Il concerto dei THE GATHERING a Milano ha superato le più rosee aspettative

Seguo i The Gathering dai tempi di Mandylion, il primo disco gothic metal che abbia mai ascoltato, ma in trent’anni non li avevo mai visti una volta dal vivo. In verità nel 1997 avrebbero dovuto fare gli special guest dei Tiamat nella data di supporto di A Deeper Kind of Slumber: io c’ero ma loro per qualche motivo oscuro quella sera non suonarono, e fu una rosicata non da poco anche perché era il periodo in cui stavo in piena fissa con le produzioni Woodhouse Studios di Waldemar Sorychta (PassageWolfheartWildhoney e via discorrendo). Come è ovvio, appena saputo della calata italica per omaggiare i trent’anni del loro capolavoro mi sono fiondato subito a prendere il biglietto, già prevedendo il sold out che infatti di lì a poco si è verificato.

Preso alloggio in un decrepito due stelle sul Naviglio Pavese, io e il mio fido compagno di viaggio Charles ci dirigiamo verso casa Barg sotto un caldo infernale, ci scoliamo tre Peroni da 66 e una dignitosissima Oettinger nel tempo record di mezz’ora, raccattiamo Andrea, fedele lettore del sito, e partiamo già un po’ alticci per Trezzo sull’Adda. Il tempo di un serissimo e attualissimo dibattito tra quale video sia più ridicolo tra quello di Lilith’s Embrace e quello di An Ode For A Haunted Wood che in poco meno di 40 minuti siamo già a destinazione, anche se prima di arrivare plachiamo i nostri stomaci con un kebab superlativo e un paio di spine in questo ottimo Bar La Svizzera gestito da cinesi. L’obiettivo è quello di perdersi il gruppo di apertura come da storica traduzione metalskunkiana, e infatti arriviamo in un Live Club strapieno proprio sulle ultime note di tali Lizzard, che decidiamo ovviamente di non ascoltare rimanendo fuori a bere l’ennesima birra e dare un’occhiata al merch della band. Mentre ci facciamo largo tentando di conquistare le prime file, notiamo come il pubblico sia piuttosto eterogeneo e l’età media sia piuttosto alta. La cosa non è che ci sorprenda più di tanto, considerato che si sta pur sempre festeggiando un disco uscito il 22 agosto del 1995.

Alle 21.45 spaccate le luci si spengono e parte la traccia omonima di Mandylion messa come intro, e poi una dietro l’altra Eleanor, Fear The Sea e In Motion#1. Un trittico che stenderebbe chiunque, e da questo punto di vista la scelta della band di spezzare l’esecuzione dell’intero disco in due parti la trovo azzeccatissima: la parte centrale del concerto infatti è dedicata tutta a brani dei lavori successivi, tra i quali spicca una versione da brividi di On Most Surfaces, pezzo dalle tonalità altissime che la splendida Anneke (a proposito, 53 anni portati alla grandissima) esegue praticamente come su disco. Terminata la stupenda Broken Glass da Souvenirs, io e Roberto tentiamo l’epica impresa di prendere un altro giro di medie senza fare il giro lungo ma tagliando in orizzontale tutta l’area strapiena di gente in direzione del bar, cosa apprezzatissima dai presenti. Tra sguardi in cagnesco e una simpaticissima signora che continuava a inveirci contro riusciamo a tornare vivi e soprattutto senza far cadere una singola goccia di birra, giusto in tempo per la fine di Analog Park e il ritorno alla celebrazione di Mandylion, con un altro trittico direi niente male composto da In Motion#2Leaves e Sand and Mercury. Su quest’ultima ci tenevo a dire una cosa: Mandylion è uno dei miei dischi preferiti in assoluto ma è sempre stato per me un album generazionale e legato ad un preciso periodo della mia vita. Non lo ascoltavo interamente da tempo immemore e ammetto candidamente che avevo dimenticato quanto cazzo fosse bella Sand and Mercury, tanto che soprattutto dal sesto minuto circa in poi, sono entrato in una sorta di stato semi-catatonico da cui mi sono ripreso a fatica e che non mi ha fatto godere neanche appieno l’esecuzione di Strange Machines. Fate conto che nelle tre ore e mezza di Frecciarossa che mi separavano da Roma l’avrò ascoltata in loop una ventina di volte, quindi se non altro almeno in parte ho recuperato.

Il bis finale è dedicato a Travel da quell’altro disco immenso di How to Measure a Planet? (ammetto che sulla parte finale la lacrimuccia stava per scendere) e Saturnine, con il pubblico che intona in coro la parte finale di piano, tra le espressioni esterrefatte di Anneke e compagni, visibilmente sorpresi e anche un po’ commossi da un calore simile. Il sigillo finale perfetto per una serata molto tosta a livello emotivo, ma sicuramente da ricordare per il concerto in sé (non solo Anneke, ma tutta la band è stata praticamente perfetta dalla prima all’ ultima nota) e per un pubblico fantastico che non ha mai smesso di applaudire (anche all’interno di uno stesso brano) e incitare questi sei ragazzi olandesi oramai non più giovanissimi.

