Avere vent’anni: ottobre 2026

DEFTONES – Saturday Night Wrist

Stefano Greco: Saturday Night Wrist è l’album che divide in due la carriera dei Deftones: una prima parte fatta di reale autenticità, esplorazione e cose da dire, e una seconda metà nella quale i dischi cominciano a essere fatti “di mestiere”. Cosa che peraltro vale più o meno per qualsiasi altro gruppo abbia una discografia molto corposa. Saturday Night Wrist, pur essendo fino a quel momento il punto più debole della loro collezione, non è certo brutto (qualche pezzone c’è sempre in ogni album), però è quello in cui si raggiunge una qualche forma di plateau. La formula è congelata e la qualità varia in base all’ispirazione del momento, però in sostanza si tratta sempre dello stesso disco. Cosa che non gli impedirà di scrivere il clamoroso Diamond Eyes (frutto comunque di circostanze particolari) o il successivo Koi No Yokan, per poi assestarsi a fasi alterne su un ottimo livello medio, che peraltro permetterà loro di espandere il proprio pubblico a una generazione molto più giovane, ma che difficilmente riesce a entusiasmare chi, come me, ci ha costruito sopra un pezzo della propria identità personale.

FALCONER – Northwind

Barg: È bellissimo Northwind, bellissimo come ci si aspettava sempre dai Falconer e degno della grande occasione rappresentata dal ritorno alla voce di Mathias Blad, uno dei migliori cantanti della storia del metal, o meglio prestati al metal, dato che il curriculum del suddetto pertiene molto più al mondo del teatro che della musica. L’unico difetto del disco è la copertina, con asce e spade insanguinate probabilmente imposte dalla casa discografica (la Metal Blade) ma che davvero non c’entrano nulla con l’essenza dei Falconer, gruppo che è riuscito a essere raffinato senza essere pedante e mantenendosi sempre affine agli stilemi del power metal, per quanto peculiare e influenzato dal retroterra di Stefan Weinerhall, negli anni Novanta mente degli spettacolari Mithothyn che sciolse proprio per formare questo progetto power insieme al batterista Karsten Larsson. Ed è lampante il cambio di passo coi due dischi precedenti, cantati dignitosamente (ma nulla più) da Kristoffer Göbel: basta l’attacco con la traccia omonima per rapirti in un mondo fatato e ancestrale, con una magia che incredibilmente riesce a durare costantemente per tutta la durata del disco, che peraltro non dura neanche poco. I Falconer sono uno di quegli esempi per i quali la vieta espressione criminalmente sottovalutati può essere usata senza remore.

AMESOEURS – Ruines Humaines

Michele Romani: L’Ep d’esordio degli Amesoeurs è una piccola perla di post-black metal e probabilmente anche uno dei primissimi esempi del genere. Fondato da Neige e Winterhalter dei ben più noti Alcest, questo progetto in realtà ebbe vita piuttosto breve: gli’unici lasciti infatti sono questo Ep di appena tre pezzi e il successivo full del 2009, caruccio ma non assolutamente paragonabile a questo esiguo quarto d’ora di musica sopraffina. La traccia omonima e soprattutto la conclusiva Faibless des Sens (quest’ultima impreziosita dalla leggiadra voce di Audrey Sylvain) sono a dir poco sensazionali, con influenze che variano dal post-punk al gothic rock, per passare al già citato post-black. Peccato siano scomparsi così nel nulla, se volete ascoltarvi roba simile andate dritti sui Les Discrets, i personaggi più o meno sono gli stessi ma gli Amoseurs per quanto mi riguarda erano superiori e neanche di poco.

UNLEASHED – Midvinterblot

Luca Venturini: Non c’è molto da dire su Midvinterblot. È un disco d’impatto, piuttosto semplice sotto ogni aspetto. Qualche influenza black metal emerge nelle tirate in blast beat, come in quella che apre il disco. Le canzoni sono mediamente brevi. Tutto questo può essere un pregio ai primi ascolti, ma dopo un po’ potrebbe stufare, per mancanza di profondità e particolari. All’interno della discografia degli Unleashed lo vedo come un album da ascoltare di tanto in tanto, giusto per cambiare. Insomma, senza star qui a girarci intorno: è un disco di mestiere, che ripropone uno stile consolidato con qualche vaga variazione sul tema rispetto ai precedenti lavori degli svedesi. Ma, trattandosi degli Unleashed, non vedo dove sia il problema.

