Avere vent’anni: SUFFOCATION – st
Alcuni anni or sono, ci capitò di menzionare l’omonimo dei Suffocation, che venne liquidato come un disco “non all’altezza del nome che porta: qualche bel pezzo ma niente più”. Nove anni dopo e soprattutto a vent’anni dalla sua uscita, quel giudizio appare troppo severo. Suffocation è un album brutal-tech solidissimo, con alcuni brani davvero intensi e probabilmente il momento nel quale la reunion diventò la seconda parte della carriera del gruppo. Fece meno scalpore dei lavori degli anni Novanta per la semplice ragione che arrivò molto tempo dopo, quando i Suffocation e i tanti gruppi cresciuti assieme a loro avevano già portato avanti il genere. Nel 2006 il loro ritorno era ormai un fatto acquisito. Souls to Deny aveva riaperto la loro storia e restituito al gruppo una presenza concreta, oltre alla consueta reputazione di gloriosa macchina da concerto, per cui l’album successivo doveva dare un senso stabile a quella seconda vita. Nel frattempo il brutal e il technical death metal si erano sviluppati enormemente e un’intera generazione aveva imparato a suonare il genere che i Suffocation avevano contribuito a inventare. Il loro suono era diventato un patrimonio comune, spinto in varie direzioni da musicisti sempre più veloci, estremi e preparati.
L’album omonimo risponde con la piena padronanza di quel genere: la tecnica rende la musica più violenta, imprevedibile e fisica. Le canzoni si muovono per contrazioni: accelerano, si fermano, precipitano dentro un rallentamento e ripartono da un punto che, un attimo prima, sembrava non esistere. Anche i passaggi più complicati conservano una funzione precisa all’interno dei brani e contribuiscono alla sensazione di essere investiti da qualcosa di enorme e perfettamente controllato. La batteria decide la forma dei brani, con i blast beat, le sincopi, gli arresti improvvisi, i colpi che accompagnano le chitarre e danno continuamente la sensazione che il terreno venga meno, o che come minimo si stia spostando. Anche la voce diventa spesso un elemento ritmico e rimane perfettamente comprensibile nel mezzo della devastazione sonora. Le chitarre passano dai riff obliqui e nervosi ad aperture cadenzate, da veri maestri. È il miracolo originario dei Suffocation: tecnica e violenza che si alimentano a vicenda. Il suono è compresso con la batteria a risaltare spesso in primo piano.
La minore risonanza di cui Suffocation ha goduto è dipesa soprattutto dal momento in cui uscì: Pierced from Within aveva mostrato fin dove si potessero spingere brutalità, cura dei dettagli e capacità esecutiva; Despise the Sun aveva riconcentrato quella lezione in pochi minuti di furia. Negli anni successivi gli stessi Suffocation e molti altri avevano continuato a sviluppare quelle possibilità. L’omonimo arrivò quindi in un territorio già esplorato e con meno momenti destinati a diventare classici. Riascoltato oggi rivela una compattezza e una qualità media che gli riconoscemmo solo in parte: in realtà è il suono di un gruppo ancora capace di scrivere un disco intero all’altezza della propria identità. Per scoprire i Suffocation si deve sempre cominciare da Pierced from Within, mentre questo omonimo racconta il momento in cui la loro seconda vita acquistò consistenza e continuità. È un album godibilissimo, attraversato da alcuni picchi impressionanti e molto più riuscito di quanto ricordassimo. Vent’anni dopo, il nome che porta non gli sta poi così largo. (Stefano Mazza)


