A dorso di cammello #2: al-Namrood e Scarab

Dall’idea iniziale di fare una rubrica quantomeno annuale sul metal mediorientale, ho finito per scrivere un pezzo all’incirca ogni due anni. Quest’anno in realtà in quelle parti del mondo è stata messa più carne al fuoco (rigorosamente NON suina) rispetto agli anni passati e quindi ci sono state fortunatamente più occasioni in cui se ne è potuto parlare. Anche se alcuni di questi sedicenti musulmani che suonano sotto il nome di Mulla e Seeds of Iblis sono in realtà degli infideli miscredenti che quando arriverà il Giorno del giudizio marciranno nella Gehenna insieme a quei neopagani degli Ymyrgar. Noi nel dubbio a tutti loro dedichiamo questa canzone:

Il nome più grosso atteso quest’anno era, ovviamente, quello degli al-Namrood. Ormai credo non ci sia bisogno di alcuna presentazione per questo gruppo saudita, pompato (una volta tanto giustamente) dai vari siti che si occupano di metal. Sicuramente c’entra la provenienza esotica e il numero di frustate (o più probabilmente di fucilate) che rischierebbero se si scoprissero le loro vere identità. Una volta tanto, però, la qualità c’è e si sente. Il loro successo non si riduce tutto a una gara mediatica a chi vive nel regime più retrogrado e a chi fa la sparata antireligiosa più grossa e più pericolosa (spesso giocando col culo degli altri, come nel caso dei due gruppi di infedeli finti iracheni di cui sopra). Infatti noi, da parte nostra, li avevamo già consigliati a Silvia Romano proprio per la loro autenticità.

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Parlando più nello specifico della musica, mi sento di dire che questo Wala’at è il loro miglior album (e forse anche uno dei migliori di questo funesto 2020). Se all’inizio i sauditi suonavano un black metal abbastanza semplice che si mischiava (non sempre benissimo, c’è da ammetterlo) a qualche melodia arabeggiante uscita dalle corde di un oud (nel migliore dei casi) o sintetizzata da qualche tastiera (nel peggiore dei casi), la componente folk ha assunto sempre più importanza all’interno dell’economia della loro proposta. In questo il precedente Enkar è stato una pietra miliare della loro evoluzione artistica, poiché vi trovavano finalmente un equilibrio musicale dando vita ad un black metal stranamente baldanzoso e cattivo allo stesso tempo, riuscendo anche ad ottenere anche una produzione più che decente. Wala’at riprende il discorso iniziato con Enkar e lo migliora in tutto: gli dà una produzione decisamente buona ma non eccessivamente pulita e lega con più criterio ed efficacia tutte le sue componenti sonore. Wala’at è un derviscio posseduto da un djinn che si agita convulsamente al ritmo di una chitarra elettrica con una distorsione acidissima lanciando maledizioni al mondo intero.

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Ho, invece, meno lusinghe e parole dolci da spendere per gli Scarab, anche loro ormai uno dei nomi più grossi e attesi proveniente dalla scena metal mediorientale. Il genere rimane sempre quel death metal moderno ispirato sia dai Nile che dai Behemoth (ma soprattutto dai Behemoth), che in modo particolare in Egitto sembra essere molto popolare. Il problema è che gli Scarab, a differenza dei Crescent, non ci mettono molto del loro. Quindi sì, se vi piacciono i tappeti di doppia cassa e quel miscuglio spessissimo tra death e black metal questi egiziani fanno al caso vostro. In caso contrario, temo che troverete poco altro in questo Martyrs of the Storm, loro terzo album. Per spezzare una sciabola a loro favore, bisogna ammettere che rispetto alle precedenti uscite discografiche si sono migliorati molto, ma se cercate qualcosa di più originale conviene guardare altrove.

Per quanto riguarda il resto, di Al Qassam degli Aeternam, gruppo canadese col cantante di origini marocchine ne abbiamo già parlato. Se devo aggiungere la mia direi che, dal punto di vista formale, l’album è una prova più che buona, migliore delle precedenti. Pecca forse un po’ di anonimia e, se non fosse per l’esotismo dato dal titolo dell’album e dall’arabo che compare nei testi, sarebbe passato inosservato, anche per colpa del nome più che banale, come faceva notare il mio esimio collega Luca Bonetta. Se volete un altro gruppo canadese con componenti di origini magrebine e vi piace una sorta di progressive metal misto a mathcore/djent e post-metal vagamente à la Pelican, vi consiglio anche gli Unbeing, che a luglio hanno pubblicato Delta, loro terzo album. Ma conoscendo voi cari lettori, non fregherà quasi a nessuno. E no, non mi cerco tutti i gruppi metal con membri di origini magrebine per feticismo o diletto, ma li conobbi quando li vidi per caso di spalla ai Ne Obliviscaris a Montréal.

One comment

  • Spesso sul tubo mi arrivano suggerimenti di ragazze muslim con tanto di veli che coverizzano Slayer e System of a down e sono veramente brave. Il metal è la musica più trasversale che esiste, lo so da sempre.

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