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Avere vent’anni: VIRGIN STEELE – The House of Atreus: act I

29 novembre 2019

Che cosa devo dirvi di House of Atreus I, seriamente? Come si può cominciare una recensione del genere? Immenso capolavoro, disco della madonna, sublime prova di maestria compositiva, pietra miliare del cazzoduro, tutte definizioni perfette ma che ti vergogni di aver pensato nella tua meschina piccolezza, mentre in sottofondo la voce di DeFeis declama il triste fato della stirpe degli Atridi. Anche perché per me il primo House of Atreus ha significato talmente tanto che cercare tradurre in parole certe sensazioni è impossibile.

La storia è nota, ed è una storia che parla di vendetta. L’Orestea è sangue e passioni primitive, slanci brutali e improvvisi lampi di tenerezza, è un’analisi glaciale e distante della natura umana e dei suoi sentimenti, narrata con enfasi barbarica non ancora molcita dalla raffinatezza stilistica degli autori immediatamente posteriori, Sofocle ed Euripide. Una storia in cui non esiste il bene o il male, ma solo l’Uomo nella sua nudità: violenza, sopraffazione, invidia, avidità, sete di strage, e allo stesso tempo, nello stesso spazio anche fisico, amore, dolcezza, malinconia, purezza. E il disco è così, allo stesso modo. House of Atreus I trasuda Eschilo, lo trasmette dopo averlo compreso e assorbito, con tutti i suoi difetti e le sue lungaggini, gli intermezzi, le parti narrate, le distorsioni prolungate.

A Song of Prophecy vibra delle lacrime di Cassandra, e Child of Desolation ce la fa immaginare nella notte, i capelli sciolti che ondeggiano al dolce vento caldo dell’Egeo, che tende le braccia pregando devotamente gli Dèi affinché la loro ira colpisca i suoi futuri assassini. E Great Sword of Flame è l’orgia di sangue, la follia che ottunde la mente dell’ omicida e gli disegna un ghigno sul volto mentre, per l’ennesima volta, cala la sua mano lorda di sangue sui corpi inermi delle sue vittime. E con Kingdom of the Fearless guardiamo plasticamente la tracotanza: Agamennone gonfio di orgoglio e di gloria mentre, Troia caduta, rivolge il suo ultimo scherno verso Priamo, promettendo disonore e morte sull’intera sua stirpe a venire, sentendosi pari agli Dèi. E poi Garden of Lamentation, con la disperata Elettra che piange teneramente il padre così vigliaccamente assassinato, invocando morte sulla madre Clitennestra e sul re usurpatore; e quindi Gate of Kings, la speranza, con la comparsa di Oreste destinato a compiere l’ennesima, eppur ultima, vendetta.

È un disco complicato solo per la sua lunghezza e per i tantissimi intermezzi, e perché è il primo vero concept dei Virgin Steele a dover essere giudicato nella sua interezza e non nelle sue singole parti; ma strutturalmente i pezzi veri e propri sono semplici e molto diretti. Essenziali e minimali, come i dipinti sui vasi greci; come Eschilo, primo e più barbarico tra i tragediografi. Chitarra, basso, batteria fanno il minimo indispensabile, sostenendo la prova recitativa di David deFeis, uno che respira musica e rappresentazione da quando è nato: padre attore scespiriano, madre pianista e sorella soprano, tutti peraltro molto quotati. Lui sublima tutto questo riportando l’Orestea alla sua cifra barbarica, epica e primordiale, come solo l’heavy metal avrebbe potuto fare. The House of Atreus: act I è uno dei dischi che ti fanno sentire sicuro di avere preso la strada giusta, quando da ragazzino per la prima volta ti sei guardato allo specchio e hai capito per la prima volta di essere metallaro. E, come tutti i veri classici, lo scorrere del tempo lo valorizza. (barg)

PS: Nonostante tutto questo, è comunque inferiore a Invictus. Rendiamoci conto di che razza di capolavoro immortale fosse Invictus.

9 commenti leave one →
  1. blackinmind permalink
    29 novembre 2019 09:33

    Un grandissimo capolavoro, a mio parere molto superiore alla seconda parte. “Garden of lamentation” mi strappa ogni volta una mezza lacrima.

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  2. Michele permalink
    29 novembre 2019 09:35

    Refuso: Troia non deride Priamo bensì Agamennone

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  3. Arkady permalink
    29 novembre 2019 09:44

    ” è uno dei dischi che ti fanno sentire sicuro di avere preso la strada giusta, quando da ragazzino per la prima volta ti sei guardato allo specchio e hai capito per la prima volta di essere metallaro.” Brividi

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  4. 29 novembre 2019 18:28

    Incipit verissimo, potrei parlare all’infinito di un disco brutto/mediocre/ottimo, ma su un disco PERFETTO come questo che cazzo potrai mai dire di adeguato?

    Superiore anche a Invictus secondo me, capisco il minimalismo ecc ma a tratti è ripetitivo.
    I due Marriage of heaven and hell superano tutto il resto comunque, veramente il matrimonio perfetto delle anime dei VS

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  5. Paul permalink
    30 novembre 2019 09:17

    L’unico problema è che la tua recensione è talmente bella ed ispirata che son qui a pensare al tuo pezzo anziché al disco!🙂

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  6. pepato permalink
    30 novembre 2019 14:17

    Capolavoro indiscusso – la seconda parte aveva belle canzoni, ma troppo prolissa e prodotta male. Qui invece il suono secco ci sta da dio.

    Ma perché i VS hanno sempre avuto queste produzioni così povere? Eppure il loro successo lo hanno avuto, perché De Feis si è sempre ostinato a fare tutto in casa con la drum machine e la bomtempi? ho riascoltato Through the Ring of Fire ieri e ho pensato quando sarebbe stato figo se alla fine ci fosse stato un coro orchestrale vero invece che il solo falsetto di DDF.

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  7. bonzo79 permalink
    30 novembre 2019 18:40

    mamma mia che album. anche se invictus resta migliore

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  8. 1 dicembre 2019 00:34

    Il Metal, il Vero Metal che si ripresenta, come sempre, quando pensi di essere rimasto solo ed incompreso, quando sei nel 1999, sei nel pieno dei tuoi vent’anni e sei disilluso, amareggiato da quello che leggi nelle riviste e che senti nei negozi di dischi. Poi arriva House of Atreus e allora capisci che esiste la possibilità concreta che il Metal esiste ancora.
    I Slay, I Crush your Towers to Dust

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