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Frattaglie in saldo #42

15 luglio 2019

FREDDY DELIRIO AND THE PHANTOMS – The Cross

Quello che ha messo in atto il tastierista dei Death SS, Freddy Delirio, è la stessa rilettura operata da Tobias Forge nei confronti della sua musica prediletta. Se al debutto dei Ghost potevamo scorgere qua e là i Mercyful Fate, ammorbiditi di cento volte e ripassati attraverso una mistura di prog rock ed altre cose, nel caso dei toscani si finisce nuovamente per ascoltare una cosa del tutto nuova. Che poi, in realtà, ha per base il power metal, atmosfere gotiche e un bel po’ di prog. Manca volontariamente la pesantezza, che si avverte più per via della produzione pomposa che per altro: aggiungi la pesantezza, e avrai tolto la personalità del suo progetto, quasi tutta. In compenso The Cross non è per niente esente da difetti, un vero peccato se si considera la presenza in esso di almeno tre o quattro brani di buono spessore. Non vorrei sentire quella batteria così artefatta e mal arrangiata, e avrei preferito, all’operato totale offerto da Freddy Delirio, che dietro ad ogni strumento fosse presente un musicista, un timbro, una firma. Se ne sente la mancanza – oltre al caso riguardante la batteria – anche sulle linee vocali, troppo ancorate allo stile elaborato proprio da Steve Sylvester – peraltro presente in un brano – negli ultimi due decenni. La somma di tutti questi fattori lascia a The Cross un retrogusto un po’ da demo: d’altro canto la presenza di brani come Guardian AngelIn The Forest fa ben sperare che in futuro questa creatura di Black Widow possa offrire cose messe maggiormente a fuoco.

vulture

VULTURE – Ghastly Waves & Battered Graves

Non ricordo se stessi leggendo un articolo o cos’altro, ma un giorno ho aperto una pagina web e mi è apparsa la copertina di quest’album. La studio, sembro Sgarbi quando cazzeggiava in televisione: il logo c’è tutto, quindi si tratta di una trappola oppure ho beccato la band che cercavo. Poi c’è l’Orrore, quello che invoco più o meno in due recensioni su tre. L’heavy metal non può prescindere dall’Orrore, e qui sembra di vivere in uno slasher. Me li vado a cercare: chi sono questi soggetti qua? Esteticamente sembrano i motociclisti che vanno a morire nel supermercato di Zombi di George Romero, utilizzando la tattica dell’irruzione di massa in un luogo fondamentalmente di merda. Faccio un passo indietro e infine ci provo davvero. Li metto su tutti e due, l’acerbo The Guillottine seguito da quest’ultimo. Oggi i tedeschi sono molto più a fuoco che al debutto, prodotti in maniera impeccabile e forti di uno speed metal in cui soltanto un relativo abuso di note acute potrebbe legare il titolo di quest’album ad un suo effettivo difetto. Ghastly Waves & Battered Graves è semplicemente spettacolare, e se è finito qua dentro è soltanto perché non ero in giornata per scriverne l’intero volume di un’enciclopedia. Da sentire all’istante.

SPIRIT ADRIFTDivided by Darkness

Gli Spirit Adrift – a differenza del pingue compositore di Magnum Opus – provengono dall’Arizona, e, frutto della mente del polistrumentista Nate Garrett, hanno assunto le sembianze di una vera e propria band solo in tempi recenti. I lavori precedenti me li sono persi per strada, ma questo merita sicuramente una certa considerazione. Me li hanno consigliati paragonandoli ai Pallbearer, ma non mi sembra c’entrino molto. In realtà li trovo molto più affini a certo heavy metal anni Ottanta, con qualche sporadico riff epico alla Visigoth e molta intenzione di richiamare le migliori annate di Candlemass e Trouble. La voce ha un che di Ozzy Osbourne, ma, a differenza del cantante degli sHEAVY quando sale di tono, non riesce a trasmettermi la medesima sensazione di scopiazzatura e fastidio. In sostanza ci sta, e pure bene. Forse il batterista gira col freno a mano un po’ tirato, e nel doom ritengo che i fill siano assolutamente necessari: le lezioni di Matz Ekstrom in Epicus Doomicus Metallicus e di Henry Vasquez sul nuovo, clamoroso Saint Vitus, indicano la via da seguire. Su tutte, consiglio Born Into Fire e Angel And Abyss, così come la più dinamica Living Light posta quasi in chiusura.

HAMMER – Space Invader

Per un qualche motivo avevo ascoltato una loro cover di Killers dei Motorhead, il che è lodevole, dato che il solo fatto di scegliere un brano da Inferno suona tutto fuorché banale. Altro non avevo sentito. Essermi ritrovato fra le mani Space Invader ha implicato che io, affetto da decenni da un disturbo della personalità che mi porta ad approfondire intere discografie nel minor lasso di tempo possibile, sia partito a ritroso per arrivare fin qui, a Space Invader. L’ormai lunga carriera dei laziali Hammer è riassumibile in due tronconi: una pletora di demo con la realizzazione finale di un dispersivo, doppio album dal sapore decisamente sleazy, ed altrettante uscite “minori” poste in anticipo a Space Invader. La differenza tra il “prima” e l’attualità sta nel cambio radicale di suoni e approccio, senza andare a intaccare la mentalità, concetti ben percepibili sulla copertina stessa. Fanno stoner rock, ti domanderai. No, i suoni sono quelli del proto-heavy metal del primo Cirith Ungol, Frost And Fire, ma è tutto quanto rivestito di un piglio anni Settanta che in un certo senso giustifica quella palla arancione rivolta a una galassia, il cui senso del pudore è simile all’immagine piazzata in faccia allo Space Invader di Ace Frehley. Get Up, Stand Up e Up To The Limit le migliori, un abuso di acuti un po’ da sistemare ma mi sembrano molto più quadrati che in precedenza. (Marco Belardi)

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  1. weareblind permalink
    15 luglio 2019 18:23

    I Vulture mi hanno preso bene, ne avevo già letto. Brava redazione.

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