La sinistra riparta dai Grorr

Viviamo in un periodo piuttosto scriteriato. Chi ha nominalmente “vinto” (per quanto si possa vincere un referendum) ha in realtà poco da festeggiare. L’unico che ne è uscito rinforzato è probabilmente il politico meno forte e carismatico degli ultimi decenni. Chi ha una gestione del potere clientelare viene esaltato come uomo forte e responsabile e ottiene percentuali da maggioranza bulgara. Dall’altro lato della barricata si preannunciavano scenari di vittoria totale e successiva necessaria resa incondizionata degli avversari, quando in realtà è rimasto tutto uguale a prima e si è confermato lo status quo. In mezzo a questo delirio, l’infame algoritmo di Facebook, percependo forse la necessità di rifondare la “sinistra” in Italia dopo questa débâcle morale che va avanti da decenni, mi ha fatto improvvisamente ricomparire in bacheca un gruppo francese che avevo scoperto per caso su qualche blog o forum ormai quasi una decina di anni fa: i Grorr.

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D’altronde, da dove poteva venire un gruppo che intitola il suo debutto del 2008 Pravda se non dalla Francia, il Paese che nel secondo dopoguerra ospitò il più grande partito comunista del blocco occidentale (dopo quello italiano, ovviamente)? Altrimenti sarebbe potuto venire solo dall’Italia, appunto, ma neanche sulla musica i rossi hanno ancora battuto un colpo (se escludiamo, forse, i Dark Lunacy). Ad ogni modo, lo stile del primo album era chiaramente derivato da quel misto tra groove, progressive e death che già aveva portato alla ribalta i loro compaesani Gojira. A riascoltarlo oggi si sente chiaramente la tensione stilistica verso un mostro sacro come i Meshuggah, che tentavano palesemente di imitare (cosa che di fatto condividono in parte col gruppo dei fratelli Duplantier). Forse qualcuno lo chiamerebbero djent e se volete, per amore della brevità, lo si può pure fare. Ma non aspettatevi qualcosa di estremamente nerd à la Periphery, musica ripudiata dagli stessi Meshuggah, coloro che in teoria dovrebbero esserne i capostipiti. Se ascoltate Pravda al contrario ongi tanto si può sentire un messaggio subliminale che recita più o meno così: “Vorrei fare le ritmiche serrate di Bleed ma non posso“. Ma va be’, chi ne è capace scagli la prima pietra.

La cosa più particolare del debutto era la copertina (decisamente brutta) dove compariva una formica vestita da ufficiale sovietico. La quale diventa però più chiara una volta che si passa poi al secondo album, Anthill. Un concept sulla vita di un formicaio, appunto, che parte dal suo risveglio in primavera, passa per la guerra d’espansione contro le termiti e si completa con la rivoluzione in inverno. Nonostante sembri totalmente scollegato dalle tematiche di Pravda, anche solo leggendo i titoli dei quattro movimenti (Introduction, Civilisation, Expansion, Revolution) diventa abbastanza apparente una visione marxiana deterministica e lineare del tempo storico; soprattutto se si considera che la band afferma che l’album è stato composto in modo tale da diventare un’unica, lunga canzone e da poter essere ascoltato in loop. Anche musicalmente il secondo album dei Grorr è molto più coerente. Forse fin troppo, dato che succedeva più o meno quello che è successo di recente su Panther, solo in chiave molto meno progressive: un continuo riff che assomiglia molto ad un breakdown dai ritmi sincopati (anche qua di chiara influenza Meshuggah) e che ha la principale (se non unica) funzione di fare da accompagnamento al concept e ai testi. Per fortuna il tutto viene arricchito da strumenti tradizionali come il sitar e il flauto giapponese che, insieme al nuovo logo che richiama gli ideogrammi e alla formica-origami in copertina, danno un’atmosfera asiatica ed estremorientale – suppongo, anche qua, volutamente; forse per inneggiare a una più che mai necessaria rivoluzione culturale. Il risultato finale, tutto sommato, è abbastanza vario e non diventa insostenibile grazie anche ai 45 minuti di durata totali. Però, per quanto sarebbe bello espandere la rivoluzione a tutti gli altri formicai, non mi reputo trotskista e non so se lo riascolterei in loop all’infinito.

Per uscire dalla metafora, i Grorr nel 2014 pubblicano The Unknown Citizens, loro terzo e per ora ultimo album, per ViciSolum Records (la stessa etichetta di Scarab e Persefone, giusto per citarne due). Con un operaio in copertina, questa volta tocca a un concept ispirato dalla poesia The Unknown Citizen di W.H. Auden, un inno contro la standardizzazione e l’idealizzazione di una vita ordinaria. Stilisticamente l’album parte quasi esattamente come il suo predecessore si era concluso e il primo movimento The Fighter passa senza grossi scossoni, come una giornata alienante in fabbrica alla catena di montaggio. Per fortuna sono molto più interessanti invece il secondo e il terzo movimento, The Worker e The Dreamer, dove al tappeto industriale della sezione ritmica si aggiungono cori in una lingua che non riesco a riconosere e che quasi quasi sembrano usciti da The Gereg. Ricompare anche il sitar insieme alla ghironda e altri strumenti tradizionali, donando al tutto un afflato sorprendentemente epico.

Arrivato a questo punto vorrei consigliare alle sedicenti intellighenzia e nomenklatura della sinistra italiana di ascoltare i Grorr per capire da dove bisogna ripartire per davvero. Ai Grorr vorrei invece dare qualche spunto per pubblicare finalmente un nuovo album. Cari cugini mangiarane con la baguette sotto l’ascella, qui sotto trovate un elenco di possibili titoli e concept in ordine di serietà decrescente:

  • L’albero del riccio, concept ispirato ai racconti che Antonio Gramsci scrisse per i suoi figli dal carcere, per un ritorno alle origini vieppiù necessario;
  • Ragazzi di vita, un concept ispirato all’omonimo romanzo di Pier Paolo Pasolini, per smettere di straparlare di periferie e recuperare quella fascinazione e quell’amore (molto poco figurato e piuttosto concreto) nei confronti della gioventù del sottoproletariato urbano;
  • Che fare?, per impostare una nuova strategia d’azione e tornare a contare;
  • I diari della motocicletta, per un’immancabile agiografia del Che;
  • L’avanzata delle destre, concept che riprende uno dei più efficaci slogan della sinistra contemporanea e ci ricorda qual è il vero problema della nostra società;
  • 6000 sardine sotto i mari, per spingere il popolo all’improcrastinabile ritorno al movimentismo e alla lotta di classe;
  • La destra si può battere, ispirato alle gesta di Bonaccini in Emilia-Romagna, raccontate nel suo omonimo libro.

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One comment

  • Se sul pezzo postato ci fosse stato il logo degli Slipknot avrei messaggiato mio “cuggino” per dirgli che è uscito il nuovo singolo ( persino la linea del basso è uguale) ma fa niente, il pezzo mi è piaciuto. I risvoltini radical chic invece sono veramente da pixellare come le fregne delle asiatiche.

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