Il terrore viene dall’Est: THE HU – The Gereg

“Schiatta di uomini mostruosi e feroci, che, scesa dai monti Boreali, aveva devastate le terre d’Oriente, ricche e spaziose, invasa l’Ungheria Maggiore e mandati ambasciatori, minacciando lo sterminio, se non facevano atto di sommissione, a molti re. (…) Nello stesso anno, affinché le gioie dei mortali non continuassero, né più a lungo fossero celebrate senza lamento le letizie del mondo, la detestabile plebe di Satana, i Tartari, con esercito infinito (…) e simili a cavallette coprendo la superficie della Terra, i paesi dei popoli orientali devastarono, e vennero con impeto quasi fulmineo, devastando le terre dei cristiani e facendo stragi non lievi; a tutti incutendo terrore ed orrore immenso”.

Forse il motivo per cui i The Hu ci colpiscono così profondamente è perché riescono ad accendere una scintilla in quell’anfratto nascosto del nostro animo seppellito da secoli di civilizzazione e di modernità illuminata. Perché in loro riconosciamo i nostri nemici ancestrali, creati in opposizione a noi, che hanno popolato i nostri incubi e hanno dato corpo e ispirazione alle nostre paure; il nostro opposto esistenziale, con cui non abbiamo e non possiamo avere nessun terreno comune; ed è proprio per questo, forse, che l’unica interazione da parte loro è stata cercare di togliercelo da sotto i piedi, il nostro terreno, per prenderselo loro; e bruciarlo.

Loro sono ovviamente i Mongoli. I The Hu sono un atto d’amore verso la loro storia, le loro tradizioni e i loro miti, cantati con la passione e la malinconia che si addice ad un popolo che è stato per un millennio il terrore delle genti e che ora si ritrova calpesto e deriso mentre il mondo va avanti senza di lui. Tra le vibrazioni degli strumenti tradizionali e del cantato di gola tipico di quelle steppe si muovono impercettibili sfumature di minaccia e terrore; persino quando lo stato d’animo si fa nostalgico e malinconico, perché è come se sapessimo che ciò che loro rimpiangono è non essere riusciti a soggiogarci e possibilmente cancellarci, eventualità a cui sono peraltro arrivati più volte molto vicini. Ciò che loro celebrano e quasi venerano sono i demoni della nostra tradizione, gli uomini neri delle fiabe dei nostri bambini, quei nomi che venivano sussurrati a bassa voce perché il solo pronunciarli faceva venire la pelle d’oca. Attila, Gengis Khan, Subotai, Tamerlano, Toktamish Khan e gli imperatori dell’Orda d’Oro che cavalcavano veloci sulle sterminate pianure siberiane con il volto rivolto verso Ovest, il nostro Ovest, le nostre case, le nostre famiglie, le nostre città. E mentre cavalcavano, col vento che gli sferzava il volto, gli occhi ancora più socchiusi per la polvere alzata da milioni di zoccoli e il vento freddo che scendeva dagli Urali, dietro di sé lasciavano solo fuoco, morte e disperazione.