BORKNAGAR – Origin

Barg: E arrivò anche il momento per un disco acustico dei Borknagar, esperimento che, ricordo, all’epoca venne molto ben accolto dai fan. Purtroppo non mi sento di concordare con questo sentimento, anche perché io non sono per nulla un fan dei Borknagar: il loro unico lavoro che apprezzo interamente è il secondo, The Olden Domain, anche per merito della voce di Garm; per quanto riguarda tutto il resto della discografia mi piacciono al massimo un paio di pezzi per album e nulla più. Ad ogni modo, Origin fa veramente storia a sé, dato che è definibile per molti versi come un disco progressive, che spesso e volentieri finisce per ricordare gli interludi “tranquilli” degli Opeth del periodo di mezzo, anche se con molte più influenze folk. Non si può comunque dire che Øystein G. Brun non abbia fatto le cose per bene: il disco è curatissimo, ottimamente prodotto, ben arrangiato e impreziosito da musicisti ospiti che si occupano di violini, violoncelli e flauti. Anche la voce di Vintersorg è molto azzeccata in questo contesto. Tuttavia, come già detto, non sono un fan dei Borknagar e di conseguenza anche questo Origin mi scivola addosso.

GOD DETHRONED – The Toxic Touch

Griffar: È quantomeno particolare la situazione dei veterani God Dethroned all’interno del panorama metal: più o meno tutti sanno chi sono, più o meno tutti hanno ascoltato qualche loro brano o qualche loro album, è praticamente impossibile incontrare qualcuno che ne disprezzi la musica, eppure sono sempre rimasti una cult band; in parole povere non hanno mai “fatto il botto”, nonostante non abbiano mai sbagliato un disco nel corso di una lunghissima e onorata carriera. Di più, io direi che Henri Sattler, oltre ad essere un’autentica icona del death metal (spesso incattivito con sfumature black), un eccellente compositore e un frontman della madonna – chiunque abbia assistito a un loro concerto concorderà certamente – è uno dei personaggi più genuini e coerenti dell’intera storia dell’heavy metal. The Toxic Touch è il loro settimo episodio, è duro, grintoso, cattivo, tossico, eppure sorprende per la quantità di melodie incastonate in partiture di vaga reminiscenza svedese, armonie quasi lievi che poi esplodono in furiosa violenza mentre la voce caustica di Henri declama liriche sarcastiche e spregevoli. Nota di merito per il lavoro alla chitarra solista di Isaac Delahave, che impreziosisce con assoli tecnici di enorme spessore brani che già di per sé non hanno il benché minimo difetto. Il disco è scorrevole, accattivante, praticamente perfetto; avrebbe meritato vendite a sei cifre eppure, tanto per cambiare, non c’è andato neanche lontanamente vicino. Una delle tante volte che mi rammarico del fatto che non ci sia giustizia in questo mondo. Forse, un giorno, il grande pubblico si accorgerà della grandezza dei God Dethroned, sperando che il riconoscimento non sia postumo perché il tempo passa e la band esiste oramai da 35 anni, un’eternità.

