficile scegliere un pezzo tra tutti, ma forse Suggestions è la loro migliore canzone in assoluto.

2 commenti leave one →
  1. Fantarecchia permalink
    1 luglio 2018 01:03

    Ci sono un sacco di dischi di merda in questo aggiornamento di Avere vent’anni. Mica è colpa vostra, ci mancherebbe. È che gli anni a cavallo tra vecchio e nuovo millennio ci hanno lasciato in eredità un mucchio di roba che non vale un cazzo o poco più. Admiron black invece è bello, Nordavind, anche se capisco il tuo punto di vista. Lo capisco ma è profondamente sbagliato. È Murder che uccide i Gehenna (eheheh), questo invece è un signor disco.

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  2. El Baluba permalink
    2 luglio 2018 13:45

    i manegarm li comprai a scatola chiusa su consiglio di un amico, ma non ho alcun ricordo a riguardo…si vede che non mi avevano detto molto…il resto boh robba poco sentita…

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