Quel che nasce vecchio non può invecchiare: GRAVEYARD – Fever
A pensarci suona assurdo, quasi un paradosso: praticamente venti anni fa esordivano i Graveyard, suonavano revival del suono di trent’anni prima e oggi assistiamo persino ad un micro-revival di quel suono revival lì. Da Göteborg, ma non c’entravano nulla col death metal. Almeno su disco. Con le sbronze stoner e Swedish Sins in via di esaurimento, tra i giovani conterranei di Gustavo Vasa tirava ai tempi un vento conservatore, almeno in musica. Assieme ai Witchcraft, furono i Graveyard a dare il via alla scena retro rock dei tempi: Dead Man, Horisont, Troubled Horse, Blues Pills. Una slavina di entusiasmo underground che avrebbe contagiato pure gli anglosassoni: senza quel desiderio di suonare vintage chissà se avremmo conosciuto mai lo Zio Acido.
Bene. Il buffo è che i Graveyard non erano originali manco per un po’. Suonavano vecchi e avranno avuto meno di trent’anni, all’epoca. Anche molti meno. E suonavano come una sintesi di tutta la scena più oscura degli anni ’70. Già, non scimmiottavano Led Zeppelin o Cream, che se volete è più facile anche perché sai in partenza che funziona. Invece per ricreare tutto un mondo morto vent’anni prima ci voleva visione e la bravura di un alchimista, senza speranze di successo vero. Ci voleva essere vecchi dentro. Antichi, se volete. Non è una critica, ci mancherebbe. Però ammetto che non ho mai straveduto particolarmente proprio per i Graveyard. Capirete: al confronto i Witchcraft erano più scuri, magici, immaginifici. Almeno prima della Nuclear Blast. Però che gli vuoi dire davvero ai Graveyard, che pure su Nuclear Blast ci sono finiti quasi subito, ma senza cambiare. Senza snaturare. Restando vecchi, restando antichi. Oggi tutti questi complessi giovani che suonano la musica di cinquant’anni fa in realtà devono parecchio proprio a loro. Al loro revival di vent’anni fa. Revival al quadrato, dicevo una volta.

Non stravedevo per i Graveyard, ma che gli vuoi dire alla loro discografia. E pure ad un disco come Fever. Che è un disco che dovrebbe fare la gioia di qualsiasi fan sincero del classic rock. Occhio, non parlo dei cinquantenni a cui basta ascoltare un plagio degli Zeppelin spacciato da Virgin Radio, il fondo del barile di Joshua Homme o le intuizioni garage-soul dei dei Black Keys ormai annacquate per gli stadi. No: parlo degli ossessionati del suono anni ’70 e di quel modo di concepire la musica. Ossessionati al limite della patologia, di quelli che scartabellano gli archivi virtuali alla ricerca di complessi antichi, oscuri ed improbabili, di notte, di nascosto, come i protagonisti ossessionati dall’occulto di una storia qualsiasi di Lovecraft. Come fosse una febbre. Bene, Fever per costoro dovrebbe suonare ben fresco. Frescura di cantina.
Già dal riff monumentale di Back from the Grave (un programma). O di quello, monumentale anch’esso, di A Better Cut (Note to Self), così simile alle gemme antiche dei cugini Witchcraft. Riff che allo stesso Pelander non vengono più. Retro rock occulto, heavy blues a tinte soul, la formula esoterica dei Graveyard è ancora la stessa, non invecchiata di un singolo giorno. Eppure due o tre ganci sono pensati per intrappolare qualcuno anche dal di fuori del circolo degli avvisati. Il saltello di A Means to an End potrebbe contagiare proprio il generalista che considera Black Keys e QOTSA “il nuovo”, “l’entusiasmante”. Qualche perla potrebbe persino riciclarla un Jack White, a condizione che rinunci a quel suono di chitarra sintetica che squittisce. Un brano come Don’t Shoot farebbe sfaceli su Virgin Radio. Solo, se ne accorgesse qualcuno. Chiaro, non succederà e i Graveyard anche stavolta resteranno il piacere inconfessabile di parecchi metallari col vizio del rock anni ’70. O di sparute pattuglie sotterranee di giovinastri antichi dentro. Male comunque non è. (Lorenzo Centini)
