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È finita anche l’era degli album?

22 maggio 2020

Sotto l’articolo che scrissi a proposito della chiusura del Mariposa e sotto il post Facebook sulla pagina di Metal Skunk si erano sviluppate conversazioni e spunti interessanti. In generale si faceva notare, come pure avevo scritto, che il negozio di dischi è ormai una tipologia di negozio che non esiste quasi più da nessuna parte, così come il negozio di fumetti e quello di videogiochi. Laddove invece sopravvivono contro tutte le aspettative, tendenzialmente si sono rinnovati e reinventati in qualche maniera originale e intelligente. Londra, per esempio, è piena di negozi a sfondo musicale che trattano anche l’usato e dove si possono trovare prime edizioni rarissime di vinili a prezzi spropositati. La capitale inglese è sicuramente una città più unica che rara per quantità e diversità di persone che vi abitano, ma alla fine non potremmo considerare, mutatis mutandis, Milano la Londra italiana?

photo_2020-05-18_10-49-44Mixer di un DJ in un pub di Camden Town (luglio 2019).

Ad ogni modo questo non vuole e non deve essere un processo all’intenzione del Mariposa e del suo modello di business, perché io probabilmente non sarei riuscito ad arrivare neanche fino a dove sono riusciti ad arrivare loro e avrei chiuso molto prima. Se però ci domandiamo quali siano le ragioni più profonde della sua chiusura (così come quella di tanti altri negozi di dischi) si capisce come non sia stata colpa della quarantena. O meglio, la quarantena ha dato solo il colpo di grazia. Il problema secondo me non è neanche tanto la digitalizzazione in sé. Perché sì, è vero che di dischi se ne comprano meno di una volta perché c’è lo streaming, Spotify, Deezer, iTunes, Apple Music, Napster redivivo e sicuramente ne dimentico qualcuno. E quindi le band, non guadagnando quasi più nulla dalla vendita dei dischi, o comunque non abbastanza da potersi sostentare, devono cercare qualche altro modo per sopravvivere; la musica rimane per la maggior parte di loro una passione da cui, se va bene, guadagni il giusto per rientrare nei costi.

Una storia che conosciamo tutti. Il problema reale è che quei pochi dischi che comunque tendenzialmente i metallari continuano a comprare, non li comprano più in negozio. Li comprano al concerto o online, su BandCamp o sul sito dell’etichetta discografica (spero non li compriate da Amazon, cari compagni. C’è IBS che, a prescindere dalle condizioni di lavoro deprecabili dei fattorini e dei magazzinieri del colosso americano, almeno paga le tasse in Italia). Quindi la vera causa profonda della chiusura del Mariposa e degli altri negozi di dischi non è la digitalizzazione, ma la disintermediazione. Ciononostante, questo commento di un fedele lettore mi ha dato da pensare:

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Se ti riconosci, caro lettore, sappi che non è nulla contro di te o la tua opinione, anzi. Semplicemente le tue parole mi hanno TRIGGERATO, come si direbbe in gergo internetiano. Sì, lo ammetto, di primo acchito ho pensato: “Ma come?! E i gruppi di che cosa vivono? Come fanno? Perché non li vuoi supportare?” Ma la verità è che anche io (così come credo anche la stragrande maggioranza delle persone oggigiorno) ho un account premium su Spotify (o qualche altro servizio di streaming). E, volente o nolente, è il metodo principale con cui ascolto la musica, che sia a casa, in macchina o in giro. Quindi, caro lettore, magari tu non compri proprio nessun disco e io invece ogni tanto qualcuno lo compro, ma alla fine hai pienamente ragione. Di più: non sei in minoranza, e chi ti fa credere di esserlo mente sapendo di farlo, perché chiunque ha ceduto almeno in parte e non esiste più nessuno che ascolta musica solo ed esclusivamente da formato fisico. Di base è quello che facciamo tutti, e non ha nessuna utilità fare discorsi reazionari e nostalgici su come era bello il mondo prima, quando non esisteva internet e i gruppi potevano vivere della loro musica e la gente comprava le riviste per sapere quale disco comprare e poi comprava il disco in negozio e anche i bravi articolisti come noi guadagnavano qualcosa da quello che facevano – almeno quando scrivevano su una rivista con una discreta tiratura, mentre oggi persino alcuni quotidiani nazionali non riescono a pagare i propri redattori, checché ne pensino i lettori occasionali che con l’Igorrr-gate hanno chiesto che venisse stracciato il contratto di Charles dimostrando di non avere una benché minima consapevolezza del mondo che li circonda. Quell’epoca è passata e quel mondo non esiste più. Non so se in passato questo futuro si sarebbe potuto evitare in qualche modo, ma sicuramente ora non ci si può più fare niente.

