ItalianoChitarra [MARCO BELARDI]

(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

NEGAZIONE – Little Dreamer (1988)
Aprirò con una dedica a Marco Mathieu, che ha cessato di patire lo scorso 24 dicembre dopo che quel maledetto ictus l’aveva ridotto come peggio non si potrebbe ridurre un essere umano. Quanto alle scelte dico Little Dreamer perché, gira e rigira, è il meno significativo dei tre, ma anche quello che rimetto su con maggiore frequenza. E lo faccio perché è più sporco, perché Ho pianto è la mia canzone preferita dei Negazione e perché ogni volta che riascolto Little Dreamer è come se mi consegnasse piccoli pezzi da aggiungere a un puzzle che, di volta in volta, si fa sempre più completo e apprezzabile. Lo spirito continua è immenso, 100% un manifesto di avvenuta maturazione nonché il primo dei Negazione che sentii (Armando Curcio editore, grazie ancora); ma Little Dreamer è per me un grosso pezzo di cuore oltre che una consistente botta al cuore, dunque vada per lui.

BULLDOZER – IX (1987)
Il paradosso risiede nel fatto che The Final Separation uscì su major e che in esso non si poté percepire un decimo del senso di “salto di qualità” che avrebbe riempito ogni singola nota del successivo album. IX non vide la luce su Roadrunner. Al contrario, l’etichetta neanche si degnò di “visionare” il nuovo materiale su demo, scaricandoli in tronco e destinando i “Venom italiani” all’esilio su Discomagic prima (la stessa dell’ottimo Self Conditioned, Self Limited dei Deathrage), e poi, a un ritorno sui giusti e più consoni binari, ossia Metalmaster. IX è l’album perfetto dei Bulldozer e a mio parere supera anche il seguente e maggiormente acclamato Neurodeliri. È impreziosito da Roberto Cabrini, nuovo ingresso alla batteria il quale usava firmarsi Rob Klister; è inoltre più compatto e ragionato rispetto ai due titoli precedenti e soprattutto spazza via completamente la sensazione che i Bulldozer potessero effettivamente essere un clone italiano sulla scia ai celebrati Venom. E ha in canna due colpi come Ilona the Very Best e The Derby: forza Milan.

ELECTROCUTION – Inside the Unreal (1993)
In piena metamorfosi della scena death metal americana, e non soltanto quella, l’eco di Cynic, Atheist e Pestilence non avrebbe tardato a farsi sentire anche a casa nostra. Motivo per cui crebbero e proliferarono formazioni il cui talento, e i cui risultati, certamente finiranno in un futuro articolo a tema che ho da tempo in canna e che la visione di funesti monster movie anni Settanta rimanda a data da stabilire. Inside the Unreal, tornando a noi, fu un capolavoro senza mezzi termini per via del suo saper tenere il piede fra due staffe, più che il death metal tecnico esaltato dalle recenti produzioni, direi, in prevalenza, un thrash/death figlio imbastardito dei Sepultura di Arise. Inside the Unreal è una mezz’ora abbondante di metal estremo di classe sopraffina, e, ahimé, i suoi autori saranno ricordati nel tempo più per il provino di Alex Guadagnoli (loro chitarrista, alla voce c’era Montaguti) coi Sepultura che per motivi legati in senso stretto alla meritocrazia. Uno dei frutti migliori mai caduti dall’albero della Contempo Records, fiorentina, la stessa che pubblicò anche i prossimi in lista.

DEATH SS – Black Mass (1989)
Black Mass uscì però per la già citata Metalmaster, e i Death SS avrebbero pubblicato su Contempo il celebre Heavy Demons, il meraviglioso singolo Straight to Hell e The Cursed Concert entro un lasso temporale di circa tre anni. Black Mass è decisamente il loro titolo che sceglierò. Essere nato e cresciuto a Firenze, e qui divenuto metallaro, comporta averne sentite di tutti i colori sul conto dei Death SS: che portavano jella, che non bisognava ascoltarli perché portavano jella, che in sala prove ex membri udirono suoni sinistri e cose così. All’epoca in cui cominciai ad approfondirli i metallari fiorentini uscivano pazzi per queste storie, come se, una volta finito il gossip sul Mostro, bisognasse raccontarci a ogni costo qualche genere di cazzata anziché andare a introgolarsi mani e bocca a qualche chiosco del lampredotto. Oggi non ci crede più nessuno, nonostante una doppia biografia ben fatta e tanti altri album sul groppone: quel che so è che data la monumentalità delle musiche oscure contenute in Black Mass potemmo berci qualunque cosa senza domandarci quanto fosse effettivamente plausibile. Album semplicemente enorme, l’heavy metal classico più nero che potesse esser partorito.

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LABYRINTH – Return to Heaven Denied (1998)
Il giorno in cui l’ascoltai ignoravo come fosse No Limits, ma soprattutto rinnegavo il power metal di nuova concezione (quello a sfondo fantasy così come quello tastieristico alla Stratovarius) per poi finirlo a canticchiare in autobus, doccia o bunker sotterranei creati per l’occasione di dover canticchiare cose vergognose e inconcepibili. Moonlight, così come una buona metà di Return to Heaven Denied, finii per canticchiarla stonatissimo e a oltranza. Era come se la mia tolleranza verso il nuovo power metal stesse lentamente diventando un lato oscuro in procinto di prendere il sopravvento. Assistere in diretta all’uscita di un album del genere non ti fa facilmente porre una semplice domanda: sarà un classico? Non mi posi la suddetta domanda nel suo caso e nemmeno nel caso della ultracantabile Emerald Sword, dal secondo Rhapsody, ma era chiaro che stesse per accadere qualcosa di grosso, per quanto poco durature sarebbero risultate le sue fiammate più ardenti. La mia espressione prediletta del power metal nostrano.

