Cinquant’anni di finestre che ridono
Una delle qualità dei migliori racconti fantastici è riuscire a rendere sospetto o inquietante quello che fino a un momento prima era familiare, come una casa, una strada di campagna, qualcuno che parla e poi si interrompe, abilità in cui sono sommi maestri Ray Bradbury, Clifford Simak o H.P. Lovecraft, pur nelle loro enormi differenze, e che ritroviamo pienamente espressa in La casa dalle finestre che ridono: un film girato con pochi mezzi nel delta ferrarese, capace di dare a quei luoghi la consistenza di un incubo il quale, cinquant’anni dopo, fa ancora paura. Uscito nel 1976, quando il thriller italiano aveva già prodotto molti dei suoi film migliori, il lavoro di Pupi Avati si distingue per una concezione del terrore molto personale, che si comprende bene confrontandola con quella di Profondo rosso, uscito l’anno precedente e del quale abbiamo già parlato in occasione del cinquantenario.

In un periodo in cui il successo di Argento aveva contribuito a rendere riconoscibile il genere anche attraverso soluzioni visive estreme, spesso accompagnate da forzature narrative, poi riprese da molti altri registi, Avati riuscì a realizzare un film altrettanto efficace, mantenendosi vicino al proprio modo di raccontare. Mentre Argento esaspera la visione, con soggettive, dettagli, prospettive ingannevoli, Avati mantiene una conduzione più classica del racconto e ci accompagna lungo un’indagine nella quale ogni scoperta rende la situazione sempre peggiore, perché le informazioni che il protagonista riesce a raccogliere lo coinvolgono in una vicenda di cui continua a sottovalutare la gravità. Lo spettatore può seguire il suo ragionamento e comprendere le ragioni delle sue scelte, anche quando comincia a sospettare che sarebbe il caso di lasciar perdere, per cui la tensione cresce attraverso l’accumulo di indizi e di circostanze che acquistano significato nel corso della storia. Stefano, interpretato da Lino Capolicchio, arriva in un paese della bassa ferrarese per restaurare un affresco raffigurante il martirio di san Sebastiano, opera di Buono Legnani, un artista morto da tempo e ricordato come “il pittore delle agonie”, sul quale gli abitanti sembrano sapere molto più di quanto siano disposti a raccontare. Man mano che il lavoro procede, l’interesse per il dipinto si estende alle circostanze in cui fu realizzato, cosicché il restauro finisce per coincidere con un’indagine sul passato del paese, che incontra reticenze e ostacoli sempre meno spiegabili con la semplice diffidenza verso un estraneo.

La scelta dell’ambiente deriva dalla familiarità di Avati con una cultura contadina nella quale i racconti sulla morte, le superstizioni e la religione accompagnavano la vita quotidiana e contribuivano anche all’educazione dei bambini, che attraverso quelle storie imparavano ad avere paura. A questa conoscenza si aggiunsero ragioni produttive molto concrete, poiché dopo i guai giudiziari di Bordella il regista e suo fratello Antonio avevano bisogno di realizzare un film a bassissimo costo, lavorando in luoghi che conoscevano e che potevano utilizzare senza ricorrere a costruzioni scenografiche impegnative; alla sceneggiatura collaborarono, insieme ai due fratelli, Gianni Cavina e Maurizio Costanzo.
Quello che viene definito gotico padano trova qui una delle sue espressioni più compiute, perché Avati riesce ad attribuire a una villa di campagna, a una chiesa e alle strade che attraversano i campi le stesse qualità inquietanti che la tradizione gotica aveva associato a castelli e villaggi isolati, conservandone però l’aspetto comune e riconoscibile. La fotografia di Pasquale Rachini contribuisce in modo decisivo a questo risultato, soprattutto negli esterni diurni, dove la bellezza del paesaggio e la luce del sole convivono con una sensazione di disagio che aumenta via via che conosciamo meglio le persone che vi abitano. Anche i personaggi acquistano importanza attraverso comportamenti e abitudini che, considerati separatamente, potrebbero sembrare soltanto manifestazioni di una certa eccentricità provinciale, mentre nel loro insieme rendono sempre più difficile capire di chi ci si possa fidare. Gianni Cavina è straordinario nel dare a Coppola una mescolanza di familiarità, degrado e ambiguità che ne fa uno degli elementi più riusciti del film, mentre Capolicchio conserva l’atteggiamento di chi cerca di interpretare razionalmente ciò che gli viene detto, senza possedere le informazioni che gli altri condividono e danno per scontate.

