Consigli musicali per Silvia Romano ora che si è convertita all’islam

Avendo studiato e lavorato in certi ambiti, di convertiti all’islam ne ho conosciuti parecchi, fidatevi; e dei tipi più strambi. Essendo un ateo “non praticante”, non ho assolutamente nulla contro l’atto della conversione in sé; anzi credo che, se mai un giorno dovessi diventare improvvisamente religioso e credente, eleggerei proprio l’islam a mia religione, perché è indubbio che abbia una coerenza e una logica che mancano alle altre religioni rivelate.

Ma c’è una cosa che non ho mai capito delle persone che fanno questa scelta e che, alla fine, è anche ciò che mi ha sempre trattenuto dal farla e, salvo sconvolgimenti imprevedibili della vita (tipo un rapimento di 18 mesi), mi tratterrà dal farla anche in futuro. Mi riferisco al fatto che, quando una persona si converte, tende ad abbracciare la versione più ortodossa e bacchettona della sua nuova religione, in un modo intransigente in cui tendenzialmente non abbracciava neanche quella precedente. Perché di base con la tua religione/cultura di appartenenza, che fondamentalmente non hai scelto, ti prendi delle libertà che non ti permetti di avere con quella nuova, che invece hai scelto informandoti ed entrando in contatto solo con la versione ufficiale, senza arrivare a toccare con mano le mille sfaccettature che poi assume nella vita di tutti i giorni. Che senso ha convertirsi all’islam per poi non pregare cinque volte al giorno (prescrizione che pure non è rispettata da tutti i musulmani allo stesso modo)? A quel punto perché ti sei convertito/a? Neanche avere tutti i sacramenti e usare le bestemmie come intercalare manco fossi un toscano o un veneto ha senso ovviamente, ma ci si prende la libertà di farlo perché in molti casi non lo si è scelto consapevolmente.

Ovviamente si sta generalizzando: sono sicuro che da qualche parte esisterà anche qualche toscano o qualche veneto che non bestemmia da più di dieci minuti. Ma permettetemi di fare un altro esempio pratico: in università conobbi un ragazzo convertito all’islam. Una volta ci trovammo entrambi ad una festa che quell’anno si teneva nel mese di Ramadan, durante il quale, come saprete, i musulmani devono digiunare dall’alba al tramonto. Lui quindi arrivò più tardi, quando il sole era già calato, e cominciò a mangiare. Dopodiché si avvicinò a me, prese la bottiglia di vino che avevo in mano, si versò un bicchiere che scolò immediatamente e disse: “Ah… dopo una giornata di digiuno, un bel bicchiere di vino!

Mi rendo conto solo adesso che a scriverla fa cacare e sembra una di quelle battute tristi da ingegneri che puoi capire solo se hai superato l’esame di meccanica quantistica, ma vi assicuro che è tutto accaduto realmente e all’epoca continuai a ridere per i tre giorni successivi. Spero comunque che abbiate colto il punto – di musulmani che bevono più o meno di nascosto ce ne sono a bizzeffe, ma che s’era convertito a fare quello?

Un altro esempio ancora, utile per semplificare: nonostante un dibattito teologico ed epistemologico molto florido che va avanti all’incirca dal IX secolo, il Corano viene considerato dall’ortodossia islamica come creato direttamente da Dio e diffuso all’umanità attraverso la bocca del profeta Maometto. E tutto ciò che Dio dice, va da sé, non può essere falso. Ora, nel Corano trovano spazio anche i cosidetti djinn, spiriti spesso malvagi tipici della cultura mediorientale che interferiscono con gli umani e le loro vite. Da questi esseri nasce la figura del genio della lampada, resa famosa dall’Aladdin della Disney, ma i più attenti di voi avranno sicuramente riconosciuto il titolo di un album dei Melechesh. Io credo in Ashmedi e nei Melechesh, ma se mi convertissi dovrei costringermi a credere anche nei djinn/geni? Ad ogni modo queste sono riflessioni personali, e se Silvia si sia convertita perché costretta e affetta da sindrome di Stoccolma o perché veramente convinta a me non interessa. E non dovrebbe interessare neanche voi, tranne in tre casi: 1) se siete Silvia Romano stessa, 2) se siete sua madre o suo padre e 3) se siete il/la suo/a psicologo/a. Quindi, cara Silvia, per questo motivo qui mi limiterò a consigliarti qualche gruppo arabo metal e non solo, per poter apprezzare meglio insieme la controcultura di una cultura che ci ha affascinato entrambi e che non trovi sui libri, tantomeno se sacri.