Tutte queste riflessioni apocalittiche sono cose che alla fine dentro di noi tutti sappiamo benissimo, anche se ogni tanto ci piace fare finta che non sia così. Quindi è anche superfluo stare qui a discuterne più a lungo. Tuttavia, nei giorni successivi alla pubblicazione dell’articolo, si sono legate indissolubilmente ad un altro evento che mi ha dato da riflettere. Parte tutto da un gruppetto finlandese che non mi ricordo neanche più come scoprii su Internet: i The Chant. Li seguo più o meno dal debutto del 2008, Ghostlines, un album carino che mischia alternative e gothic rock e che si giova soprattutto dell’ottima voce del cantante Ilpo Paasela, che ogni tanto in quanto a tono mi ricorda quella di Jared Leto. Dopodiché si sono susseguiti tre LP a distanza di due anni ciascuno: This Is the World We Know (2010), in linea con il precedente; A Healing Place (2012), dalle atmosfere più eteree e quasi post-rock; e infine New Haven (2014), dove le atmosfere tornavano a farsi leggermente più pesanti e mi ricordavano i Katatonia tra Tonight’s Decision e The Great Cold Distance. Periodo della discografia degli svedesi che personalmente apprezzo di più dell’attuale; e quindi ultimamente ho sempre preferito ascoltarmi i The Chant piuttosto che The Fall of Hearts o City Burials, seppure i finlandesi tutto sommato siano un gruppetto underground neanche troppo originale.

Ma, a parte ciò, dopo New Haven, che per quanto possa essere derivativo rimane comunque un album maturo e abilmente composto, sono arrivati solo due EP dimenticabili, Parallel e Approacher, e, infine, il bel singolo Peace Underwater il 10 aprile di quest’anno. Avendo, come molti altri, più tempo libero in questo periodo, mi sono messo anche a leggere i commenti del post di Facebook con il quale l’hanno annunciato (cosa che di solito non faccio mai) e sono incappato in questo scambio:

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Insomma, qui abbiamo un fan che si eccita perché Kimmo (Tukiainen, chitarrista) è accreditato ufficialmente come compositore della traccia sul post di Facebook (a certe persone basta poco). Dopodiché chiede, giustamente, se i nostri hanno intenzione di pubblicare anche un LP, visto che ormai vanno avanti a EP e singoli da sei anni – e va bene che si sono accorciati, ma così è troppo… Risponde Kimmo stesso scrivendo in sostanza che a lui personalmente non frega più molto di pubblicare album, e soprattutto di farli stampare su un supporto fisico, perché tanto oramai non ha più senso: una raccolta di canzoni va bene uguale. Sulla seconda parte della sua affermazione non c’è molto da dire: è pratica sempre più comune pubblicare l’album solo digitalmente e al massimo dare un valore aggiunto al supporto fisico producendone solamente edizioni limitate (e direi che, per esempio, la Avantgarde Music è maestra in questo genere di cose).

