PAIN OF SALVATION – Panther

Credo si possa tranquillamente affermare che l’approccio a Panther, nuovo album dei Pain of Salvation, non sia stato dei migliori. Innanzitutto, i primi singoli lasciavano intendere un ritorno allo stile di Scarsick. Il che, di per sé, non è un grosso problema: il loro settimo album, sebbene molto criticato, non ha comunque rappresentato una prova così scadente. Inoltre, sebbene in concomitanza dell’uscita di In the Passing Light of Day molti hanno gridato al ritorno alle origini (secondo me ingiustificatamente), aspettarsi che il gruppo svedese suoni come il periodo d’oro della sua carriera, quello che va da Entropia a Remedy Lane, è quantomeno anacronistico. Quello che personalmente mi aveva sconcertato di più erano copertina, titolo e artwork come quello che vedete qui sopra, condiviso dalla stessa band sul profilo Facebook.

Per carità, Daniel Gildenlöw dovrebbe ormai averci abituati a strane fissazioni periodiche, e da un punto di vista grafico sono anche molto belli, ma in passato non avrei mai immaginato che ad un certo punto nel futuro avrei dovuto associare uno stile così fumettoso ai Pain of Salvation. O che quello che per un periodo della mia vita è stato sicuramente uno dei miei gruppi preferiti, di cui ho consumato quasi tutti i dischi, avrebbe fatto un album con una copertina che mi avrebbe portato ad associarli ad uno di quei videogiochi senza licenza che era molto più facile trovare in commercio tanto tempo fa. Vi ricordate i vari No. 9, Roberto Larcos, Facu e Oliver Kalm al posto, rispettivamente, di Ronaldo, Roberto Carlos, Cafu e Oliver Kahn? D’altronde se nel prossimo Fifa la Juventus si chiamerà Piemonte FC, non vedo perché il 28 agosto 2020 non sarebbe potuto uscire un gioco su Black Panther™ senza licenza intitolato Panther: Pain of Salvation. Che poi suona proprio bene come titolo per un videogioco. Tra l’altro lo stesso giorno della morte dell’attore Chadwick Boseman – Daniel, sei uno iettatore.

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Ad ogni modo, dopo Road Salt One credo sia abbastanza lecito temere ogni nuovo album degli svedesi. Io giuro che non mi sono ancora ripreso e non so se lo ci riuscirò mai. Quindi è quello che ho fatto con Panther: ho avuto paura di quello che avrei potuto ascoltare. Ma per fortuna non è andata così male. Il paragone stilistico col simil-nu metal di Scarsick rimane valido anche dopo un ascolto attento e completo, tanto che quando è partito l’omonimo singolo ho controllato che l’album non fosse improvvisamente finito e Spotify non mi avesse fatto partire Hybrid Theory dei Linkin Park a buffo (a proposito, ventennale in arrivo a breve). Superata l’introduzione, però, si riconosce immediatamente l’impronta di Daniel Gildenlöw, inconfondibile indipendentemente dai generi con cui va in fissa di volta in volta. Tuttavia, credo anche che il paragone con Scarsick sia in parte fuorviante e che il capitolo della loro carriera che è stato scomodato maggiormente sia Be. Pur rimanendo nell’alveo del progressive metal, si può dire che Be sia stato il primo album dei PoS ad essere stato veramente divisivo; e se (come me) fate parte della compagine di persone che in qualche modo lo amò e lo apprezzò nonostante tutto, questo paragone vi potrebbe sembrare dissacrante. In Panther però ritroverete proprio quelle canzoni destrutturate e decostruite, quelle tracce un po’ monotone che poi capivi essere fondamentalmente un unico riff che, insieme alle altre tracce-riff, andava a comporre la sola e unica canzone, lunga quanto tutto l’album. In altre parole: la musica al servizio del concept e della narrazione.

In questo caso potremmo forse dire che il genere è quella sorta progressive che tende vagamente al djent. Però non quello onanistico à la Periphery, per fortuna, ché avrebbe significato l’avverarsi di tutti i miei timori. Ma uno più simile a quello dei Leprous, composto in larga parte da riff molto simili a breakdown sommessi e ritmati, che hanno il compito principale di fare da sottofondo alla voce di Daniel. L’elettronica che spunta qua e là rientra semplicemente nella modernizzazione delle sonorità già intrapresa da un paio di uscite a questa parte. Un prog più puro compare invece nella sezione centrale dell’album, in Wait e Keen to a Fault, fornendo un simpatico diversivo quasi del tutto acustico. In conclusione, non so ancora se Panther finirà tra le mie rotazioni, tra i miei ascolti saltuari o direttamente nel dimenticatoio. Ma intanto, nonostante tutto, qualche suo singolo mi è entrato inevitabilmente in testa; e sicuramente è un album più coraggioso e con molta più personalità rispetto al precedente. E questo, personalmente, lo apprezzo molto. (Edoardo Giardina)

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