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Avere vent’anni: OVERKILL – Necroshine

24 febbraio 2019

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In quel preciso momento non mi venne minimamente da pensare che, di lì a poco, mi sarei dovuto riascoltare a una così breve distanza di tempo sia From The Underground And Below, sia Necroshine. Cioè due album su cui avevo piazzato una pietra tombale praticamente al primo ascolto.

Gli Overkill degli anni Novanta sono un grosso dilemma, avete tutti odiato I Hear Black che aveva tre o quattro brani semplicemente pazzeschi in virtù dei quali lo ho degnato di un pezzo a parte che giustificasse le paranoie di molti nei confronti di quella copertina priva del colore verde e di tutti gli altri suoi difetti di fondo. Dopodiché, tolto Horrorscope, hanno fatto le cose perbene solo in occasione di W.F.O. e –  se faccio un grosso sforzo – in The Killing Kind.

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Il delirio cominciò appunto con From The Underground And Below, ma ciò che separerà quell’album da tutta la produzione seguente è che lì almeno c’era Long Time Dyin’. Credo sia stata l’ultima canzone di assoluto spessore scritta dagli Overkill prima di incocciare in un periodo piuttosto buio, il che mi fa riflettere su come possiate essere stati così severi nei riguardi di I Hear Black, il loro cosiddetto e fallimentare black album. Ogni lavoro degli anni novanta appartenente agli Overkill tenne in vetrina i suoi pezzi pregiati, e andando a ritroso individuo facilmente Burn You Down – To AshesFast Junkie così come una clamorosa World Of Hurt.

Necroshine probabilmente non ebbe niente di caratura simile, su cui poggiare le proprie fondamenta. Ha fatto parlare di sé per il basso di Stone Cold Jesus – che almeno non rompeva i coglioni come quello invadente e onnipresente di tutto W.F.O. – e perché Bobby piazzò la sorella Mary al controcanto come sarebbe accaduto con Joe Comeau in altre occasioni, tipo la passata The Cleansing. Sostanzialmente, la formazione includente il futuro cantante degli Annihilator funzionava benino, ma non mi ha mai appassionato come quella da cui erano fuggiti Cannevino e Gant, o la storica con Bobby Gustafson. Tutte grosse personalità gestite male, o che hanno abbandonato la nave per dare un maggior peso alla propria vita personale.

Un aspetto piacevole di Necroshine fu caratterizzato dal comparto cori, perché ogni volta che facevano capolino, risultavano piacevoli come ai tempi di Dreaming In Columbian: accadde nell’opener e accadrà al termine dell’album, su quella Black Line che era pure tra i suoi pezzi migliori. È una peculiarità degli Overkill che richiama con forza le loro radici punk, nonchè il passato di Carlo Verni con i The Lubricunts. Ed è un aspetto che si amalgama alla perfezione al loro status di band molto vicina all’heavy metal classico e, se ci fate caso, molti dei musicisti reclutati da Verni ed Ellsworth, non provenivano necessariamente dal thrash metal: Sebastian Marino aveva inciso le chitarre nel buonissimo Worth The Weight, probabilmente l’album più pesante degli Anvil, mentre Joe Comeau è stato a più riprese dentro ai Liege Lord.

Necroshine figurava ancora nel novero dei dischi “sperimentali” degli Overkill, tra momenti dedicati al mosh come la title-track e le atmosfere alla White Zombie di Dead Man. Fortunatamente, non venne loro in mente di scrivere un’altra Save Me, e chi se la ricorda capirà. La componente definita a più riprese sabbathiana, tuttavia, non scomparve e non lo avrebbe mai fatto. Sebbene Necroshine fosse dotato di una produzione impeccabile, forse quella capace più di ogni altra di far risaltare lo stile di Tim Mallare dietro alle pelli, è stata prevedibilmente una fatica riascoltarlo. Grazie Roberto, e il prossimo anno sotto con Bloodletting. (Marco Belardi)

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  1. Cattivone permalink
    25 febbraio 2019 08:52

    Non ho niente di interessante da scrivere sull’argomento, ma visto lo screenshot iniziale ne approfitto per dire che quel tizio con la foto di un escremento raccolto con le pinzette aveva ragione: si sentiva la mancanza di un toscano su Metal Skunk.

    Mi piace

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