Avere vent’anni : RHAPSODY OF FIRE – Triumph or Agony
Sono una persona abbastanza ostile ai cambiamenti. Poi li accetto, per carità, la vita va avanti, ma lì per lì mi rode sempre il culo. Ma per le cazzate poi. Ad esempio mi rode ancora il culo che il mitologico autobus notturno di Roma Est, simbolo della mia (e non solo della mia) postadolescenza alcolica, ritrovo della meglio umanità di Stazione Termini e dintorni, l’invincibile N12, ha cambiato da qualche annetto nome in N543. Ma perché? Non c’era motivo. Il percorso è pure lo stesso. Si chiamava tanto bene N12, perché avete sentito l’esigenza di mettergli ‘sto nome complicato, lungo. Vi immaginate alla fermata: “Senta, scusi, che autobus devo prendere per arrivare a Centocelle?” – “Deve prendere l’N543, signora!” – “L’enne cosa?” – “L’N543… fratto 9 x 4, radice quadra di 7, omnium gatherum, signora! Lo so, è cacofonico, ma quelli dell’ATAC fanno l’aerosol con le loro scorregge tutti i giorni, sa! È un mondo difficile!”.
Anche i Rhapsody, nel 2006, cambiarono nome; e ovviamente non la presi benissimo. Però lì almeno un motivo c’era, e lo sapevamo tutti. Eh, che cazzo, non c’era dietro il dirigente di ATAC che si sveglia la mattina senza un cazzo da fare. Senza eccessiva fantasia optarono per il suffisso of fire. Bruttino, sì, però poteva andare peggio; potevano chiamarsi Rhapsody N543, Rhapsody al cubo, Rhapsody logaritmo, Omnium Rhapsody o Rhapsody Gatherum.
Ma ci fu anche un altro cambiamento sostanziale: Triumph or Agony è un disco moderato. Fa strano associare un aggettivo che, nella vita di tutti i giorni, attribuiamo spesso e volentieri a Maurizio Lupi o al consumo di alcolici prima di salire in macchina, ad un gruppo che aveva fatto dell’esagerazione, della pomposità e, in un certo qual modo, della mancanza di pudore, la propria bandiera; ma andò proprio così.
Qui non vi è quasi traccia della potente e a tratti oscura epicità di una Knightrider of doom (per chi scrive il più bel pezzo dei Rhapsody tra quelli fomentoni… sì, anche più di Dawn of Victory, non mi scassate la minchia, è così!) e nemmeno la voglia di correre per i prati in fiore con lo spadone di cartone di una Wisdom of the kings; qui siamo pieni di mid-tempo, di parti narrate e atmosfere cinematografiche (che già abbondavano nei precedenti due lavori della band, ma qui al quadrato) e di ballad intimiste, dove dalla dolcezza boschiva (Old Age of Wonders) si arriva al tagliodellevene/sìvabbènonèmalemacherotturadecojoni (qualcuno ha detto Son of Pain?).
Sembra proprio un disco di merda, eh? E invece no, non lo è. Quando la sacra famiglia era ancora unita, prima della scissione in atomi, neutroni ed elettroni, i nostri warriors of ice gli assi nella manica e quei venti minuti da salvare ce li avevano sempre. Heart of the Darklands, ad esempio, c’ha il riff iniziale, velocissimo, powerissimo, fighissimo, con la doppia cassa a terremoto sotto, che da solo vale il prezzo del CD. Forse l’unico brano, insieme alla sopracitata ballad dolce e boschiva, in cui Turilli e Staropoli ti prendono sottobraccio e ti sussurrano all’orecchio: “Siamo ancora noi, non preoccuparti, vai a prendere la spada di gomma e il corno da unicorno in soffitta, da bravo!”. E anche la suite finale di 16 minuti (The Mystic Prophecy of the Demonknight) è molto carina; ben scritta, ben strutturata, per nulla noiosa.
Non sono mai stato un gran fan di Lamento Eroico, quindi preferisco non dire un cazzo sulla qui presente Il Canto del Vento. Chissà quale vento poi. La bora o quello di Turilli dopo otto sprizzetti bianchi neoclassici nella piazza di Trieste? Mi piace pensare il secondo. (Gabriele Traversa)