ISIS – In the Absence of Truth

Ciccio Russo: Dopo lo straordinario successo di critica e pubblico di Panopticon, gli Isis diventarono ufficialmente la nuova cosa grossa, il gruppo che metteva d’accordo metallari e indiboi, l’epitome di tutto quello che di nuovo e fico c’era nel mondo della musica dura, in una fase che aveva visto i suoni più tradizionali precipitare a minimi storici di creatività e popolarità. In the Absence of Truth si presentava quindi in partenza come un disco difficile, preceduto da aspettative così elevate da rendere impossibile non scontentare qualcuno. I vecchi fan infatti non gradirono (salvo rivalutarlo anni dopo) l’ulteriore ammorbidimento di un suono ormai del tutto sbilanciato sul post rock, dove le sezioni più pesanti sono anche le meno interessanti e a volte sembrano messe lì per obbligo sindacale. Col senno di poi, non vedo perché gli Isis avrebbero dovuto fare diversamente: erano anni in cui il circuito indie era diventato il salotto buono in cui tutti volevano affacciarsi e tentare la carta di un album commerciale e accessibile aveva senso, anche perché si stava schiudendo una vasta covata di gruppi ispirati al suono dei vecchi Isis (i Pelican erano usciti col secondo disco un anno prima, i Russian Circles avevano da poco esordito). Quindi, sì, In the Absence of Truth sarà pure una paraculata cerchiobottista ma funziona. Anzi, i pezzi migliori sono quelli che sembrano più costruiti a tavolino, come Not in Rivers, But in Drops e Dulcinea, dagli espliciti richiami ai Tool, che mettono in fila tutto quello che ci si aspettava da sentire dagli Isis nel 2006, dall’elettronichina al riffone. Deludono, invece, i momenti in cui il gruppo cerca di rientrare nel vecchio flusso di coscienza ma finisce per stufare un pochino, come la strumentale Firdous e Bareen, che pare messa là per allungare il brodo.

MY DYING BRIDE – A Line of Deathless Kings

Michele Romani: A Line of Deathless Kings continua sui solchi intrapresi con il precedente Songs of Darkness, Words of Light, per quella che si può definire la fase più prettamente gothic doom della Sposa Morente. I due dischi in questione suonano talmente simili che ammetto mi è capitato in passato addirittura di confonderli, anche se il secondo citato resta per me un gradino superiore. Non che A Line of Deathless Kings sia un brutto lavoro, per carità: alcuni brani (in particolare due, I Cannot Be Loved e soprattutto Thy Raven Wings) sono veramente belli, ma il resto si trascina un po’ stancamente, anche perché dal punto di vista stilistico sono tutti abbastanza simili: come diceva si tratta di puro gothic doom senza molte variazioni sul tema, e a tratti si sente la mancanza di quelle variazioni death black che erano stati un po’ la caratteristica di lavori come The Dreadful Hours o The Light At The End of The World, senza andare a scomodare i primi capolavori, che non mi pare il caso. Forse l’ultimo disco dei My Dying Bride che ho ascoltato per intero, ricordo solo che i due successivi erano brutti forte e ammetto di aver ascoltato pochissimo dei restanti fino ad oggi.

VIRGIN STEELE – Visions of Eden

Barg: Il passaggio dei Virgin Steele da gruppo fenomenale a imbarazzante non è stato molto graduale, purtroppo. E il modo in cui le aspettative altissime che accompagnarono Visions of Eden furono tradite ne sono una testimonianza. Si arrivava da un filotto di dischi più o meno universalmente considerati come capolavori, eppure, una volta inserito il CD nel lettore, il sentimento di incredulità fu fortissimo. Certo, il secondo House of Atreus non era proprio al livello del primo, ma nulla lasciava trapelare un tracollo simile. Visions of Eden suonava come la caricatura dei Virgin Steele, la riproposizione ottusa e tragicomica di tutti quegli stilemi che li caratterizzavano e li avevano resi grandi; un disagio plasticamente rappresentato già dalla copertina, dove DeFeis, con in mano una spada più alta di lui, posa fiero affianco a un grosso cavallo nero. Come detto più volte, la grandezza dei Virgin Steele posava su un delicatissimo equilibrio a strapiombo sul grottesco, e da questo punto di vista non ci sono molte alternative: se non riesci più a mantenerti in equilibrio, cadi giù. Questo è ciò che successe, e sfortunatamente da quel momento DeFeis non riuscì più a recuperare l’antica scintilla. So che molti considerano questo disco ancora accettabile, ma per quanto mi riguarda non c’è proprio niente da salvare qui dentro.

