Scivolare sul filo del rasoio e sopravvivere: CANNIBAL CORPSE – Torture (Metal Blade)

Un concetto che ci portiamo avanti dai tempi del Metal Shock cartaceo è che la gente non sa cosa si perde a non essere metallari. È praticamente diventato il nostro motto ufficiale, tipo semper fidelis o ours is the fury. E ok, fa ridere perché spesso lo associamo, che so, alle dichiarazioni psichedeliche di Dave Mustaine o più in generale alle gesta degli ottimi fenomeni da circo Barnum che affollano la scena. Però c’è molto altro al di là di questo. Perché, vedete, il mondo fa davvero schifo. Sembra tutto un grosso scherzo di cattivo gusto fatto apposta per farci stare male, un meccanismo sadico costruito attorno a ciascuno di noi e dotato di autocoscienza così che, non appena riusciamo a vedere una scintilla di luce, subito ci capita qualcosa che ci trascina di nuovo nelle tenebre senza fondo, sempre più giù e sempre più senza speranza. Tutto ciò che ci dà felicità, che ci tiene insomma vivi, è illusorio, destinato a corrompersi e morire; spiritualmente e fisicamente; e noi lì, a guardare senza possibilità di fare alcunché; e tutti i nostri sforzi, le nostre speranze, le nostre sofferenze saranno alla fine inutili, perché queste sono le regole del gioco a cui stiamo giocando; senza peraltro aver mai chiesto di partecipare.

È un mondo difficile. Però noi ci abbiamo il metallo, e spesso non ci rendiamo conto di questa fortuna. Io senza il metallo sarei morto. Non so se suicida oppure in una sparatoria con la polizia dopo aver preso un fucile e aver fatto un genocidio di teste di cazzo, tipo quel film con Michael Douglas. Ed è fondamentalmente per questo, che la gente non sa cosa si perde a non essere metallari. Perché non importa che periodo di merda tu stia passando, non importa quanto profondamente brami spaccarti la testa contro uno spigolo, o su quel medesimo spigolo profondamente brami di spaccare la testa a qualcun altro; tutto passa in secondo piano quando esce il nuovo dei Cannibal Corpse e tu lo ascolti per la prima volta, in cuffia, a volumi inumani, e ti rendi conto che spacca il culo anche al santo patrono della tua città, e capisci che ok, potrà pure fare tutto schifo, potrai anche essere circondato da psicopatici figli di puttana che dovrebbero essere obbligati per legge a vivere con enormi oggetti infilati nel retto; però quantomeno noi ci abbiamo questo: 

e non è da tutti, eh. Non è da tutti capire questa cosa, capire perché spacca. È anche difficile spiegare in che modo il metallo riesca a influenzare le nostre vite così nel profondo; è soprattutto difficile spiegare perché esso sia qualcosa di diverso rispetto agli altri tipi di musica. La mia teoria è che noi non siamo influenzati dalla musica che ascoltiamo, ma al contrario ascoltiamo un determinato tipo di musica perché siamo fatti in un certo modo. E noi siamo questo, o perlomeno io sono questo, sono Torture dei Cannibal Corpse, sono il controcanto di Tobias Sammet, sono il doppio pedale di Spirit Crusher, sono lo stronzo in ultima fila coi lacrimoni mentre sul palco André Olbrich fa fischiare la chitarra. Ce ne sono tanti di gruppi brutal che vanno più veloce e pestano più forte e pisciano più lontano dei Cannibal, ma i Cannibal sono persone serie, poi ci sono cresciuto, Alex Webster sta sulle copertine delle riviste per musicisti esauriti di mezza età, Paul Mazurkiewicz fa le interviste serissime parlando con meticolosità e rigore di struttura compositiva, di strumentazione, del perché hanno deciso di mettere l’assolo in quel punto, di come è nata l’idea di quello o quell’altro pezzo, quando poi in realtà sono tutte fondamentalmente variazioni di chuggachuggachugga tatatatratratra chuggachugga I WILL KILL YOU chuggachugga e la cosa bella è che noi, noi, noi saremmo capaci di parlarne per ore, percependo ogni album come entità perfettamente indipendente l’uno dall’altro (senti questo pezzo, sembra quasi uscito da Bloodthirst) e disquisendo con fare paludato dell’evoluzione concettuale delle loro copertine dal debutto a oggi (fondamentalmente da uno zombi che si sbudella da solo a uno zombi che guarda in camera tipo James Bond, senza dimenticare la mia preferita: due zombi che macellano dei neonati e squartano la puerpera) riuscendo pure a trovarci del simbolismo.

Perché poi alla fine lo metti su, Torture, e ti senti in pace con te stesso; non come Chuck Schuldiner che ti offriva conforto, scudo e motivazioni di riscatto; né come gli Obituary, che ti fomentavano e ti facevano pensare che sì, dai, forse sparare in faccia a quel figlio di puttana che ti rompe i coglioni non è poi una cattivissima idea; neanche come i Morbid Angel, malati dentro al punto che a volte ti prendevano pure a male; qui c’è catarsi, solo catarsi, voglia di alzare il volume e immergersi in un favoloso mondo immaginario con il costante happy ending in cui gli zombi si mangiano il cervello di tutte quelle teste di merda che ti rendono la vita un inferno, e in cui non devi neanche preoccuparti di coloro a cui vuoi bene perché moriranno presto, ma tanto moriranno tutti presto, pure tu, e Corpsegrinder dice che a quanto pare è una cosa bella, quindi è ok. Un meraviglioso mondo fatato in cui tutte le cose brutte di questo mondo vengono rese fumetto, e dunque addomesticate, in un modo tale da non metterti più ansia o paura addosso. Il tutto accompagnato dal solito brutal death ortodosso la cui percezione -come qualcos’altro– muta a seconda dei contesti e degli stati d’animo; a tal punto che va bene da ascoltare sia a casa che in spiaggia, dandoti sempre qualcosa di diverso ogni volta, ma sempre estremamente adatto all’uopo. Nello specifico, Torture è più simile a Evisceration Plague che a Kill, e gli è riuscito particolarmente bene: per i miei gusti è il loro migliore dai tempi di The Wretched Spawn. Dispiace solo non poter più fare il rituale dei Cannibal Corpse, ma va bene così. Disco dell’anno. (barg)

PS. dedico questo articolo al mio amico parmigianino che incontrando Corpsegrinder al Wacken gli disse you are 10 years of my life. In alto i calici.

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