Ma sulla prima parte del suo discorso dove sostiene che non ha più senso pubblicare album e tanto vale pubblicare una serie di singoli? Quello che mi spaventa di più di questa sua affermazione è che è la conclusione più logica a tutto il discorso sulla disintermediazione e sulla digitalizzazione dell’industria discografica; e mi viene quasi da dargli ragione, malgrado ovviamente io speri con tutto me stesso che questo non sia il futuro che ci aspetta. Anche perché di questa visione mi preoccupa moltissimo il fatto che un’industria culturale organizzata in questa maniera potrebbe essere sostenibile solo da pochi artisti famosissimi che passano in radio fino alla nausea e che producono videoclip da milioni di visualizzazioni. Difatti, a qualcuno dei suoi ascoltatori frega qualcosa dell’album intero di Justin Bieber e di considerarlo nel suo complesso in quanto opera? Gli artisti metal (o, più in generale, underground) che a malapena si possono permettere un lyric video come pretendono di sopravvivere in questo Mondo nuovo che già adesso non è clemente con loro? Ogni industria culturale vive una continua tensione tra il lato artistico e commerciale, è normale. Ma vogliamo davvero rinunciare definitivamente ad una visione artistica d’insieme e comporre una canzone una, sporadicamente, se e quando ci viene l’ispirazione, per pubblicarla senza alcun piano come spiega Jussi Hämäläinen, l’altro chitarrista, in quest’altro scambio sotto un altro post?

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Per carità, sfido chiunque ad avere piani per il futuro in questo momento storico. Ma spero che una volta terminata l’emergenza e ristabilita l’ordinarietà non rimanga questa visione nichilista. Ogni tanto pervade pure me, lo ammetto, ma credo che dovremmo sforzarci tutti di combatterla, gruppi e pubblico, almeno finché rimane uno dei futuri possibili e non è il presente. Anche perché non possiamo affidarci a nessuna mano invisibile. (Edoardo Giardina)

13 commenti leave one →
  1. 22 maggio 2020 09:48

    Refuse/Resist! \m/

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  2. Luca permalink
    22 maggio 2020 10:13

    Sono uno dei pochi fortunati che campano di quello che viene chiamato “lavoro artistico”. Condivido il pensiero del sempre ottimo Edoardo e vorrei aggiungere una considerazione di chi “sta dall’altra parte”.
    La frase: “la musica rimane per la maggior parte di loro una passione da cui, se va bene, guadagni il giusto per rientrare nei costi.” ha un aspetto poco preso in considerazione e tragico nelle ricadute: il fattore tempo.
    Oggi come oggi gli “artisti” (le virgolette sono d’obbligo) si dividono in due categorie. La più grande comprende quelli che, proprio per ciò che Edoardo scrive, fanno di tutto per “inseguire il mercato” propinando opere che non solo sono la copia uno dell’altro, ma non hanno e (ed ecco la tragedia…) non vogliono avere il minimo guizzo creativo.
    La seconda, che è una minoranza, è fatta di persone che provano in tutti i modi di costruire qualcosa che valga il tempo dell’ascoltatore (stiamo parlando di band, ma il concetto – come detto – vale per tutti gli ambiti) ma si ritrova a dover carburare di pura passione. Che, per quanto forte, non può che andare a scontrarsi con… la carne di cui siamo fatti.
    Tempi limitati, stanchezza da “lavoro normale”, frustrazione, inevitabili scazzi nella vita privata – tutta roba che, un tempo, facevano parte della cosiddetta “gavetta” (utile non solo per scremare chi è mosso da vera passione ma anche per permettere una “maturazione” fatta di sangue e stridor di denti) che oggi si protrae in eterno. E’ evidente che, questo tipo di situazione, non è gestibile e non può che portare a un sonoro “vaffanculo mi sono rotto il cazzo”.
    Magari, nel 99% dei casi è anche la scelta giusta. Ma quell’1%? Quanta roba ci stiamo perdendo per colpa di questo Mondo Nuovo?
    Inoltre, sempre pensando ai “tempi”, quanti dischi abbiamo ascoltato che, a rifletterci, se fossero stati maturati nei giusti tempi e non nei ritagli fra un tour massacrante e l’altro (penso agli ultimi Testament, ma è una mia opinione) sarebbero potuti diventare qualcosa di più interessante?
    Concludo e mi scuso per l’eccessiva lunghezza, ma questo post colpisce davvero nel segno. Non sono un nostalgico (beh, magari un po’ sì) e non sono nemmeno cieco (questo tipo di situazione è visibile anche al di fuori dell’ambito artistico, fa parte della realtà lavorativa di tutti) mi chiedo soltanto quanto sia sostenibile una situazione del genere nel medio e lungo periodo. Insomma: davvero è possibile tirare avanti senza qualcosa che davvero valga il prezzo del biglietto in questa oscenità insensata che chiamiamo vita?