THE HAUNTED – The Dead Eye

Luca Venturini: The Dead Eye arriva subito dopo quello che, secondo me, è il picco più alto della discografia dei The Haunted: rEVOLVEr. Rispetto al precedente, la band decide di spingersi ancora più in là, senza ripetere sé stessa: l’aggressività viene affiancata da passaggi più atmosferici, talvolta malinconici, che richiamano alla mente Soundgarden e Alice in Chains, ma in alcuni momenti anche il nu metal. All’epoca ricordo pareri contrastanti su questa evoluzione, divisi tra chi la considerava eccessiva e chi invece la riteneva riuscita: personalmente, a distanza di vent’anni, non ho ancora capito se mi piaccia o no; a volte mi sembra invecchiato male, altre ci trovo dell’originalità. Per questo motivo ritengo che, nel bene e nel male, i The Haunted abbiano fatto bene a rischiare. Nella musica, come nelle altre arti, preferisco sempre chi prova a cambiare strada, anche con risultati discutibili, a chi rimane fermo. Di una cosa, però, sono convinto: Peter Dolving è LA voce dei The Haunted.

KATHARSIS – VVorld VVithout End

Griffar: Più volte criticati per la loro notevole somiglianza (per dirla gentilmente) coi DarkThrone, i tedeschi Katharsis, dopo la pubblicazione di uno dei dischi più bootlegati e a mio parere sopravvalutati di sempre, quel 666 che ancora oggi necessita di sborsare almeno mille euro per una copia originale Sombre Records, si distaccarono dalla propria influenza principale per incorporare stilemi derivati dai Deathspell Omega più intricati. Io gli imputo di aver sempre vissuto di luce riflessa: è vero che col tempo il progetto è diventato più ambizioso, l’abilità con gli strumenti è cresciuta e anche la ricerca compositiva è migliorata tantissimo, ma, perché c’è un ma e neanche insignificante, i Katharsis con l’ultimo album non hanno inventato nulla: hanno solo ripreso la musica schizzata dei francesi senza nemmeno variarla in modo sostanziale. Scrivere composizioni basate su dissonanze sistemate un po’ a casaccio, propagandandole come innovazione o ricerca di nuove strade verso l’estremismo più assoluto, non funziona. Di VVorld VVithout End è praticamente impossibile ricordare una nota, un passaggio, un punto focale che renda riconoscibile un brano piuttosto che un altro. È un disco vicinissimo a Paracletus, ne differisce solo perché è meno smaccatamente religious black ed è più acido, ansiogeno, cerebrale; è estremo sì, ma il suo estremismo è fine a sé stesso, e il proposito di disintegrare ogni disco black uscito nella storia fallisce laddove, oltre al fastidio che si prova durante l’ascolto, non si ha nulla d’altro da offrire. Il black metal è violenza, furia, rabbia, rancore, disprezzo, gelo, oscurità, perfidia messi in musica, e a scrivere dischi strapieni di queste peculiarità sono riusciti in tanti. Nessuno di costoro ha mai tentato di convincere qualcuno che il frastuono sia il massimo possibile per il genere, per questo non riesco a capire come mai i Katharsis siano riusciti ad ottenere un consenso così vasto e prossimo alla venerazione. Non pubblicano nuova musica dall’EP Fourth Reich del 2009, e io non ne sento la mancanza.

JON OLIVA’S PAIN – Maniacal Renderings

Barg: Il debutto solista di Jon Oliva era stato un mezzo disastro, come si era detto due anni fa. Non ci si poteva onestamente aspettare molto dal suo successore, anche considerando che i Savatage erano stati messi nel cassetto per un tempo indeterminato (che peraltro dura tutt’oggi): il vecchio Jon, con tutti i suoi guai di salute, i suoi problemi di dipendenza e la sua depressione, rischiava concretamente di essere considerato un arnese fuori tempo massimo da cui non aspettarsi più nulla. E invece, incredibilmente, arrivò il colpo di coda, ovvero questo Maniacal Renderings, pregevolissimo gioiellino che non solo eclissava il precedente ‘Tage Mahal, e non ci voleva molto, ma poteva tranquillamente essere considerato il miglior disco a cui Jon avesse messo mano dai tempi di Handful of Rain. Il punto di forza degli undici pezzi, tutti più o meno ben riusciti, è la varietà: qui dentro si trovano riferimenti all’intera carriera dei Savatage, dagli esordi US metal (le aggressive Time to Die o Push it to the Limit, o ancora l’apertura Through the Eyes of the King, un chiaro omaggio a Hall of the Mountain King) fino al classico format della semiballad tipica della seconda parte della carriera (The Answer). Ma c’è molto di più, con addirittura alcuni riferimenti beatlesiani come in Timeless Flight o Still I Pray for you Now. Infine, per chiudere in bellezza, una prova vocale di Jon di un livello tale a cui non eravamo più abituati. Da rivalutare.