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Dei tunisini Myrath ho già scritto a più riprese, quindi ti rimanderei semplicemente a quelle recensioni – mentre i loro connazionali Ymyrgar li lascerei proprio perdere. Se, giustamente, cercassi qualcosa di meno macchiettistico e più autentico ti consiglierei invece gli egiziani Sand Aura, che propongono una sorta di progressive death metal con inserti di musica folk araba. Il loro unico album Elegy of the Orient comincia ad essere un po’ datato, ma è comprensibile dato che era uscito in un anno (2012) in cui il popolo egiziano aveva finalmente respirato un po’ di libertà che si è purtroppo dimostrata di breve durata a causa della restaurazione del potere dei militari. Sempre in Egitto trovi i Nathyr, che nel loro unico album As the Legacy Unveils del 2015 propongono un death metal più canonico e semplice. Nulla di particolare, ma interessante per puri fini enciclopedici. E onore al coraggio, considerando che vengono da Alessandria: nel passato città cosmopolita per eccellenza che diede i natali ad Ungaretti e ad una pletora di artisti internazionali, ora covo di salafiti (Silvia, stai lontana dai salafiti, fidati). Per altri consigli sulla valle del Nilo ti rimando alla recensione di The Order of Amenti dei Crescent scritta da Ciccio, che gli egiziani ce li ha in casa – io invece non ti nascondo che provo più simpatia per i magrebini.

Anche la Giordania ha una bella scena, soprattutto rock, dalla quale ti consiglierei di andare ad ascoltare gli Albaitil Ashwai e gli El Morabba3. Ma visto che questo blog si chiama Metal Skunk e non Rock Skunk, ti direi di provare con i Bilocate, che suonano una sorta di death metal melodico con influenze gothic. L’unica eccezione a generi esterni al metal la facciamo per la Palestina, da dove vengono i Khalas (“basta!” in arabo), di cui si sono un po’ perse le tracce purtroppo. Comunque, il loro vivace rock misto a folk dovrebbe piacere un po’ a chiunque. L’hip hop qua ha davvero spopolato ed esisterebbero un sacco di artisti da citare, con i quali purtroppo però ci sarebbe uno scoglio linguistico non indifferente. L’elettronica invece è un linguaggio più universale, scollegato nella maggior parte dei casi dalle liriche, perciò ti rimanderei a Electrosteen, una raccolta di vari artisti palestinesi pubblicata dalla Mostakell Records, etichetta indipendente egiziana che regala piccole perle come i due gruppi rock giordani di cui sopra. Per rimanere nell’area ti farei provare ad ascoltare anche i Netherion, gruppo death metal di Damasco che stilisticamente si ispira chiaramente ai Morbid Angel, e i Damaar, combo war metal di Beirut tra i più irriverenti.

Non ti sorprenderà sapere infine che i gruppi più blasfemi li puoi trovare nei bacchettoni Stati del golfo persico (arabo?). Negli Emirati arabi uniti spopola il death metal con Nervecell e Perversion. In Arabia Saudita e in Bahrein invece va di più il black metal. Nel primo Paese trovi gli al-Namrood, che hanno fatto un po’ di scalpore perché ovviamente non possono rivelare la loro vera identità, altrimenti rischierebbero pene indicibili. Da Kitab al-awthan del 2012 il gruppo ha pubblicato altri quattro album dalla qualità sorprendentemente costante (e, come hai potuto notare, la costanza, per evidenti motivi storici e politici, non è all’ordine del giorno). L’ultimo album, Enkar, pubblicato nel 2017 è un piccolo gioiello, ma purtroppo su queste pagine ce lo siamo lasciato scappare. Sembra pubblicheranno un altro album quest’anno: resta connessa che sicuramente ne scriveremo. Nel secondo Paese puoi invece trovare i Dhul-Qarnayn, termine che si trova nel Corano che in arabo significa letteralmente “quello dalle due corna” e che stranamente non si riferisce a Satana ma ad Alessandro Magno. Ma non ti preoccupare, per mantenere alta la dose di blasfemia sono entrambi pubblicati dalla Shaytan Productions. E Shaytan, sì, è la parola araba per Satana. (Edoardo Giardina)

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