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  3. vito permalink
    22 maggio 2020 11:18

    John Fante diceva che quando uno scrittore scrive per compiacere qualcun altro che non sia lo scrittore stesso ( anche a costo di fare la fame) allora non è più arte ma intrattenimento ( che ha comunque dignità).

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  4. Fredrik DZ0 permalink
    22 maggio 2020 11:37

    Per me la smaterializzazione ha portato – sulla carta – più benefici che danni. Una band o un c.d. artista può permettersi di almeno presentare le proprie creazioni al mondo a costo minimo. Poi, sul guadagnarsi la pagnotta, questo ce ne passa. Dal punto di vista dell’appassionato, questo ha significato due cose: una sovraesposizione, non filtrata dalle label di settore, di ogni genere musicale. Fermandoci al metal, lo scopo delle label era in primis quello di selezionare (vorrei ricordare che tranne i signori di Donzdorf e pochi altri, neanche a mettere su una label ci si arricchisce). Ora, non che la pubblicazione su supporto fisico fosse garanzia di qualità (è pieno il mondo di band geniali e incomprese proprio dalle stesse label di genere), ma almeno un filtro veniva fatto. Non so voi, ma a fronte di ottimi gruppi di ragazzini che potrebbero essere figli miei, sento anche tanta merda eh?
    In sostanza, per come la vedo io, l’obiettivo di “un album” al di là del ritorno economico, è anche un’ulteriore spinta a pubblicare solo il meglio della propria produzione, a fare labor limae. Perchè se è vero che con l’impeto e l’irruenza giovanile ac/dc e maiden sfornavano album di capolavori ogni anno, senza un minimo di selezione (data dalla già citata gavetta, oltre che dal talento che non tutti hanno), si verrà sommersi principalmente da robetta tra l’innocuo, l’ininfluente e il sottofondo. Tutte definizioni che mai avrei pensato di attribuire a musicisti metal.

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  5. 22 maggio 2020 12:21

    Quando l’industria discografica moderna è nata, il formato principale, quello che faceva guadagnare, era il 45 giri, con un brano per lato. L’intera epopea del rock’n’roll degli anni Cinquanta si è svolta all’insegna di questo formato, e il 33 giri fungeva solo da raccolta di singoli. Sono stati i Beatles con Sgt. Pepper a sdoganare definitivamente l’idea del 33 giri long playing come raccolta di canzoni avente una propria coerenza con un apparato grafico coordinato a corredo. Da quella volta (1966/67), si ritiene che il LP debba essere il formato della musica, e a questo convincimento le case discografiche hanno contribuito per ragioni commerciali, dato che un 12″ a 33 giri si vende ad un prezzo più alto di un 7″ a 45 giri. È stata, quindi, una scelta anche artistica ma preponderantemente commerciale.
    Al momento attuale è cambiato il modello di business, per cui la vendita dei dischi non finanzia più gli artisti, e dunque si tende a ritornare al modello precedente, basato su singoli da dare in pasto al pubblico a cadenza più frequente, per tenerne desta l’attenzione. Naturalmente la questione artistico-creativa rimane, e infatti la bassa qualità media della musica prodotta oggi ne è una riprova.
    Quindi, uno può anche essere a favore della smaterializzazione e del digitale, ma deve essere consapevole che questo sistema economico non permette il sostentamento dei musicisti e, dunque, impedisce il professionismo musicale, essendo intuitivo che condizione base per svolgere professionalmente un’attività è quella di trarre da essa sufficiente reddito da poterci vivere. Dalla morte del professionismo deriva la frustrazione e il disincentivo, come scriveva Luca sopra, degli aspiranti musicisti, con conseguente calo della qualità della musica (sempre che si possa considerare valida l’equazione tra musicista professionista e musicista ispirato).
    In conclusione, non comprare i dischi significa condannare la maggior parte dei musicisti a non poter più produrre musica di qualità; sono scelte. La mia personale, per quello che può valere, è di comprare i dischi che mi piacciono e di usare il digitale per tutta quella pletora di ascolti anche gradevoli ma per i quali una spesa in denaro non sarebbe giustificata (ascolti che tutti noi facciamo copiosamente, in quest’epoca).
    N.B.: ho lasciato volutamente fuori dal discorso la questione della qualità audio tra digitale e supporto fisico, che, però, ha solitamente una sua rilevanza nella scelta di fruire della musica in uno o nell’altro modo.