MY CHEMICAL ROMANCE – The Black Parade

Alessandro Colombini: Per quanto mi riguarda The Black Parade è il disco che diede dignità all’intero genere emo punk. I My Chemical Romance aggiunsero qualcosa che gli altri non avevano ancora sviluppato. Composizioni più curate, un’immagine ben precisa e riconoscibile, influenze rock e soprattutto un’ambizione artistica. Mentre gli altri gruppi della scena cantavano di drammi adolescenziali, i My Chemical Romance tiravano fuori un disco teatrale, pomposo, a tratti esagerato, che guardava ai Queen e al rock degli anni Settanta piuttosto che a quelli con il ciuffo sugli occhi. Un lavoro che aveva una sua identità, un filo conduttore e soprattutto delle canzoni scritte come Dio comanda. Welcome to the Black Parade è un caposaldo, di un livello compositivo fuori scala rispetto agli altri gruppi di quella scena, e non accetto obiezioni. Una canzone che parte quasi in punta di piedi e diventa un inno gigantesco, con cambi di ritmo, melodie memorabili e un crescendo da manuale. Teenagers fa un po’ schifo effettivamente, singoletto scemo per attirare i gonzi, ma Disenchanted è una ballata bellissima, malinconica senza essere stucchevole. Famous Last Words un altro pezzo fuori scala. Potevamo anche detestare l’estetica emo, i ciuffi e tutto quello che rappresentava quella scena, ma negare la qualità di questo disco significa avere dei pregiudizi enormi. State zitti e andate a recuperarlo.

HAMMERFALL – Threshold

Gabriele Traversa: Quando entrano in ballo la nostalgia, l’affetto, il ricordo dell’adolescenza, non c’è obiettività che tenga. So che il disco in questione non sarebbe il miglior disco degli Hammerfall nemmeno se avesse in copertina Alicia Vikander nuda che fa la verticale su una mano sola mentre cita un testo dei Catamenia, ma mi fu regalato poco dopo l’uscita da una parente (esattamente come One Crimson Night tre anni prima, dovevo essere stato proprio un bravo bambino ai tempi) in occasione del mio sedicesimo compleanno; un età in cui il fomento metal era ancora più vivo che mai e la musica la senti dentro come l’amore per la più gnocca della tua comitiva. Ricordo che me lo portai addirittura al campo scuola. Ogni singolo pezzo di Threshold per me è un pezzo di giovinezza e di bellezza: l’accattivante singolazzo Natural High, la malinconica Dark Wings, Dark Words, Shadow Empire (col suo cazzutissimo riff iniziale), funziona tutto, e, soprattutto, mi emoziona ancora tutto. Un disco che è una soglia, di nome e di fatto, poiché è l’ultimo con Stefan Elmgren alla chitarra, e dopo di lui niente sarà più come prima.

