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WOODS OF DESOLATION – Torn Beyond Reason (Northern Silence Productions)

19 novembre 2011

Nei blackgazers sostenevo che i Woods of Desolation avrebbero meritato una trattazione a parte, lasciando la discussione aperta a punti di sospensione. Non erano vacue intenzioni lasciate cadere lì per aumentare il numero delle battute. In effetti i Woods meritano talmente la nostra e la vostra attenzione che cercherò di tracciare di questa black metal band un quadro il più possibile completo ed obiettivo.

Gli inizi del gruppo sono decisamente trascurabili e privi di ogni pur minimo spunto creativo. In origine era tale P. Knight l’originario detentore del marchio di fabbrica ed unico gestore della baracca australiana. Una baracca pericolante e costruita senza solide fondamenta, pronta ad essere spazzata via al primo vento e dimenticata per sempre. È con l’arrivo del signor D. alle corde che la musica inizia letteralmente a cambiare. Così si fa chiamare, il suo vero nome è ignoto e questo gli trasmette un alone di mistero che lo rende ancora più epico, maligno e tremendamente essenziale. Provando ad inquadrare questa imperscrutabile figura, che provvede così gelosamente al suo anonimato, possiamo dire che D. segue anche altri progetti che vanno dal BM più tradizionale al dark rock (nei rispettabilissimi Grey Waters) e in passato ha collaborato coi conterranei Austere ai tempi del pregevole To Lay Like Old Ashes. Entrato poi in corsa nei WoD per uno split album coi Drohtnung, gruppo sconosciuto di folk/black la cui collaborazione è sinceramente marginale, in affiancamento a P. Knight, si è in seguito appropriato della bestia per poi scatenarla definitivamente su di noi, oggi. Qualcuno dovrà averlo pur visto in faccia questo signore. Gli australiani sono una “razza” strana: vivono in un paese enorme e disabitato, ai confini del mondo, in cui l’isolamento non è una scelta ma una condizione naturale di vita. Viene da sé che, nonostante il clima caldo, il black metal debba essere l’unica strada percorribile. Perché il black metal è desertico inside. Dunque, l’attuale mente del gruppo è l’innominato polistrumentista -eminenza grigia che da dietro le quinte manovra le nostre sensazioni più cupe- il quale, per evitare confusioni, verrà qui chiamato il solitario di Wollongong.

Le prime demo-tape, l’altro split con gli ungheresi Vorkuta, il primo full-length Toward the Depths, tutti lavori di crescita e maturazione ma che al di fuori di questo non rappresentano molto altro. È con Sorh, EP del 2009, che l’idea del solitario di Wollongong comincia a prendere forma. Grazie anche all’apporto di Mitchell “Desolate” Keepin, indefesso blackmaniac dei meno frequentati locali australiani, che i canoni del BM nei Woods accenna ad evolversi e a strutturarsi. Non ci siamo ancora. La produzione è pessima, gli strumenti non si distinguono, la batteria è un tic-tic fastidioso ma le atmosfere, quelle sì, cominciano a sintonizzarsi sui canali giusti e trasmettono immagini di boschi desolati, luoghi freddi e paesaggi spettrali.

Siamo finalmente arrivati a Torn Beyond Reason. Forse la vera novità dell’anno. Forse, ci devo ancora pensare ma sicuramente qui siamo ad altissimi livelli e poi una oscura foresta in copertina è sempre sinonimo di buon disco (questo valga come assunto di base). La band acquisisce Tim “Sorrow” Yatras (tutta gente allegra e spensierata, già), batterista preciso e screamer minimale, ex Austere pure lui, che conferisce varietà e maggiore indulgenza. D., si supera alle chitarre con melodie udibilissime e memorabili ma tristi e senza speranza. Probabilmente ai grandi consumatori di atmospheric BM queste melodie potranno risultare non particolarmente innovative -a me per esempio riportano alla mente i migliori Summoning– ma siamo in una dimensione meno epica, più vicina ai giorni nostri, intendo più vicina a quel blackgaze di cui abbiamo già tentato di tracciare i lineamenti. Un esempio di ciò che vado dicendo è la strumentale November. Inizialmente l’atmosfera complessiva è della peggiore irrecuperabile depressione tuttavia man mano che scorrono i brani e che la bolla di suono in cui si rischia di annegare comincia a ridarci fiato appare subito chiaro il manifesto romantico di questo, seppur breve (soli 38 minuti che potrebbero anche costituire un punto di forza), intenso e corale album.

Usurpano le atmosfere un po’ dagli Alcest e un po’ dai Mono e le spingono ai limiti del black metal? Può anche darsi sebbene qui di passaggi acustici e voci pulite non v’è n’è molto. Potrebbero essere i prosecutori dell’opera degli Agalloch? Per chi ha amato gli Agalloch alla follia come me sarebbe un ardire. No, siamo di fronte a qualcosa di diverso, vicino agli inglesi Fen -ma più feroce- e agli americani Wolves in the Throne Room -ma più depresso- e comunque una spanna sopra entrambi, a mio parere, in quanto a varietà compositiva. Anche se a definirli promettenti probabilmente si rischia di sbagliare perché potrebbero essere già all’apogeo dell’ispirazione, ma non della tecnica esecutiva, per il futuro mi aspetto davvero molto dai WoD. (Charles)

8 commenti leave one →
  1. Andrea permalink
    19 novembre 2011 13:40

    Grandissima band. Poi qui in brianza la nebbia è di casa, quindi ascoltare i WoD in questo periodo è ultra piacevole. Anche gli Svarti Loghin non sono male.

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  2. 19 novembre 2011 14:49

    Cristo gli Austere, quanto ho amato il loro ultimo disco, questi qui mai sentiti ma se ci sono ex membri dei Austere allora vado a recuperarmi tutto. Lo so che non c’entra un cazzo ma vatti ad ascoltare il primo e unico demo dei Nontinuum sono sempre australiani.

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    • Charles permalink
      19 novembre 2011 15:10

      i Nontinuum! mi avevano incuriosito perché anche loro vogliono rimanere nell’anonimato per motivi filosofico-concettuali. gli australiani sono più true dei norvegesi

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