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  6. Magus79 permalink
    22 maggio 2020 13:20

    Saró una mosca bianca, ma io in casa ascolto solo cd e vinili, in mobilità ho rippato tutto in flac, e ascolto quelli, sinceramente non esiste che io paghi per un mp3,ma la qualità audio non interessa quasi a nessuno, chi ascoltava i cd su impianti mediocri ora ascolta spotify su impianti mediocri. Sul fatto che queste piattaforme siano il futuro è difficile dirlo, sono costantemente in rosso e io non so per quanto possano andare avanti così, la cosa ironica è che sono loro stessi il loro peggior nemico, hanno “creato” una generazione che considera normale non pagare niente (o comunque cifre irrisorie) per la musica,considerando la qualità dei generi mainstream non mi stupisce, mi perplime che anche i metallari accettino questo svilimento

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  7. lowfiles permalink
    22 maggio 2020 15:01

    Tralasciando per un secondo le questioni relative alla qualità dei supporti ed all’inflazionarsi della proposta data dal passaggio al digitale, il mio problema è sempre stato un altro: a me piacciono gli Album in quanto opere coerenti e finite, con un inizio ed una fine e con un ordine dei pezzi al loro interno che ne determina la bellezza e che ne “guida” l’ascolto.
    I dischi a cui sono affezionato da sempre (e che saranno sicuramente figli di un’epoca e quindi di un mercato musicale di un certo periodo, non discuto questo) hanno sempre avuto uno “svolgimento” interno impossibile da interrompere sezionando l’opera ed estraendone una parte in modo che possa avere una vita propria completamente indipendente dalle altre.
    Quello che mi repelle dello streaming insensato sulle piattaforme (e che-ma magari avrò amici di merda eh- mi sembra l’utilizzo più diffuso di spotify e simili) è l’ascolto random e sconclusionato, magari lasciato in mano all’algoritmo. Tipologia di ascolto nata tra l’altro proprio con la prima parte della digitalizzazione quando i ragazzi appena più giovincelli di me su emule scrivevano “Metal” sulla barra di ricerca e quello che usciva usciva.
    Per dirla in un altro modo: possono anche esistere come mondi isolati a volte, ma per me non c’è una “Master of puppets” senza una “Battery” prima e “Morded’s Song” è una canzone meravigliosa ma resa due volte più splendente dal fatto di venire dopo “The script for my requiem”.

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  8. Andrew 'Old and Wise' permalink
    22 maggio 2020 16:10