Comprendo che per un mongolo del XXI secolo tutto ciò sia percepito come motivo d’orgoglio. Loro, il terrore delle genti, dimenticati dalla Storia dopo avervi svolto un ruolo di primo piano, confinati in una striscia di terra lontano da tutto, nascosti dallo sguardo dell’uomo; e di contro un fulgido passato in cui la sola vista di quei volti schiacciati bastava a scatenare il panico e a destabilizzare intere nazioni. Lo comprendo, lo capisco, e lo approvo persino. Però non riesco a provare empatia, perché i Mongoli rappresentano l’impeto nichilista che vuole vedere il mondo bruciare solo per festeggiare cantando intorno al fuoco, e poi ripartire il giorno dopo verso altre terre da distruggere. Non abbiamo mai avuto nessun punto di contatto: erano genti lontane, senza Dio, raccolte intorno a primitive e spietate religioni animistiche, i cui scopi ci erano impossibili da comprendere, e che ogni tanto si mettevano in marcia, a milioni, per il solo gusto di fare abbeverare i loro cavalli nell’Oceano Atlantico, facendo terra bruciata di tutto ciò che era nel mezzo. Persino gli Ottomani, bestie sanguinarie che piombavano sulle nostre coste rubando i bambini e uccidendo gli adulti, e che con i Mongoli condividevano più di un antenato comune, nutrivano il medesimo terrore verso di loro. È a causa dell’impeto mongolo che i Turchi si riversarono in preda alla disperazione verso Costantinopoli; è a causa della forza d’urto di quei demoni della steppa che la Seconda Roma si ritrova tuttora nelle mani del Turco; è per il terrore atavico delle frecce scagliate dagli infallibili archi mongoli che i musulmani strabordarono in Europa. E noi, ultimo bastione d’Occidente, abbiamo passato oltre mille anni a difenderci disperatamente dagli uni e dagli altri: inferiori nel numero, circondati da nemici spietati e dal mare senza fine, divisi al nostro interno, con una religione pietosa che imponeva la misericordia e il perdono laddove gli Dèi altrui ordinavano lo sterminio e la crudeltà, facilitando il lavoro ai guerrieri; siamo sopravvissuti, in qualche modo, ma, per quanto ormai viviamo in una condizione atemporale in cui la nostra Storia viene edulcorata e dimenticata in nome di un innaturale materialismo, il suono di quelle voci e quegli occhi a fessura bastano per provocarci un brivido di paura. Se questo è un complimento verso i The Hu, così sia; e da parte loro è giusto, legittimo e persino meritorio avere scritto un disco come The Gereg. (barg)

5 commenti

  • molto interessanti, ho sempre sospettato che il mood mongolo si adattasse bene al metal poi la Mongolia e’ una mia fissa perche’ voglio visitarla da quando ne ha parlato anche quel fulminato di Giovanni Lindo Ferretti ! a proposito di considerazioni storiche, quando i primi missionari cristiani arrivarono in Brittannia bruciarono tutti i boschi e massacrarono tutti gli esemplari di lupo per impedire ai Druidi di avere un luogo di culto, quindi diciamo che il copyright della devastazione appartiene alla razza umana in generale, mentre immagino che i mongoli almeno la natura la rispettassero ! buona serata a tutti.

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  • Conosco e apprezzo, non mi aspettavo di trovarli recensiti qui.

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  • Ma chi ha scritto sta roba? Savonarola? Torquemada? Di certo uno che di storia sa ben poco! Samarcanda, una delle città più belle del vicino oriente l’hanno costruita i Timuridi, guidati da Tamerlano. Costantinopoli non é stata conquistata dai Turchi a causa dei Mongoli ma perché i Turchi avevano conquistato tutto quello che si trovava attorno a quella città. É come dire che i romani conquistarono Atene perché i Lusitani li spaventavano ad ovest.. I mongoli hanno portato morte e distruzione? Certo, come tutti i popoli.. Di più di certo e davvero erano il terrore del mondo, ma quanto hanno distrutto i romani portando la loro civiltà a est? Consiglierei alcune letture all’autore di questo articolo! Libri sui mongoli. Loro cantano dell’amore per il loro popolo e la loro storia, cosa che dovrebbe valere per TUTTI i popoli, non come invece avviene oggi in Europa che chi venera il proprio passato é fascista! Ah e gli dei Greci, Germanici, Romani, Celtici non erano più pacifici di Tengri

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  • Metallaro scettico

    Grande analisi storica, presa un po’ da forum alt-right, miti di provincia e confusi ricordi di liceo. Tutto mescolato per supportare le proprie convinzioni personali. Non sia mai che uno debba mettere in discussione le proprie idee. Ti leggo con piacere finché parli di musica ma quando debordi sei un uomo post moderno, anzi post truth.

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