“OK, cringer”: CIRITH UNGOL – Forever Black

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Nel 1991 gli Stati uniti decidevano di attaccare l’Iraq di Saddam Hussein, dopo aver cullato il dittatorissimo e averlo rifocillato di armamenti e risorse per un decennio di guerra contro il vecchio nemico Iran. La Russia Sovietica cadeva definitivamente frammentandosi in una serie di repubblichine del cazzo che avrebbero ispirato anche il nome della seconda incarnazione della creatura di Giovanni Lindo Ferretti. Entrambe le entità non all’altezza delle loro precedenti versioni, ça va sans dire. La Jugoslavia iniziava ad andare ufficialmente a puttane. In Germania il Bundestag votava per spostare la capitale da Bonn a Berlino, dopo l’avvenuta unificazione. I Cirith Ungol, dal canto loro, se ne uscivano con il loro disco più pesante. Attenzione, non necessariamente il più epico, ma il più pesante. Quelle chitarre erano ben compresse e davano al rauco rantolare di Tim Baker un bel contrasto ed un’aura ancora più birichina e stregonesca. Insomma, Paradise Lost concludeva il filotto di capolavori del metallo epico infilato il decennio precedente da questi signori.

Oggi, dopo 29 anni, i californiani se ne escono con un nuovo disco, questo Forever Black, che è collocato in un limbo senza tempo, perché accostabile a qualunque cosa udita su King of the Dead, o Frost and Fire, che sono appunto capolavori senza tempo nel loro genere. Sono sospesi in quel limbo proprio in quanto classici, ed essendo tali suggono copiosamente alla fonte del rock duro degli anni Settanta, come pure quest’ultimo lavoro. Tutte quelle cose che alcuni bambocci di oggi definiranno magari “cringe” perché roba da “boomer” (ma come cazzo parlano?), solo perché non fanno musica alla cazzo di cane con la sola pretesa di poter far dire ai suddetti bambocci “ah, ma io ascolto tal dei tali, perché i miei orizzonti sono ampi”. Roba che ho fatto anche io da adolescente, per carità, salvo poi accorgermi che 1) sta roba mi faceva in fin dei conti cacare e l’ho compreso pienamente quando son cresciuto e maturato e 2) tale “vanteria” non porta certo a conoscere femmine e a rimorchiarle. Anzi.

È musica che si tuffa in un abisso dove fluttuano, immortali, i riff di Ritchie Blackmore o le chitarre dei Thin Lizzy. Con in più quel tocco epico e quei suoni che rendono i Cirith Ungol riconoscibilissimi tra mille. Quelle chitarre, quella voce, quei testi. Nulla è cambiato di una virgola. D’altronde perché un vecchio cane maestoso e imponente dovrebbe cambiare il suo perentorio modo di abbaiare?

Il disco cresce fino a raggiungere l’acme nella centrale Stormbringer, ancora una volta una bordata di heavy metal epico che più epico non si può, e se possibile finisce anche meglio di come inizia, tra la spaventosa Nightmare o la conclusiva canzone eponima.

Se apprezzate l’heavy metal, quello vero e genuino, Forever Black non può non essere uno dei vostri album dell’anno. Insomma, è roba che non richiede un grande numero di ascolti per essere assimilata o apprezzata: “It’s only heavy metal but we like it”. È un classico, come il ragù napoletano. (Piero Tola)

 

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