    La questione è : per quale motivo si ascolta musica? Per fare quattro salti, per cantare un motivetto, per stare al passo con le mode, per idolatrare un divo, per avere un gradevole sottofondo, vanno bene i singoli, le playlist tematiche, i canali radio su skly, le compilations a basso prezzo, gli mp3, e tutto quanto offra oggi il mercato del consumo facile. Per seguire il percorso di un artista, per farsi coinvolgere nel suo mondo creativo, per appassionarsi a un progetto, per stupirsi di uno sviluppo imprevisto o di un cambio di rotta, per ‘sentire’ e condividere emozioni più profonde, per aderire spiritualmente a una poetica, quanto sopra non basta e non basterà mai. Per lo stesso motivo per cui si pubblicano romanzi o raccolte di racconti, ma quasi mai racconti singoli, nella musica c’è ancora bisogno di album, cioè di tematiche sviluppate, di contesti sonori strutturati, di qualcosa che inizia e finisce, di un climax prolungato, tutto ciò che esula dal concetto di prodotto ‘saponetta’, cioè da consumo immediato e limitato. Entrambi i mondi in teoria possono coesistere, ma che succede se i cultori dell’ascolto del prino tipo prevalgono massiciamente su quelli dell’ascolto del secondo tipo? Lo vediamo bene, quel che succede, e di questo stiamo parlando. Mi stupisce piuttosto una cosa cosa. Notiamo che, nell’ambito della produzione per immagini, gli ultimi anni hanno visto lo sviluppo clamoroso della serialità di alto livello : storie che durano decine di puntate, vicende articolate in ‘stagioni’, qualità tecniche eccellenti messe al servizio di prodotti che impattano clamorosamente sull’immaginario collettivo e che sempre più possiedono una dignità artistica assolutamente lontana dal concetto di fruizione immediata, sfruttando ( almeno nei casi migliori) proprio l’arma della lunghezza per offrire un intrattenimento più profondo e duraturo. Strano contrasto, con l’opposta tendenza evidente in campo musicale. E’ come se , nei gusti ‘popolari’ ( in senso buono) la musica avesse disceso i gradini che l’arte visiva ha invece risalito. Eppure anche lì ci sono streaming e pirateria. Boh. Non so come andrà a finire. So che io continuerò fino a che possibile ad acquistare cd, e so che quando scopro e apprezzo un artista su spotify la prima cosa che faccio è controllare quali cd sono disponibili sul mercato per programmarne l’acquisto. Per una strana fissazione, inoltre, mi scarico sul lettore mp3 il cd (acquistato) solo dopo che l’ho sentito almeno una volta sull’impianto stereo. Allo stesso tempo, conosco appassionati di musica che non si sognerebbero nemmeno di acquistare un supporto fisico. Sarà questione di imprinting, forse. In compenso, mio figlio ha acquistato dei cd col bonus cultura ( orribile roba trap italiana) , ma per puro gusto feticistico, in quanto li ha a malapena tolti dal cellophane e continua a sentirli esclusivamente in rete. Tutta questa faccenda andrà a finire male, lo sento. Per fortuna sono abbastanza vecchio.

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  9. TheTraitor permalink
    22 maggio 2020 22:06

    Il passaggio dall full lenght all’ep lo hanno tentato anche gruppi come i Down e gli Skid Row in tempi non sospetti, e con risultati quantomeno mediocri. Si è invertita la tendenza, vent’anni fa pubblicavi almeno tre o quattro 7 pollici prima di permetterti un lp..dall’altro lato è vero che il supporto fisico sta sparendo e i canali di diffusione della musica ormai sono molteplici:non mi sento di dare torto a chi prederisce incidere un singolo ogni tre mesi piuttosto che un disco ogni due anni, considerando che in questo modo riesce a curare meglio le canzoni e mantenere attiva la band sulle varie piattaforme social.

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  10. Cattivone permalink
    23 maggio 2020 09:21

    “spero non li compriate da Amazon, cari compagni. C’è IBS che, a prescindere dalle condizioni di lavoro deprecabili dei fattorini e dei magazzinieri del colosso americano, almeno paga le tasse in Italia”
    No, vi prego, non cominciate pure voi.
    Siete l’unico buco rimasto sull’internet ancora scevro da puttanate sovraniste, sarebbe bello se lo restaste.

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    • Edoardo Giardina permalink
      23 maggio 2020 09:24

      Guarda, in realtà questo si chiamerebbe “voto col portafoglio” e, nonostante la mia ironia, è una delle cose più liberali che esista.

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  11. SimonFenix permalink
    23 maggio 2020 17:04

    La musica si compra ancora, solo non nei negozi fisici, esce talmente tanta musica che sarebbe impossibile esporre tutto negli scaffali perciò la roba di nicchia viene lasciata nei magazzini. A meno che non si compri solo Iron Maiden, Metallica e Guns N’ Roses raramente in negozio si trova quello che si cerca a meno che non si parli di roba usata, che sia negozio o mercatini. Dove sono io non c’è un negozio e nelle città vicine ci sono o centri commerciali o librerie che hanno qualche CD perciò sono costretto ad acquistare online più per motivi prettamente logistici che economici. La roba nuova quando posso, ammesso che la trovi la compro in negozio, tanto un disco appena uscito costa uguale dappertutto, non è l’euro e 50 che fa risparmiare Amazon che mi fa dire “uao, che risparmio”.

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