Dieci dischi per gli anni Dieci: Charles

C’è una data spartiacque che ha segnato il trascorso decennio di metallo: 4 febbraio 2017. Lì dove tutto è iniziato, tutto è finito. Si può dire senza menarsela troppo che c’è stata “una vita” prima e “una vita” dopo quella data. L’essere stato presente ha contribuito in parte a “elaborare il lutto”. Il resto che precede e succede verrà ricordato, per quanto mi riguarda, con la leggerezza che si conviene a degli scanzonati metallari quali siamo nel profondo e dobbiamo continuare ad essere, nonostante la giacca e la cravatta, l’aver imparato a convivere col prossimo tuo più sgradevole possibile e il sapersi districare in quelle situazioni di convivialità standard di cui non ti frega profondamente nulla, proteggendo la tua essenza per sopravvivere in modo decente e facendo emergere, quando le necessità lo impongono, l’attitudine giusta che ti distingue dall’uniformità dilagante in tutti i campi della vita.

Ciò detto, assume una rilevanza fondamentale per me la condivisione: nel momento in cui il tuo io vacilla e rischia di perdersi nelle cose di tutti i giorni, devi poterti affidare a qualcuno che la pensa esattamente come te e ti tira in basso, al posto che ti compete. Da qui la prima categoria di dischi, quelli che sono per me rappresentativi della dimensione live vissuta in questo decennio. Una roba che prima davi per scontato ma che oggi, alla luce dei mesi di prigionia forzata in casa, assume una valenza ancora più importante, direi vitale. Dimensione che per me non è svincolata dalla condivisione, appunto.

Non dei dischi (ascoltati) ritenuti migliori in senso assoluto (per quello rimando a questo pezzo), bensì di quelli che in sé rappresentano qualcosa di più ampio, come uno stile preciso, ad esempio, avvalendomi chiaramente di un filtro personale sulla realtà, quindi parziale per antonomasia. Da qui, la seconda categoria di dischi di genere, quelli, cioè, del cui genere di riferimento ho abusato, proprio grazie ad essi.

Eviterò, quindi, di citare le grandi conferme, gli album, cioè, di quei gruppi che sono stati costantemente presenti nelle mie playlist annuali ma anche in tutta la mia vita precedente il blog. Non menzionerò, per dire, nulla di FalkenbachRotting ChristAnathemaParadise Lost e My Dying Bride, che grandi cose hanno fatto in questo trascorso decennio, per focalizzarmi su quei dischi che incarnano il tema della scoperta. Non intesa in senso assoluto ma relativo alla dimensione di una band che sicuramente conoscevo anche prima e che ho, in questo lasso di tempo, imparato a conoscere molto meglio. Band che si può dire, dunque, abbia scoperto.

Chiuderei con un paio di top player, i Maradona della situazione, i cui exploit sono stati un cazzotto in faccia dal primo momento e lo sono tutt’ora, ogni santa volta che li rimetto su. Sebbene agli antipodi, entrambi se ne fregano delle regole e degli incasellamenti, e proprio per questo li adoro.

Visto che la premessa era più importante del mero elenco, da qui in avanti andrò molto più spedito.

MANOWAR – The Lord of Steel

Esclusa chiaramente la storia a parte dei succitati Black Sabbath, la dimensione live è perfettamente incarnata da questo disco, nonché da tutti i suoi predecessori, che ha dato il fomento e la motivazione necessari a perseguire l’obiettivo della scampagnata annuale in terra straniera per rincorrere i Manowar con i compagni d’arme, finché non ci si sono messi di mezzo i nemici cinesi del vero metal che ci hanno infettato anche il tutto, sudici schifosi pezzi di merda. Obiettivo portato a casa con la caparbietà di un caprone, che non a caso è uno degli animali guida di questo potente blog dedicato a Belzebù.

