Interno di un convento: FVNERAL FVKK – Carnal Confessions

Ancora scottato dalla delusione inflittami dall’irrisolto ritorno dei Crypt Sermon, ho trovato inatteso ricetto nell’Epic Pastoral Doom Metal dei Fvneral Fvkk, tra odore d’incenso, suore lascive uscite da un film di Massaccesi ed erezioni malamente nascoste da paramenti clericali. Signori, se questo non è il disco doom dell’anno (il ritorno dei Saint Vitus è, come ovvio, fuori concorso), poco ci manca.

Cori sacri e i gemiti di una malcapitata vittima degli abusi sessuali ecclesiastici attorno ai quali ruota il concept di questi ragazzi di Amburgo, che nelle foto promozionali indossano tonache da prete, ci introducono al riff languido e arioso che apre Chapel of abuse per poi lasciare spazio a cupi accordi stoppati e a una voce che alterna un’impostazione baritonale classicamente ottantiana a growl sommessi e accenti quasi indie pop (no, non c’entrano i Ghost, mo’ non è che bisogna tirare fuori i Ghost ogni volta mannaggia il, ehm, clero). I maggiori numi tutelari restano i vecchi Candlemass, nell’afflato genuinamente epico dei brani. Di reazionario nell’approccio dei Fvneral Fvkk c’è però ben poco. Sono figli degli anni ’90 e si sente, in quelle chitarre dilatate alla My Dying Bride (sentitevi A Shadow in the Dormitory) e in certe scelte sonore dove i Katatonia non sono poi così lontani. E in pezzi come la conclusiva When God is not Watching ci sono i segnali di una personalità autonoma e prepotente, che tradisce ascolti non limitati a un retroterra metallaro tout-court.

Gli stereotipi del genere vengono aggirati con sapienza: non ci sono giri reiterati allo spasimo e anche nei frangenti più drammatici mancano quegli eccessi di enfasi che rendono stucchevoli tanti emuli della scuola inglese. Tutto è calibrato in modo perfetto e non c’è un momento morto. L’ispirazione è altissima, il potenziale enorme (speriamo non lo brucino) e la maturità impressionante per un gruppo che, prima di questo Carnal Confessions aveva pubblicato appena un ep di tre tracce.

Dopo il nuovo Sulphur Aeon (lo so che sulla carta è del 2018 ma è uscito sotto Natale, dai) e lo straordinario The Course of Empire degli Atlantean Kodex, che le nostre playlist ufficiose vedono già come superfavorito nel classificone finale, dalla Germania arriva un altro degli album più sorprendenti di un 2019 che, con i nomi grossi latitanti sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, mi ha visto tornare a ravanare nell’underground come non capitava da tempo. E meno male che i crucchi erano quelli dei compitini eseguiti benissimo ma senz’anima. (Ciccio Russo)

2 commenti

  • Mi rendo conto che è una mia personalissima teoria ma per me i Saint Vitus non sono un gruppo doom. Anche perché il loro esordio arriva prima che il genere fosse codificato (sempre a ritroso, ovviamente) dai Candlemass. Chiaramente apprezzo molto il loro stile, comunque. Io lo chiamo heavy fangoso.
    L’altro disco doom dell’anno è il bellissimo pachiderma degli Esoteric.

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  • Devo ringraziare Ciccio per questa segnalazione, in effetti è un disco da ascoltare e meditare. Fa un paio epico e allucinante col nuovo dei Blut aus Nord. Che Natale, ragazzi!

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