KYLESA – Time will Fuse its Worth

Barg: A un certo punto sembrava che i Kylesa dovessero seriamente esplodere. Dopo un inizio esitante e ancora tendenzialmente derivativo, avevano assunto uno stile molto personale che funzionava alla perfezione, con una serie di elementi che si sovrapponevano e che li rendevano unici. Credo che il giro di boa sia stato proprio Time will Fuse its Worth, terzo disco della band di Savannah e primo nel quale si può parlare di uno stile-Kylesa, con quello sludge sporco, violento, rumoroso eppure ricercato, la pluralità di cantanti che si affastellano e quei toni psichedelici che col passare del tempo finiranno per amplificarsi fino a prendere quasi il sopravvento nel quinto Spiral Shadow, del 2010, che è pure il mio preferito. Peraltro è proprio a partire da quest’album che si presero due batteristi in formazione, come i Kurnalcool. Avevano proprio tutto per diventare grandi, i Kylesa, e col sesto Ultraviolet sembrava davvero che fossero a tanto così dal fare il grande passo, eppure a un certo punto si sono persi. Dopo Exhausting Fire del 2015 si erano addirittura sciolti, con i vari membri che finirono sparpagliati in vari gruppuscoli. L’anno scorso però Laura Pleasants e Philip Cope hanno ripreso in mano la situazione e si sono rimessi a suonare in giro; ora non ci resta che aspettare un nuovo album, se mai arriverà.

Luca Bonetta: Era il 2006 o 2007, MSN era ancora uno dei programmi di messaggistica più utilizzati online e i social network erano ancora là da venire. Un amico mi mandò Bellum Omnium Contra Omnes, pezzo d’apertura di Eschaton, accompagnandolo ad un messaggio che non ricordo ma che suppongo contenesse diverse bestemmie seguite da qualcosa del tipo: “Senti quanto sono matti questi”. E matti gli Anaal Nathrakh lo sono per davvero. Il me sedicenne dell’epoca non aveva mai sentito nulla del genere, d’altronde stavo muovendo i primi passi nel metal estremo e la band più pesante che ascoltavo al tempo erano i Vader (quelli di The Beast tra l’altro, manco quelli di Litany). Lì per lì la canzone mi fece al più ridere, considerando il duo inglese una sorta di scherzo, quasi a voler testare i limiti della musica facendo più casino possibile. Oggi, con vent’anni in più sulla testa e molta più musica all’interno, gli Anaal Nathrakh sono uno dei miei gruppi preferiti. Non si tratta solo di essere estremi nel senso del fare casino; ci sono gruppi war metal, per dire, che fanno tre volte il bordello degli inglesi. No, gli Anaal Nathrakh sono estremi a livello concettuale. Riescono ad essere in un momento la cosa più cacofonica possibile (vedi il finale di The Destroying Angel) e poi a rifilarti aperture melodiche cantate in un pulito operistico solenne che mai ti saresti aspettato, dopo esserti fatto frullare il cervello per dei minuti interi. Eschaton è il perfetto biglietto da visita per conoscere la creatura di questi due pazzi: è il disco della maturità dove ogni cosa si incastra al posto giusto, e il risultato finale è un lavoro che a sedici anni magari non comprendi e un po’ di spaventa; a trentasei definisce una parte importante del tuo essere metallaro.

REGURGITATE – Sickening Bliss

Luca Venturini: La miglior qualità dei Regurgitate è sicuramente quella di creare copertine efficaci; quella di Carnivorous Erection, ad esempio, fu inclusa da Pitchfork in una lista delle peggiori copertine di tutti i tempi. Per il resto sono una band goregrind, per cui non è che li si ascolti per ricercarvi l’innovazione o chissà quali estri compositivi. Sono comunque uno dei nomi più noti del sottogenere, e Sickening Bliss è il loro ultimo album prima dello scioglimento del 2009. Tutto gira attorno ai riff del chitarrista Urban Skytt, che ha militato anche in Nasum e General Surgery. Insomma, il ragazzo si divertiva parecchio a suonare goregrind e grindcore e, effettivamente, ci sa fare. Pur mantenendo il legame con la tradizione dei primi Carcass, il disco ha la sua personalità. Certo, poi il goregrind è un genere caciarone, che dà il meglio in determinate occasioni: uno sfogo, una festa, una giornata passata a casa in mutande a bere birra e a fare schifo. Tolti i primi Carcass, che si portano dietro una certa importanza storica, tutto il resto mi sembra tranquillamente intercambiabile, anche se sicuramente c’è chi lo fa meglio e chi lo fa peggio. Ma se ho voglia di goregrind personalmente metto su una compilation su qualche app di streaming, e va bene così.