ALESTORM – Back Through Time

Anche loro hanno più senso se visti dal vivo, preferibilmente da ubriachi marci indossando un costume da pagliaccio o una tunica bianca sporca del proprio stesso vomito come quel tale all’Hellfest. Quindi, vanno citati per forza in quanto rappresentanza sindacale dei gruppi da sfascio, categoria della quale ho fatto incetta nei trascorsi due lustri. E chi se ne frega se poi gli Alestorm si sono persi per strada, imborghesiti o messi a dieta; ho avuto la fortuna di essermeli goduti nel loro punto artistico più alto, che poi corrisponde inevitabilmente al loro punto umano più basso. Tanto mi basta.

KILLING JOKE – Pylon

Primo della categoria “scoperte”. E chi se lo immaginava che potessero spaccare così tanto. Fate come me, ripassatevi tutta la discografia, non ve ne pentirete.

MANILLA ROAD – To Kill a King

Vi ricordate quando da ragazzini leggevate Metal Shock o altre riviste di settore, e trovavate un articolo scritto da un vecchio redattore trombone che vi faceva la paternale su quanto potevate essere stolti ad andare appresso alle nuove tendenze musicali quando esistevano gruppi come i Manilla Road che avevano capito tutto già da trent’anni e voi vi dicevate sì, che palle, poi me li ascolto, ma non lo facevate mai con la dovuta attenzione? Ecco. Alcuni ci arrivano prima, altri dopo, io ci sono arrivato in ritardo e adesso mi sento come uno di quei vecchi redattori tromboni, che bellezza. Ho citato questo disco nello specifico solo perché è stato l’ultimo pubblicato prima della prematura dipartita del grande Mark Shelton.

BLOOD AXIS – Born Again

Passiamo alla categoria dei dischi di genere con Michael Moynihan. Sebbene sulla lunga distanza, in ambito neofolk, il palmares di artista più rappresentativo del decennio vada di diritto a Jerome Reuter, è grazie a questo splendido disco che mi sono riconnesso a tale genere ed è sempre grazie ad esso che mi è tornata una gran voglia di invadere la Polonia con i carrarmati, passione che ritenevo ormai sopita per colpa di un abuso di editoriali de La Repubblica, perniciosa abitudine tardo-universitaria dalla quale, per mia fortuna, sono uscito indenne.

VNV NATION – Automatic

Tutti i dischi di Ronan Harris possono rappresentare la quota elettronica dei miei ascolti e, in particolare, la riconnessione col me stesso tamarro. Questo è un album spettacolare e cafone ogni oltre limite, da ascoltare a volumi spropositati facendo il ballo del qua qua in mutande sul tagadà prima di essere sparati in aria dalla forza centrifuga.

WOODS OF DESOLATION – Torn Beyond Reason

Intuizione incredibile e perfezione sotto ogni punto di vista. Ha il merito di incarnare ben due categorie: la crescente scena australiana, che tante soddisfazioni mi ha dato, e il cosiddetto blackgaze. Per un lungo periodo non ho ascoltato praticamente altro.

ALCEST – Écailles de lune

Tutto quel fiorente movimento, però, prese le mosse dalle geniali intuizioni di Neige. Dunque, come non citare uno degli album più belli di sempre degli Alcest?

WHISKEY RITUAL & FORGOTTEN TOMB – A Tribute to GG Allin

Categoria “gente che piscia in testa a tutti”: split formidabile e divertentissimo di due band nel loro stato di grazia. Qui dentro c’è tutto. Quello che manca, semmai, lo si tira su facilmente con una banconota arrotolata e proprio come con la bamba, vorresti che l’effetto durasse per sempre.

ENSLAVED – RIITIIR

Se il decennio precedente si poteva riassume con un The Mantle, per il successivo ci si può affidare tranquillamente a un RIITIIR e non si farebbe del torto a nessuno. Una dimostrazione di superiorità dalla prima all’ultima nota, una complessità tale che ci vogliono più o meno dieci anni per comprenderne tutte le sfumature. Capolavoro senza tempo e nuovo classico del metal da consegnare alle generazioni future. (Charles)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...