DOMINE – Dragonlord (1999)
Non c’è niente che io possa individuare qua dentro di strettamente fuori posto. I Domine, per quanto non riscuoteranno il successo riservato ad altri, sono il gruppo heavy metal che maggiormente ha saputo incanalare il concetto di fratellanza metallica ai numerosi loro concerti cui ho assistito. Ho visto tutti cantare. Ho visto tutti agitarsi e tenere alto il pugno, o le corna, a ogni incitamento rivolto a Noi dal signor Morbiducci. L’unica cosa che mi ha sempre fatto ridere è che questi qua erano capaci di intitolare una canzone in un modo riconducibile ai generatori casuali divenuti poi celebri su Internet, robe tipo Vultur, eternal kindgom of the seven flames of the emperor’s attackers – part IV – which is directly connected to part III and part V. Quei titoli di venticinque centimetri che potresti incidere a coltello su un cazzone in legno di rovere e regalare alle più audaci pornoattrici del pianeta Terra.

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NECRODEATH – Into the Macabre (1987)
Ho avviato la rubrica Le delizie dello scantinato nel gennaio 2018, parlando dei Sepultura del loro capolavoro dalla brutta copertina blu, per poi proseguire, due mesi più tardi, con un titolone italiano: Into the Macabre. Dunque è inutile che mi soffermi a ripetere il già detto: mi ritengo un adulatore di codesto album al punto che lo inserirei, di diritto e non per paraculaggine, nella top ten di sempre dei dischi estremi italiani, inglesi, brasiliani, norvegesi, svedesi e quant’altro. Into the Macabre gareggia con Black Mark dei Bathory e tutto quanto il resto in una sfida che non ha vincitori se non gli Slayer del 1986. L’ultima volta che ho ripensato a Into the Macabre risale credo a cinque o sei giorni fa: mi venne in mente un passaggio di Necrosadist per un qualche non precisato motivo e dovevo percorrere un chilometro scarso per arrivare all’automobile, parcheggiata nel primo buco libero disponibile alle 21.00 di ritorno da lavoro. Ho un passo particolarmente veloce ma, nel tempo d’arrivare alla Ford, Necrosadist (scusate le virgole, ma in loro assenza pensereste che Necrosadist sia un nuovo SUV prodotto dalla casa originaria del Michigan) me l’ero ripetuta tutta in testa, scaturendo così un impellente bisogno di risentire tutto l’album per l’ennesima volta. Subito.

SCHIZO – Main Frame Collapse (1989)
Anno di gloria per il thrash metal nazionale specie per merito del mai troppo incensato Fragments of Insanity, il 1989 si distinse anche per l’uscita di Main Frame Collapse che col genere in sé condivideva soprattutto la presenza al microfono di una delle voci più corrosive che avessi mai avuto il piacere d’ascoltare: quella di Ingo, Nicola Ingrassia, il cantante dei Necrodeath. Gli Schizo incidevano regolarmente da anni e la prima demo del 1985 riportava fieramente la dicitura Thrash the Unthrashable – Thrash to Kill! Ma ben saprete quanto la loro storia sia stata complicata nel tempo, e complicata dagli eventi che il tempo, appunto, ha riservato loro. L’album, Main Frame Collapse, vide la luce solo nel 1989 e descriverlo come thrash metal sarebbe a dir poco riduttivo: era la risposta ad I.N.R.I. per mezzo di brani composti nello stesso anno di I.N.R.I., il 1987, sommata all’hardcore/crust, al thrash/death europeo e a una spruzzatina di Venom appena percettibile, non abbastanza da creare alcun ponte apparente coi Bulldozer. Era un qualcosa di completamente inedito e che ahimé non vedrà alcun diretto successore, almeno fino all’EP del 1994 intitolato Sounds of Coming Darkness. Un’altra storia, un’altra epoca.

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NUCLEAR SYMPHONY – Lost in Wonderland (1989)
Chiudo col thrash metal, in tutto e per tutto. Nel dubbio tra il nominare i primi Extrema oppure gli In.si.dia, ne farò un fatto unicamente di cuore andando a ripescare un nome minore, quello dei Nuclear Simphony, che, da Agrigento e sempre nel fatidico 1989, cacciarono fuori il perfetto esempio di come si possa esprimere una musica meravigliosa ed essere relativamente ignorati. Lost in Wonderland è l’unica registrazione ufficiale che i Nostri lasceranno ai posteri, un thrash aggressivo sulla scia dei primi Dark Angel e del thrash metal europeo degli evoluti Destruction o Kreator dei mediani Release from Agony o Terrible Certainty. Una musica dunque oscura e velocissima, penalizzata da una produzione italiana nel senso negativo del termine e che andrò a riascoltarmi proprio adesso, per l’ennesima volta. Alla domanda “fossero stati tedeschi” o “fossero stati sotto contratto per Noise” non voglio neppure pensare di rispondere, tanto non è mai accaduto: i Nuclear Simphony erano nostri, e ne vado fiero. (Marco Belardi)

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