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Frattaglie in saldo #46

21 dicembre 2019

Gli INFIDEL REICH sono il progetto di due vecchie conoscenze quali Vincent Crowley dei disciolti Acheron e Bob Bagchus, storico ex batterista degli Asphyx (che ha tirato dentro pure Tony Brookhuis, chitarrista della prima incarnazione della band olandese e da allora inattivo). Il proposito, hanno spiegato in un’intervista a Decibel, è combattere il “politicamente corretto” che infesta oggidì la scena estrema, un proposito che si concretizza nell’adozione di iconografie paranaziste e testi contro l’Islam e gli studenti de sinistra. E la musica com’è? Niente male. Un death metal vecchia scuola, più europeo che americano, con una vena hardcore/thrash che garantisce la giusta dose di headbanging. Reichenstein è il loro primo full, segue un ep di un paio d’anni fa e, se preso come cazzeggio senza troppe pretese, è un bel sentire.

Fanno decisamente più sul serio, su lidi musicali non troppo distanti, i MARTYRDÖD, che con Hexhammaren proseguono sulla strada della “metallarizzazione”, intrapresa da Paranoia in poi, con maggiore coerenza e maturità rispetto alle ultime prove, pregevoli ma un po’ né carne né pesce. Il passaggio da Southern Lord a Century Media si fa sentire in una produzione meno ruvida e non è necessariamente un male: c’è più melodia, più tecnica, più cura negli arrangiamenti ed è giusto metterlo in risalto. Il relativo ammorbidimento si accompagna infatti a un’evoluzione che, dal punto di vista creativo, è piuttosto felice: meno assoloni – che con la matrice crust dopo un po’ stonano – e cambi di tempo isterici che non vanno mai a detrimento dell’aggressività. Non male gli accenti Bay Area di Cashless Society, possibile spia di futuri sviluppi.

Se invece il d-beat svedese vi piace rozzo e ignorante come da tradizione, sono sempre una sicurezza i WOLFBRIGADE, solidi come un mattone che si abbatte sul vostro malcapitato cranio. The Enemy: Reality ce li restituisce in forma smagliante. L’involuzione che aveva segnato Run With The Hunted, uno sguardo all’indietro rivolto ai tempi in cui si chiamavano ancora Wolfpack, non è stata rinnegata del tutto ma il disco è assai meno monolitico e un po’ più motorheadiano del suo predecessore, con la componente metallara che è tornata a prevalere su quella punk. Ceffoni a mano aperta come Fire Untamed e Hammer to the Skull (un titolo, un programma) restano la miglior colonna sonora possibile per una rissa a sediate tra ubriachi in un sordido bar di periferia. Da non perdere.

Se negli ultimi anni c’è stata una tendenza nel death metal che ha rotto i coglioni più del death/doom alla Incantation, trattasi del revival del suono di Stoccolma, soprattutto perché basta una scoreggia di Martin Schulman a mandare a casa tutti i cloni spuntati come funghi nel frattempo. Se non siete d’accordo con me e di ‘sta roba non ne avete mai abbastanza, ho due dischetti che fanno al caso vostro. Il primo è il ritorno degli ENTRAILS di Jimmy Lundqvist, che deve essere una personcina difficile a giudicare dai ritmi con cui la sua band sostituisce membri. La sezione ritmica è cambiata per l’ennesima volta, con il secondo chitarrista passato al basso e alla voce e altri due membri reclutati un attimo prima di entrare in studio. Rise of the Reaper, sesto disco degli svedesi, si concede un minimo sindacale di variazioni sul tema rispetto all’ossequiosa aderenza al canone dismemberiano del precedente World Inferno, che resta la loro migliore prova di sempre, ma perde qualcosina in termini di tiro e compattezza. Il pollice è comunque su, considerando quanto fino a Obliteration questo gruppo non mi avesse mai detto granché.

C’è poi il nuovo dei tedeschi REVEL IN FLESH, che, a dispetto del nome, non prendono tanto dagli Entombed quanto dalla seconda generazione dello swedish death, senza ispirarsi a nessuno di preciso ma pescando spunti un po’ da tutti, dagli Hypocrisy (sentitevi Sky Burial) agli Edge Of Sanity, passando per i primissimi In Flames, il tutto filtrato da una personalità autonoma e inconfondibilmente crucca. Emissary Of All Plagues era stato uno dei miei dischi da palestra del 2017. Meno scapoccione e più buttato sui mid-tempo, The Hour Of The Avenger non mi ha convinto altrettanto ma merita comunque un recupero: può contare su una buona varietà di registri e su chitarre ispirate. Inoltre è stato mixato agli Unisound dalle manine d’oro di Dan Swano, quindi capirete come bisognasse parlarne per forza.

Restiamo in Germania (ottima annata per la Germania) con i DAWN OF DISEASE, autori di uno dei migliori dischi di death melodico del 2019. O, quantomeno, di uno degli ormai rari dischi di death melodico che non ti gettano tra le braccia di Morfeo dopo dieci minuti. Qua la scuola svedese c’entra relativamente. Le atmosfere fosche e dolenti rimandano piuttosto alla Finlandia di Insomnium e Barren Earth, che come pietre di paragone lasciano però il tempo che trovano. Procession Of Ghosts richiama soprattutto quella terra di nessuno tra death, doom, black e gothic metal ante litteram nella quale si muoveva, agli esordi, gente come i Crematory. Nostalgie anni ’90 si intrecciano a spunti chitarristici ai limiti dello shoegaze e godibilissime punte di ruffianeria come Where the clouds reach the ground, singolone da hit parade del purgatorio con il cui video vi congedo. Arimortis. (Ciccio Russo)

 

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  1. 21 dicembre 2019 09:48

    Wolfbrigade sindaci del mondo

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