La follia di Legnani assume una dimensione sociale, dal momento che la sua storia coinvolge una comunità nella quale l’omertà, la paura e l’abitudine a tacere impediscono di distinguere chi sia complice da chi preferisca semplicemente non avere problemi. L’isolamento di Stefano dipende soprattutto da questa difficoltà di comunicare con persone che, pur essendo disponibili a parlargli, continuano a sottrargli gli elementi necessari per comprendere la situazione, anche quando diventa evidente che la sua curiosità lo sta esponendo a un pericolo concreto. A rendere tutto ancora più efficace contribuiscono le musiche di Amedeo Tommasi, pianista di formazione jazzistica, che lavorano con una povertà apparente quasi miracolosa.
I temi musicali sono soltanto due: il “tema d’amore”, una semplice melodia che accompagna le scene serene e affettuose, a cui si contrappone il “tema di paura”, ancora più minimale, basato su pochi semitoni, ma capace di contribuire alla tensione in modo straordinario. Anche nell’accompagnamento musicale si trova una differenza con Profondo rosso e con il resto del thriller all’italiana: mentre i Goblin o i loro epigoni sostengono le scene con una componente ritmica molto evidente, Tommasi lavora maggiormente sull’attesa e sull’incertezza, lasciando spazio ai rumori e alle voci che hanno un ruolo altrettanto importante nella costruzione dell’atmosfera. Fra queste, la voce registrata di Legnani è particolarmente efficace, poiché permette di ascoltare direttamente l’uomo del quale si sta cercando di ricostruire la storia e gli conferisce una presenza che i racconti degli altri personaggi, da soli, non avrebbero potuto ottenere.
La violenza acquista quindi un peso particolare perché interviene in una situazione nella quale lo spettatore ha già imparato a dubitare delle persone e dei luoghi che avrebbero dovuto offrire qualche rassicurazione, mentre il finale porta alle conseguenze estreme ciò che è stato preparato durante il film. Senza anticiparne le rivelazioni, basta ricordare come dettagli minimi, quali la sirena e la mano appoggiata al tronco di un albero, contribuiscano all’incertezza sulle sorti della vicenda, anche dopo che il mistero principale è stato chiarito.
Dopo la prima edizione 20th Century Fox in DVD del 2002, il cinquantenario è stato accompagnato dal ritorno del film al cinema, distribuito dal 13 luglio 2026 da CG Entertainment in collaborazione con Cat People nella versione restaurata in 4K da SND e Cineteca di Bologna presso L’Immagine Ritrovata, a partire dai negativi originali messi a disposizione da ACEK. CG propone inoltre una nuova edizione limitata e numerata, che comprende un libro di 120 pagine a cura di Nocturno, interviste e scene tagliate, e per la quale il lavoro sul colore in HDR è stato supervisionato da Cesare Bastelli. (Stefano Mazza)


Ottimo articolo! Sicuramente, un film dalle atmosfere lovecraftiane…
Colgo l’occasione per chiedere all’esperto Mazza se abbia mai letto i libri di tale William Sloane (soprattutto, il romanzo “Attraverso la notte”). Ho sentito dire che è un degno continuatore di alcune tematiche del Solitario di Providence.
Non ho ancora letto nulla di Sloane, anzi ti ringrazio della segnalazione!
Filmone , pochi semplici ingredienti per un risultato grandioso
Parlo da ignorante di cinema, uno che non ha ancora capito cosa siano la fotografia, il montaggio ecc. Il film mi è piaciuto molto, tiene per tutto il tempo con quello stato di ansia in attesa del climax. Se proprio devo fare un’osservazione, mi verrebbe da dire che il colpo di scena finale non è invecchiato bene come tutto il resto dell’opera. Resta il fatto che è un film ancora godibilissimo e inquietante
Io abito dove lo hanno girato