Frattaglie in saldo #52 – Metallo americano a catini

Cominciamo la puntata odierna con qualcosa che si distacca da quel che generalmente etichetteremmo come “US Metal” o power metal americano. È un dato di fatto che ultimamente sia uscita un sacco di bella roba di stampo classico, fra cui i già recensiti Iron Angel e Raven dall’Europa. È dunque naturale aver tentato (invano?) di star dietro a questa sequela d’uscite, che, in ultima istanza, avrei celebrato riferendomi agli ottimi Armored Saint. Che però meritavano un testo a parte. Cominciamo, dicevo, e facciamolo con gli Spirit Adrift dall’Arizona.

SPIRIT ADRIFTEnlightened in Eternity

A metà disco ripetevo fra me e me esclamazioni di varia natura, ognuna delle quali volta a indicare Enlightened in Eternity come un album pazzesco. All’entusiasmo a volte occorre porre un freno, eppure la prima metà del nuovo Spirit Adrift è proprio così: un pezzo che attacca come Thunderstruck per poi lasciar spazio alla velocità, un altro che a metà scorrimento intraprende brillantemente la via degli Iron Maiden senza il piglio cafone degli ultimi White Wizzard, e via discorrendo. A doverne scegliere due dico proprio Astral Levitation e la quarta Screaming From Beyond, due delle migliori hit heavy metal dell’annata, in un’annata che ha già visto alternarsi tra i protagonisti Cirith Ungol, Rising Steel, e i tre nomi storici sopraccitati. Dopodiché l’album diventa pacatamente buono, non scade e neanche eccelle. Lo scorso anno elogiai il loro Divided by Darkness e oggi mi ritrovo a fare un doveroso paragone: il nuovo Spirit Adrift è un disco fatto con maggiore “consapevolezza”, mentre, dal canto suo, il precedente aveva ancora il piglio di chi si sta divertendo con le distorsioni grasse settantiane e vi somma quelle belle magliette dei Witchfinder General nelle foto promozionali, e quell’attitudine da doom classico alla Trouble e talvolta Candlemass. Questo è in tutto e per tutto un elegante album heavy metal, che, per prima cosa, paragonerei alle prime cose incise dai Black Sabbath senza Ozzy Osbourne al microfono. Naturalmente vanno tenute le debite distanze. Sta a voi scegliere il vincitore secondo i vostri gusti: io, dal canto mio, opto da un lato per il precedente per un fatto di cuore, e dall’altro per l’attuale perché ha dei pezzi che, in un certo senso, prima mancavano all’appello. E la consapevolezza aiuta, perché porta personalità e determinazione, il che, se si hanno i giusti interpreti, si tradurrà in bei dischi.

HEXXEntangled in Sin

Sì, lo intitolano così, come a voler creare confusione in chi ha appena letto a proposito degli Spirit Adrift e che, fra cinque minuti esatti, avrà un’irresistibile voglia di metter su i Morbid Angel come una qualunque vittima d’un messaggio subliminale alla Tyler Durden. Mi dissero che gli Hexx erano californiani e che suonavano thrash metal, e il biglietto da visita, così succulento come esso si presentava, mi portò al cospetto d’una bancarella che esponeva tre loro uscite storiche e a fare la scelta sbagliata. Commisi l’errore di non guardare bene i titoli e le foto: da quel rapido briefing avrei rapidamente capito tutto d’un disco, e mi limitai alla copertina e al titolo più truci. Presi Morbid Reality certo che fosse un album tosto, con quei suoni tipici del 1991 che personalmente adoravo incondizionatamente in una sorta di thrash estremo che pian piano s’ibridava col downtuning, senza però eccedere nell’uso. Sorpresa: gli Hexx non erano un gruppo thrash metal ma piuttosto giravano dalle parti d’un death metal abbastanza bruttarello ed al quale finii per volere bene. La seconda volta che mi dissero degli Hexx mi convinsi che esistessero diverse band con quel nome, eppure, i titoli menzionati corrispondevano a quelli osservati sulla bancarella, e soprattutto, feci una rapida ricerca senza rintracciare nient’altro. Gli Hexx erano davvero loro. Con gran sorpresa scoprii che neanche i primi Hexx suonavano thrash metal. Vent’anni dopo quelle sonore bestemmie sono nuovamente al loro capezzale, nel tentativo di salvarli dall’essere chiamati come non meritano affatto. Tre anni fa erano usciti con un disco di reunion così omonimo che onestamente me l’ero dimenticato: sulla scia dei primi, fatto di un buon power americano, o speed metal, dal ritmo incandescente e dalla sostanza un po’ nulla. Peccato, ho tutt’ora memoria di Under the Spell e davvero la ricordo come un’uscita di un certo rilievo, nonostante peccassero sul fronte della personalità. Buoni riff, tanto stile, autori che non si elevano sulla media: gli Hexx sono sempre stati un po’ questo, soltanto che ora sono pure trascorsi gli anni. A dire il vero in Entangled in Sin il fattore temporale sembra incidere meno del previsto, l’album non è affatto fiacco e scorre che è una bellezza. Al rovescio della medaglia, arrivi in fondo e non ti ricordi nulla di lui e soprattutto provi una fatica bestiale a rimetterlo su. E’ uno sforzo atroce, e i reiterati tentativi che mi sono proposto d’affrontare hanno sempre sortito il solito esito: non così negativo da esser negativo e per nulla buono da accontentarmi. Gira e rigira mi ricordo di più quel death metal bruttarello che tentarono di assemblare con un paio di singoli e l’album del 1991, e aggiungo, beato 1991.