Un HAIL finale d’obbligo va a Barg che, oltre a sacrificarsi alla guida, si è distinto per un poderoso DAJE che potete sentire chiaramente al minuto 0:36 dell’intero concerto pubblicato sul tubo, a Carlo “mi è entrata qualcosa nell’occhio”, al lettore Andrea anche lui parecchio provato, al prof. D’Amico addirittura sceso apposta dalla Norvegia e per ultimo ad una nutritissima delegazione veronese che ha visto le nostre magliette e ci inondato di complimenti, cosa che fa sempre piacere. (Michele Romani)

6 commenti

  • Avatar di Carolina84

    Visti anch’io ad un altra data, gruppo che non ha raccolto NIENTE in carriera rispetto a quanto avrebbe meritato. Purtroppo età media molto alta, troppo, però è difficile sperare che un adolescente o un ventenne di oggi ascolti un gruppo così.

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    • Avatar di celli

      Io un adolescente che conosce ed apprezza quel genere me lo sono portato al concerto, potevano essere due ma il fratello si è deciso tardi ed erano finiti i biglietti. Magari è solo fortuna, ma entrambi i miei adolescenti hanno un ottimo orecchio musicale che è ben lontano da quello che è solo trend del momento. Insomma, non possiamo lasciar figliare solo i fan di Vasco & co. se vogliamo che la buona musica continui ad esistere!

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  • Avatar di mark

    Non è la prima volta che mi capita di leggere di musicisti di un certo periodo storico che nei live restano sinceramente stupiti dalle ovazioni del pubblico quando suonano certi lavori degli anni ’90. La cosa riguarda spesso dischi del filone dark/doom/gothic rock e contaminazioni varie di, ripeto, un periodo storico abbastanza preciso.

    Certe reazioni mi fanno pensare non l’abbiano capito neppure gli stessi musicisti come abbiano fatto a scrivere certi capolavori ma tant’é. I dischi esistono e sono lì da sentire. Resta il fatto che un periodo cosi inspiegabilmente fertile è inspiegabile, non c’era una scena di una precisa area geografica come ad esempio quella che generò il black norvegese. Cioè, ad oggi dischi come Mandylion, Wildhoney, How to measure a planet?, Silent enigma, Passage, Tears laid in earth non si possono spiegare, non si può spiegare l’origine della “fiamma” che li ha partoriti e perchè proprio tutti in un periodo abbastanza ristretto. Cosa diavolo c’era nell’aria o nella birra in quel periodo?

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    • tapiroubriaco
      Avatar di tapiroubriaco

      Impossibile non sottolineare come 4 dei 6 dischi menzionati abbiano le impronte digitali di Waldemar Sorychta dappertutto.

      Tears Laid in Earth no, ma Tears Laid In Earth è una bestia se possibile ancora più strana rispetto agli altri menzionati (e infatti la carriera dei Third and the Mortal divergerà ulteriormente).

      Basta questo a spiegare quei dischi, quel periodo, quel momento?

      No, non credo.

      Ma, ricordando il teorema dei carabinieri di scolastica memoria, credo che chiedersi perché non sarebbero stati possibili prima e perché non sarebbero più stati possibili dopo, con particolare riferimento all’oggi, possa aiutare.

      Perché non prima: facile, Desertshore di Nico (1970!!!) o i Dead Can Dance (anni ’80) o i Banshees dovevano incontrarsi con il doom degli anni ’80, a sua volta figlio diretto dei Sabbath e della psichedelia, coi Celtic Frost (che come Stefano Mazza giustamente scrive avevano il vantaggio dell’isolamento), ed avere il tempo di essere digeriti.

      Perché non dopo e perché, soprattutto, non ora: questa è meno ovvia.

      Rileggerei la recente intervista a Mariano Fontaine e il pezzo di Belardi sui Goregonzola.

      Concordo con l’analisi per cui il metal e la musica alternativa (ma alternativa a cosa?) abbiano perso quella funzione di dire no, dalla quale può poi partire una proposta estetica e filosofica alternativa, che siano i Carcass o Tears Laid in Earth.

      La stessa ironia che ha ucciso commercialmente Anne Rice ed epigoni vari è del resto un potentissimo anticoncezionale che oggi, a mio parere, renderebbe impossibile proporre un Tears Laid in Earth senza paura del ridicolo.

      Se il metal “non fa paura”, manca anche il mistero. E il mistero è ingrediente fondamentale del gotico, comunque declinato.

      E poi diciamocelo: il musicista giovane di oggi (che stia da una parte o dall’altra del palco) non ha tempo, risorse, e noia sufficiente a concepire una cosa del genere o ad approcciarvisi in solitudine nella cameretta.

      Erano quei dischi, in quel periodo, in quel momento.

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  • Avatar di ignis

    Datemi del pazzo, ma io mi ero fermato a “Always…” – che, peraltro, mi sembrò un vero capolavoro.

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  • Avatar di Mr Killer

    Hai recensito un sogno……ma se ciò è accaduto veramente…… Grazie…. GRAZIE di averlo descritto e condiviso in maniera perfetta. 🤗👍

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