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Belphegor / Melechesh / De Profundis / Phandemya @Traffic, Roma, 24.06.2018

26 giugno 2018

belphegorPurtroppo non sono riuscito ad arrivare in tempo per i Phandemya, gruppo romano di recente formazione che dalle influenze esplicitate sulla pagina Facebook mi era sembrato molto interessante. Quelle che mi erano sembrate più intriganti erano per esempio Gojira, Melechesh, The Faceless, Death e Opeth, anche se dal singolo che avevo ascoltato quelli più ingombranti mi erano sembrati i Kreator (il che può anche non essere sempre un complimento). Ad ogni modo, riesco invece a vedere e ascoltare i De Profundis, gruppo death metal inglese che non conoscevo nonostante la loro carriera più che decennale. Ed è pure un genere che tutto sommato ho apprezzato soprattutto in passato. Per darvi qualche coordinata stilistica, a tratti ricordano i ben più famosi Obscura (i quali, ho scoperto da poco, pubblicheranno un nuovo album quest’anno). Una cosa che ho apprezzato, oltre all’eccellente bassista, è che, a differenza dei tedeschi, il lato più tecnico e onanistico difficilmente prende il sopravvento nelle loro canzoni. La scoperta è stata ottima e credo che in futuro approfondirò meglio la loro discografia. 

01cec0ba5819b5eaea64884da2753a07Il gruppo che aspettavo di più questa sera, lo ammetto, erano i Melechesh. Il fondatore Ashmedi fa parte di quella minoranza assira sparsa per il Medioriente (anche se ormai si è spostato da parecchio con tutto il gruppo ad Amsterdam) che parla un dialetto discendente dall’aramaico – che per intenderci è quella che viene chiamata “la lingua di Gesù”. Chi meglio di lui quindi può evocare gli antichi dèi mesopotamici? Dopo aver acceso qualche incenso, gli israeliani partono con Ghouls of Nineveh da The Epigenesis, che dal vivo suono anche meglio che su disco. Io mi sono girato subito a vedere se nel frattempo era entrato Marduk, Tiamat o qualche altro dio del loro pantheon. La scaletta poi ha pescato pezzi da tutti gli album più recenti lasciando fuori solo Djinn e As Jerusalem Burns… Al’intisar. La loro esibizione è stata fenomenale, ma i Belphegor si sono seduti a lato del palco come due sentinelle per controllare che i compagni di tour non sforassero neanche di un minuto e concordavano di volta in volta quante canzoni dovevano mancare alla fine del concerto.

L’estrema precisione teutonica ha fatto sì che gli austriaci iniziassero a suonare esattamente alle 23:00 spaccate e chiudessero il concerto alle 24:00 (contando anche il bis) come preventivato. Questa volta la fissa con le maschere a gas gli è passata e sul palco rimangono solo i teschi di capra. Che poi io in realtà i Belphegor li avevo anche persi di vista. Li avevo seguiti per un po’ solo nel periodo di Pestapokalypse VI, quando un amico metallaro dvro & pvro – uno di quelli che in inverno va in giro con anfibi, pantaloncini e maglietta, e in estate va in giro con anfibi, pantaloncini e maglietta – si era messo Pest Teufel Apokalypse come sveglia sul telefono. E nonostante l’estetica black metal sia rimasta, a dirla tutta le sonorità sono sempre più death metal nuclearblastato. Ma l’importante per noi che li andiamo a vedere è che ogni loro canzone (immancabile Lucifer Incestus) sia un pugno d’ignoranza nello stomaco. Fino a quando Helmuth non decide che può bastare, posa la chitarra e, mettendo in mostra il tatuaggio della gesù-fionda di H.R. Giger sull’avambraccio, comincia a dispensare plettri alle prime file come se stesse dando delle ostie in chiesa. (Edoardo Giardina)

 

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  1. sergente kabukiman permalink
    26 giugno 2018 21:48

    io i belphegor li ho visti dal vivo due volte e ricordo sopratutto il cantante che tra un pezzo e l’altro incita la folla usando una voce identica a quella di Barney dei simpson

    Piace a 1 persona

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