INHERIT DISEASE – Procreating an Apocalypse

Griffar: Più o meno all’inizio degli anni 2000 la Unique Leader, etichetta americana specializzata in metal estremo, trovò una schiera di band in grado di rivitalizzare la scena brutal (che in quel periodo andava avanti un po’ per forza d’inerzia tramite i nomi storici) grazie a prodotti di notevole livello. Tra queste spiccarono i californiani Inherit Disease, gruppo vocato al brutal death ultratecnico che già si era fatto notare nel circuito underground con una demo e un EP autoprodotto (oggi praticamente introvabile) nei quali esibirono doti strumentistiche di gran lunga superiori alla media. Procreating an Apocalypse è una batosta di dieci brani devastanti come un gancio di Tyson, generalmente molto o mediamente brevi (la sola Dissimulate Invalidity in apertura raggiunge i 4 minuti) nei quali è giustamente esibita la loro tecnica e nei quali è ben evidente la loro venerazione per i Suffocation. In questo episodio gli Inherit Disease si pongono l’obiettivo di estremizzare il brutal tecnico di Breeding the Spawn e tutto quanto, gira e rigira, richiama alla mente quel disco, al netto di passaggi strumentali e riff ancora più contorti che, se da un lato lasciano a bocca aperta, dall’altro mancano di immediatezza e comprensibilità. Procreating an Apocalypse è comunque il loro album più “accessibile”, perché i due successivi sono ancora più tecnici e intricati, pur rimanendo violentissimi e senza compromessi. Chi ama sentir suonare metal estremo in modo strabiliante adorerà i loro dischi, impossibile il contrario; chi questo stile lo trova noiosetto non cambierà idea ascoltando gli Inherit Disease.

LAIBACH – Volk

Barg: L’incredibile capacità dei Laibach di reinventarsi, dando sempre nuove forme a un significato che non è che in ultima analisi una ben precisa visione del mondo, li portò vent’anni fa a comporre Volk, considerato tuttora uno dei loro album più ispirati. Il disco poggia sull’ambivalenza di significati del titolo (“popolo” in tedesco e “lupo” in slavo), con tredici pezzi ognuno dedicato a una specifica nazione i quali, musicalmente, si appoggiano sui rispettivi inni nazionali, destrutturandoli. Volk non è di facile assimilazione, per vari motivi: la sua eterogeneità; una pesante componente industrial, spesso volutamente cupa e ostica, a scapito di elementi “pop” altrimenti presenti in altri dischi del gruppo; un enigmatico comparto lirico che presuppone una seppur minima conoscenza della storia delle varie nazioni citate. A parte alcuni episodi musicalmente più riusciti (come Slovania, la più orecchiabile, una delle migliori canzoni mai composte dai Laibach), il punto d’interesse maggiore dell’album sta proprio nei testi, che in certi casi tradiscono le simpatie – o antipatie – del gruppo di Lubiana. E così in certi casi c’è un atteggiamento polemico, se non ostile (soprattutto in America e Anglia), in altri c’è un’accorata incitazione malinconica e sottilmente rassegnata (Germania, Italia, per alcuni versi Francia), in altri ancora una postura quasi sardonica (Rossiya, Yisra’el, España). Fa storia a sé la citata Slovania, commosso inno al doloroso destino di martirio della piccola nazione slava (“we stand alone in history, facing East in sacrifice”). Un disco intimo, fragile eppure potentissimo, anche a distanza di vent’anni.

One comment

  • Stefano Masnaghetti
    Avatar di Stefano Masnaghetti

    Per me quello dei Katharsis è un capolavoro assoluto. Concordo che i precedenti siano sopravvalutati, ma non questo. Si ispirano chiaramente ai Deathspell Omega, certo, ma lo fanno mettendoci tanto del loro, risultando originali e unici. È uno dei miei dischi preferiti di quel decennio, e sinceramente di loro sento terribilmente la mancanza. Avessero inciso solo questo disco, sarebbero comunque stati uno dei migliori gruppi black metal tedeschi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *