Avere vent’anni: THE BRONX CASKET CO. – st

Cosa spinse il sig. Carlo Verni, italo-americano del New Jersey, a intraprendere questo progetto nero come la pece intorno alla fine degli anni Novanta? Forse il fatto che, proprio in quel periodo, gli Overkill versavano in condizioni pietose e registrarono i loro album peggiori di sempre? Bisognerà in effetti aspettare altri dieci anni per sentire Ironbound, ma rimane il fatto che una divagazione era proprio necessaria, e i Bronx Casket Co., come divagazione, spaccavano sul serio. Ingaggiato quello che all’epoca era il cantante provvisorio dei Misfits, Carletto comincia a scrivere una manciata di pezzi cupissimi e disperati, dandogli il “concept” della vecchia agenzia funebre di famiglia del quartiere popolare.

L’attacco è chiarissimo: Who Lives Forever, dopo l’introduzione di una voce distorta che ci annuncia gli effetti del rigor mortis, parte con riff da tre tonnellate e accordatura abissale, e i temi sono sempre quelli da film horror. Le tastiere fanno da sottofondo funebre e accompagnano sinistramente tutti i pezzi di questo album di debutto, che fu davvero una piacevole scoperta all’epoca, quando davvero il metal stava sprofondando in un buco nero e senza ritorno, e la gente cominciava a trovare “ganzi” quei drealocks di merda zozzissimi, mutuando il ridicolo abbigliamento dell’hiphoppettaro comune, mentre in sottofondo riff stoppati e fischi di chitarra scandivano la discesa nell’epoca che verrà ricordata come quella dove c’era meno talento in assoluto nello scrivere canzoni e riff e nel dare un senso compiuto ad un pezzo di musica metal. Solo pochi altri, come ad esempio i Type 0 Negative, che da lì a pochi mesi se ne sarebbero usciti con quella grandiosa dimostrazione di superiorità che fu World Coming Down, rimanevano in quel tempo capaci di scrivere musica di qualità di questo genere, qualità che paga sempre, alla fine.

A maggior ragione, quindi, alle soglie dei tragici Duemila, un esercizio di bella musica come questo giunge inaspettato e quantomai piacevole. D’altronde D.D. Verni è sulla piazza dal 1980 più o meno, e i più giovani “metallari terzomondisti” e mascherati da pagliacci devono solo stare zitti ed imparare la lezione. Una lezione che ovviamente parte da Tony Iommi e continua con Dave Chandler, Bobby Liebling e Leif Edling, senza dimenticare i Trouble e tutta la tradizione del buon doom, con un ulteriore pizzico di macabro gotico (non da pipparolo).

Il progetto continuò qualche anno dopo con il secondo Sweet Home Transylvania per poi andare avanti a salti di cinque anni, e ad oggi non so se sia ancora attivo, visto che Antihero compirà dieci anni tra poco, e risale proprio al periodo in cui gli Overkill fortunatamente rinsavirono. Coincidenze? Non credo proprio. (Piero Tola)

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