MIKE LEPOND’S SILENT ASSASSINSWhore of Babylon

Il progetto Silent Assassins si compone sostanzialmente di due figure che certamente avrete sentito nominare in passato. Il primo è Mike LePond, che, appunto, dà il nome alla band in un tripudio di anagrafica irruenza turilliana. Si tratta del bassista dei Symphony X, uno che in carriera ha avuto tipo una settantina tra comparse e progetti a tempo più o meno pieno, fra cui la militanza nei Ross the Boss di Ross the Boss. È lì che Mike LePond raccoglie il batterista Lance Barnewold e lo porta con sé. L’altro è Alan Tecchio, uno che in passato vi ha massacrato i timpani sotto forma degli acuti di Control and Resistance dei Watchtower. Per quanto possiate ritenere d’avere un conto in sospeso con loro, i Silent Assassins recano buoni propositi calati nella perfida intenzione, da parte del leader e bassista, di vendicarsi di tutti i mixaggi al ribasso subiti in carriera ponendosi in assoluto risalto alla maniera di Carlo Verni su W.F.O. L’album di cui vi accenno oggi non è un debutto, e già due anni fa ebbi modo di perdere per strada e successivamente recuperare il buon Pawn and Prophecy. Siamo sullo stesso livello: alla terza sortita ufficiale i Silent Assassins escono con un power americano a tratti estremizzato, a tratti attratto da quelle melodie e da quel piglio folk tipicamente europei. Un’uscita variopinta, che non stanca e che nemmeno manca d’offrirci alcune sorprese: alla produzione nonché alla cura delle parti elettroniche altro non troviamo che Michael Romeo dei Symphony X, mentre, una volta giunti al cospetto della traccia numero cinque, avremo a che fare con la prova vocale offerta da una certa Sarah Teets, che ben saprete come si pronuncia e come si riscrive pari pari nella sua versione enunciata. Ho sofferto tantissimo, inutile che l’aggiunga. Avanti con Whore of Babylon, è un buon disco anche se funziona decisamente meglio nelle parti veloci, urlate, pestate, insomma in quelle in cui non c’è spazio alcuno per i cosiddetti fronzoli. Ironborn, nel caso vogliate farvi una rapida idea a riguardo.

JUDICATORLet There Be Nothing

Ancora stordito dal trambusto di computer grafica scatenato in me dalla copertina dei Silent Assassins, passerò ora alla portata finale del Frattaglie in saldo di oggi. L’Arizona è una terra bellissima, verrebbe da dire, e non è casualmente con essa che aprirò e concluderò quest’articolo, tenendo ben a mente un’irrefrenabile e consequenziale voglia di rimettere su gli Atrophy di Socialized Hate. Ricordo bene che l’ultima volta che Bargone venne a Firenze lo martellai in auto proprio con gli Atrophy, e indovinate: non l’ho più rivisto a Firenze. Detto questo, e detto che i Judicator vantano un nome da gruppo thrash tedesco del 1987 o giù di lì, la mini-recensione dei Judicator rischia d’essere la replica esatta di cose già scritte a riguardo dei Silent Assassins. In sostanza in America stanno ibridando il loro metallo tradizionale con molti elementi spiccatamente europei, e, se i risultati sono questi, direi che fanno benissimo. Qua dentro troviamo i riffoni degli Iced Earth e la voce di Hansi Kursch, troviamo continuità, dato che ebbi un’impressione altrettanto positiva anche dal precedente album, The Last Emperor, e un power metal assolutamente godibile, per quanto non trascendentale. Se poi pretendete il trascendentale, ripeto, ci sono gli Armored Saint che hanno rifatto il botto. (Marco Belardi)

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