Piccole Chelsea Wolfe crescono: A.A. WILLIAMS – Songs from Isolation

Ho provato più volte a scaricare la patata bollente al Centini che, in quanto vegano, è sicuramente più indicato di me a recensire certe opere, come ha dimostrato in occasione della collaborazione tra Chelsea Wolfe e Emma Ruth Rundle. Io infatti non credo di essere il più adatto a commentare questo nuova ondata di goticone: la Wolfe la conobbi solo quando la vidi di spalla agli A Perfect Circle ormai tre anni fa (accoppiata stranamente azzeccata, c’è da ammetterlo), mentre la Ruth Rundle fu captata dai miei radar con la scusa della collaborazione con i Thou. Scoprii la stessa A.A. Williams in occasione del tour di spalla ai Cult of Luna prima ancora che uscisse il suo debutto sulla lunga distanza – a ennesima riprova della mia estraneità a questa scena galoppante e dell’efficacia commerciale di queste commistioni e contaminazioni con l’ambiente più o meno metal. Ma il Centini in questo momento è troppo impegnato a decidere con quale lenticchia endemica dell’altopiano boliviano sostituire le proteine della carne nei prossimi anni, quindi eccoci qua.

Sebbene venga automatico accostarla alla Ruth Rundle e alla Wolfe, la Williams in realtà si è dimostrata da subito aliena al milieu che ha generato le due colleghe. Innanzitutto, in quanto londinese, per ragioni geografiche; le quali comunque, come è giusto che sia, si traducono presto in diversi riferimenti culturali e stilistici. Se infatti nelle due americane è facile sentire un retroterra country e cantautoriale americano, la britannica dà più l’idea di partire da una base che si rifà al post-rock e al blackgaze: il primo un genere tutto sommato transnazionale, il secondo di chiara genesi europea. Ciò diventa chiaro se si ascolta soprattutto il suo primo EP omonimo, dato che in Forever Blue, LP dell’anno scorso, comincia già a comparire qualche sprazzo di post-metal/hardcore in qualche traccia – e infatti vi partecipano come ospiti anche Johannes Persson e Fredrik Kihlberg proprio dei Cult of Luna. Ora, non ci è dato sapere come sta procedendo l’evoluzione stilistica della nostra perché Songs from Isolation, sua seconda fatica, è un album di cover.

Fossi stato più attento a seguire i profili social della Williams probabilmente me ne sarei accorto prima, dato che sono tutte canzoni suggeritele dai suoi fan in non so quale occasione telematica, tra performance online in diretta, ask me anything e tante altre amenità inventatesi dagli artisti per tirare a campare in questo periodo funesto. Inizialmente avevo pensato che Songs from Isolation fosse semplicemente un pessimo titolo per un album chiaramente partorito durante la quarantena e, leggendo i titoli distrattamente, mi era saltato all’occhio solamente Creep, molto probabilmente una riproposizione del sempreverde singolo dei Radiohead. Sapete come funziona ormai il primo ascolto: uno sa che l’album deve uscire, apre Spotify e fa partire anche un po’ distrattamente ciò che vuole sentire – se volete prendervela con qualcuno vi consiglio di lasciare stare me e di rivolgere le vostre attenzioni al capitalismo, che tanto è sempre colpa sua. Per il resto ero convintissimo che le canzoni fossero composizioni della Williams, dato che sono rese quasi irriconoscibili dalla sua riproposizione minimale con voce e chitarra. I dubbi mi sono venuti quando è partita Every Day Is Exactly the Same – anche questo inizialmente derubricato ad ennesimo titolo molto scontato. La melodia del ritornello mi ha invece immediatamente acceso la proverbiale lampadina, riportandomi alla mente, ormai l’avrete capito, l’originale dei Nine Inch Nails.

Altre cover in cui l’autrice si cimenta e che potrebbero interessare voi lettori sono Be Quiet and Drive (Far Away) dei Deftones, a quanto pare il gruppo che la iniziò alla musica alternativa (chiamiamola così in senso lato senza fare troppo i sofisticati), Lovesong dei The Cure (ancora?!) e Into My Arms di Nick Cave. Personalmente, ho sempre trovato interessante la scelta di incidere le cover di canzoni che il musicista di turno reputa, in un modo o nell’altro, importanti per la sua crescita artistica. Detto ciò, sarebbe sicuramente stato più interessante se la Williams le avesse reinterpretate con lo stile che le è proprio e che ci aveva lasciato ascoltare nelle sue precedenti pubblicazioni, piuttosto che una sua riproposizione solista con voce e chitarra. (Edoardo Giardina)

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