TYPE 0 NEGATIVE – “Bloody Kisses” (Roadrunner, 1993)

Durante i favolosi anni ’90 il metallaro quindicenne medio voleva essere James Hetfield o Phil Anselmo. Io e i miei amici no. Per noi il più fico di tutti era Pete Steele. Un po’ perchè lo sentivamo più vicino a noi, dato che il nerboruto frontman dei Type O Negative, in fondo, avrebbe potuto essere un ottimo sardo. Un uomo di poche parole ma di sani principi, dallo charme gentile ma deciso e con una ceppa enorme. Magari era un po’ troppo alto ma, per il resto, gli stereotipi regionali c’erano tutti. Però viveva a Brooklyn. E, invece di bere Ichnusa al Poetto, faceva dischi della madonna. Straconsumato all’epoca e riascoltato sempre con sommo piacere negli anni a venire, “Bloody Kisses”, classe 1993, resta per me il lavoro migliore della band newyorchese e, opinione personalissima, uno degli album più originali, creativi e sensuali mai partoriti dalle frange meno intransigenti della scena heavy di quegli anni. Solo i due brani di apertura valgono una carriera. “Christian Woman”: una tetra, carezzevole intro di tastiere, l’irrompere di un cupo groove sabbathiano che sfocia in un arpeggio sognante che lascia a sua volta il posto a grezzi fraseggi hardcoreggianti, memori della ruvidezza degli esordi (ruvidezza che torna negli episodi più aspri e violenti del disco, come “We Hate Everyone” e “Kill All The White People” ), e l’inconfondibile timbrica bassa e cavernosa di Steele, che declama liriche da manuale sulle implicazioni sadomasochiste dei lati più oscuri del cattolicesimo. “Black N°1”: un giro di basso indimenticabile (che da solo bastò a farmi decidere che nella vita avrei suonato quello strumento), dall’incedere torpido e stordente, undici minuti di erotismo disperato e nerissimo tradotto in note (“Amare te era come scopare coi morti…”). Lo stesso erotismo e la stessa disperazione che trasudano dalle conclusive “Blood & Fire” e “Can’t Lose You”, cantilene laceranti e soffuse che immortalano in pochi accordi l’impossibilità di accettare l’abbandono. Quello che mi fa ancora adorare “Bloody Kisses” a distanza di, ugh, diciassette anni, è la sua assoluta unicità. Una concezione della forma canzone personalissima, una ricetta sonora che, per quanto Steele stesso amasse definirla come un mix di Beatles e Black Sabbath, resta – di fatto – inclassificabile, un’atmosfera straniante, dolce ma brutale, malsana ma ariosa e, in ultima istanza, impossibile da tradurre appieno. Un po’ come l’amore. (Ciccio Russo)

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